Riserva naturalistica dell'Adelasia
Seconda parte Carmelo Prestipino

Una storia millenaria di contese e spartizioni


Dalla Preistoria al Medioevo

I diversi rami che formano l'alto bacino della Bormida, detti - da ponente a levante - Bormida di Millesimo, Bormida di Pallare e Bormida di Mallare, confluiscono in due ampie aree geografiche conosciute come Valle della Bormida di Spigno e Valle della Bormida di Millesimo. Quest'ultima si identifica per la maggior parte, dal punto di vista amministrativo, col basso Piemonte, mentre l'altra si estende per un ampio tratto nel territorio ligure.
Separate nelle loro estreme propaggini da uno spartiacque attestato sui mille metri circa, esse costituiscono un ambiente storico-geografico composito, dove l'economia agricolo-montana dell'alta valle si incontra con l'economia prevalentemente industriale dei centri maggiori del fondovalle. L'inesistenza, nel passato come anche nel presente, di una espressione unitaria nella dimensione politico-istituzionale rispecchia chiaramente i caratteri di frammentarietà geografica, etnica e culturale propri di questa terra.
La collocazione geografica che fece della Val Bormida la porta di transito fra l'entroterra piemontese-lombardo e il mare ha reso estremamente complesse le vicende storiche, sviluppando un modello culturale ampiamente influenzato da apporti sostanzialmente estranei. Tale ibrido potrebbe forse trovare una sintesi unitaria solo nella lontana Preistoria: il territorio compreso tra Piana Crixia e Bardineto ha restituito infatti una messe copiosa di reperti litici, in particolare asce di selce levigata del periodo Neolitico. Tuttavia a queste testimonianze labili, pur se significative, di presenza umana non si è ancora potuta associare la prova di un possibile insediamento archeologicamente documentato.
Assai più concreta appare la situazione relativa all'Età del Bronzo: il rinvenimento di un ricco giacimento di materiale ceramico a Millesimo, sul Bric Tana, indica l'esistenza di un cospicuo nucleo umano. Inoltre, a poche centinaia di metri, in posizione dominante sulla Valle di Murialdo, svettano le sagome irregolari di alcuni menhir. Ulteriori richiami alle culture megalitiche affiorano su un grande masso che sovrasta l'anfiteatro naturale del Bric Tana, non lontano dal centro medievale della Colla. Il masso reca evidenti tracce di lavoro umano e presenta, sulla superficie sommitale, una serie di coppelle disposte a raggiera che rivelano una conoscenza, sia pure approssimativa, dei punti cardinali. La sua stessa posizione e la presenza di croci incise su un lato permettono di ipotizzare che assolvesse a qualche funzione cultuale: probabilmente quella di ara votiva, punto focale per una popolazione in possesso di informazioni sui riti megalitici.
Queste singolari presenze, che potrebbero anche collegarsi al giacimento archeologico dell'Età del Bronzo, trovano la più vistosa conferma a pochi chilometri, lungo il torrente Zemola, a Roccavignale. Qui, nella piana detta delle Ghiare, campeggia un imponente dolmen a camere multiple. Purtroppo, la massiccia struttura è parzialmente crollata e l'unica camera superstite è stata adibita dai contadini a ricovero di attrezzi agricoli con l'aggiunta di un tetto in coppi. Il che peraltro non nasconde la vista del più interessante reperto megalitico dell'intera area valbormidese. La datazione del dolmen non è ancora possibile: solo un successivo scavo potrà dire al riguardo una parola definitiva.
Alla presenza megalitica si unisce spesso l'incisione rupestre: oltre che sul Bric Tana, la troviamo sulle vicine dorsali delle colline di Biestro, nelle zone del Bric della Costa e del Bric Gazzaro. Sulla roccia appaiono figure antropomorfe, segni scaliformi o simbolici, talora insieme con croci cristiane che parrebbero voler esorcizzare e "cristianizzare" i segni precedenti, ritenuti di origine diabolica o pagana.
Attorno ad alcuni di questi segni incisi il mondo rurale ha intessuto una trama di leggende: ne sono esempio le "zampe del diavolo" del valico dei Giovetti a Massimino, la solitaria vaschetta a forma di mortaio che diede il nome al Bric del Murtè (monte del mortaio) a Osiglia, la "rocca della zampa", sempre a Osiglia, luogo di ritrovo annuale per i pastori in un rito che riecheggiò per secoli una tradizione preistorica, oppure la "zampa d'Orlan" (piede di Orlando) del Ronco di Maglio a Bormida, ricordo dell'ipotetico passaggio del famoso paladino. Una significativa associazione fra megalitismo e incisione rupestre si trova a Saliceto, sulle pendici del Bric Biolà, dove due steli recano incisi segni a reticolo e a X. Va infine segnalato un masso solitario, fittamente decorato con segni simbolici e croci cristiane, collocato in origine su un valico di accesso tra la vallata di Stella Santa Giustina e la Val d'Erro, percorso millenario degli itinerari di transumanza.
La tradizione di incidere la roccia, forse per motivi propiziatori o rituali, si è tramandata presso le popolazioni montane sino a epoche recentissime. Una prova della sopravvivenza di questi legami culturali con la Preistoria è stata riconosciuta nelle "caselle", piccoli edifici circolari la cui tecnica costruttiva ha origine nell'architettura spontanea di molti paesi mediterranei. Alcune di esse fanno bella mostra di se sulle pendici del Melogno.
Ma chi furono le genti che lasciarono queste tracce? Quasi certamente i Liguri, l'enigmatico popolo che la potenza romana quasi cancellò dal grande libro della storia. Proprio ad essi, fusisi con le popolazioni celtiche, dobbiamo il nome dei tre rami della Bormida: il toponimo del fiume pare legato al culto di Bormanus, o Bormo, il dio celto-ligure delle "acque calde e spumeggianti" venerato in un ambito geografico molto vasto che va dalla Francia al Portogallo.
Le tribù liguri che abitarono il territorio furono probabilmente quelle dei Ligures Epanteri Montani, degli Statielli e degli Inganni, le quali furono coinvolte nel 205 a.C. nelle guerre puniche. Gli Epanteri Montani, insediatisi nell'entroterra savonese, dovettero sostenere l'urto delle forze del cartaginese Magone, reduce dal saccheggio di Genova, unite a quelle dei Ligures Alpini e Ingauni. Allontanata la minaccia cartaginese, Roma volse lo sguardo verso le genti liguri: fiere e gelose della propria indipendenza, esse resistettero valorosamente alla conquista, ma furono costrette a piegarsi di fronte alla macchina bellica del nemico. Nel 180 a.C. il console Lucio Emilio Paolo sconfisse gli Ingauni. Poi, nel 173 a.C., Marco Popilio Lenate sottomise di nuovo i Liguri distruggendone la capitale Carystum. Nonostante le sanguinose disfatte, il popolo ligure non si piegò e fu necessaria un'altra campagna, nel 163 a.C. da parte del console Sempronio Gracco, per debellarne definitivamente la resistenza.
Completata la conquista militare, i Romani riorganizzarono giuridicamente e amministrativamente il territorio, che venne inquadrato nella IX Regione e sottoposto alla giurisdizione del municipio di Alba Pompeia, iscritto alla tribù Camilia. È probabile che le zone dell'alta valle, attigue alla Valle del Tanaro, fossero invece sottoposte al dominio del municipio di Albigaunum, iscritto alla tribù Publilia. Anche la rete viaria venne ridisegnata dai Romani: la via più importante della Val Bormida fu la Aemilia Scauri, fatta costruire nel 109 a.C. dal console Emilio Scauro, che univa il centro di Aquae Statiellae a Vada Sabatia passando per Piana, Cairo, Ferrania e Altare.
Unici centri dei quali resti documentazione di questo periodo parrebbero essere le mansio di Crizia e di Canalicum: la prima localizzata a nord di Piana, in un'area pianeggiante chiamata Pareta, dove si sono rinvenuti numerosi frammenti ceramici e tracce di un insediamento. Per Canalicum si hanno solo ritrovamenti sporadici, che potrebbero farne individuare la sede nei pressi della pieve paleocristiana di San Donato di Cairo. Sul sovrastante Colle di Santa Margherita fu rinvenuto un interessante busto marmoreo. Un'altra testimonianza dell'epoca è un cippo in arenaria, attualmente murato nella torre di Porta Soprana, sul quale si legge: ENNIUS L(UCII) F(ILIUS) FAUSTI(NUS). La presenza romana viene anche segnalata a Carcare, dove sono state trovate tombe a tegoloni.
Più interessante è la piccola ara votiva di Millesimo, conservata presso la Biblioteca comunale. Si tratta di un altarino di pietra sul quale compare l epigrafe: M(EMOR) V(OTI) S(USCEPTI) C(AIUS) METTIUS C(AII) F(ILIUS) CAM(ILIA TRIBU) VERECUNDUS ALBA C(ENTURIO) LEG(IONIS) D(ECIMAE) GEM(INAE) P(IAE) F(ELICIS) L(AETUS) L(IBENS) M(ERITO). Sarebbe quindi un altare fatto erigere da un centurione della X Legione Pia Felice in scioglimento di un voto.
Nei pressi di Piana è stata rinvenuta una terza epigrafe, anch'essa a seguito di un voto fatto da un certo Flavio Clemente, militare nella XV Legio Apollinaris, come suggerirebbe il testo: FLAVIUS CLEMENS MIL(ES) LEG(IONIS) XV APOL(LINARIS) M(EMOR) V(OTUM) S(OLVIT) L(AETUS). Infine va ricordata la presenza di una lapide mutila, murata all'interno del Santuario di Nostra Signora del Todocco, sulla quale si legge: L(UCIUS?) MARIUS.
La decadenza dell'Impero Romano d'Occidente aprì la strada alle orde barbariche che percorsero la Via Aemilia Scauri portando ovunque distruzione e rovina. Le convulse vicende dell'epoca non permettono una chiara visione della situazione storica. Unico punto fermo fu la riconquista delle coste liguri da parte dei Bizantini, che le inquadrarono nella Provincia Maritima Italorum, difesa sui crinali appenninici da robuste fortificazioni. Questo Times arginò l'invasione longobarda dal 568 al 643, quando la Maritima Italorum cadde sotto il dominio di Rotari che saccheggiò la Liguria da Luni a Ventimiglia. Completata la conquista, i Longobardi imposero i loro ordinamenti, gettando le basi del sistema feudale.
Pochissime le testimonianze archeologiche di questo periodo: abbiamo praticamente solo il rudere di un castrum bizantino presso la chiesa di San Nicolò di Bardineto, poi occupato dai Longobardi. Labili tracce di influssi culturali bizantini si potrebbero trovare nelle dedicazioni a San Nicolò di Bari e a San Giorgio, il più venerato tra i santi di quelle genti. Ad essi si contrappose in seguito il culto di San Michele, patrono delle popolazioni longobarde.
La conversione dei re longobardi al Cristianesimo diede nuovo impulso al monachesimo benedettino: rinacque, nel 707 per opera di Ariperto II, il monastero di San Pietro di Savigliano e sorse, per volontà di Luitperto, l'abbazia di Gesù Salvatore a Giusvalla. Queste prime fondazioni monastiche sono il prologo di una parte importante della storia medievale valbormidese.
La presenza monastica si accrebbe dopo la conquista franca del 774: a Carlo Magno si attribuisce infatti la costituzione del monastero di San Pietro in Varatella, che ebbe ampi possedimenti a Bardineto e Calizzano, con le chiese di San Giovanni e Santa Maria. Ma dopo 1'889 i territori liguri subirono nuove devastazioni: le orde saracene, favorite dalle discordie feudali, misero a ferro e fuoco Acqui e l'Albese, distruggendo l'abbazia di Giusvalla nel 936 e attestandosi nella regione di Tortona intorno al 950. L'invasione costrinse Berengario II di Ivrea, re d'Italia, a riorganizzare amministrativamente la Liguria suddividendola in marche. I frutti non tardarono a venire: nel 967 le truppe di Guglielmo di Provenza espugnarono il covo saraceno di Frassineto e in tal modo posero fine alla minaccia dell'Islam sulla Liguria e sulla Provenza.

Fra monaci e feudatari

Berengario II ruppe definitivamente quell'assetto unitario che ricalcava ancora la struttura della bizantina Maritima Italorum, dividendo il territorio in tre marche: l'Obertenga, l'Aleramica e l'Arduinica. Nella Marca Aleramica vennero compresi i territori di Savona, Acqui e Monferrato. La vita riprese vigore, non più molestata dalle incursioni saracene: rinascita quanto mai necessaria se, nel 967, l'imperatore Ottone I, concedendo ad Aleramo vari possessi, gli cedette anche quelle cortes in desertis locis che aveva tra il Tanaro, l'Erba e il mare.
La figura di Aleramo fece fiorire nel tempo una serie di leggende. Tra le molte spicca quella che lo vede, in origine, semplice scudiero alla corte di Ottone. Di lui finì per innamorarsi la bella Adelasia, figlia dell'imperatore, ma il loro sentimento venne contrastato e i due giovani dovettero trovar rifugio e felicità tra le selve dell'Appennino ligure. Con la venuta di Ottone in Italia, Aleramo ottenne il perdono e fu investito del territorio che avesse potuto percorrere cavalcando per tre giorni e tre notti. Versione poetica di una vicenda feudale dai contorni incerti: tuttavia fece salda presa sulla fantasia popolare, e resiste ancora. Nei pressi di Montenotte, proprio nel cuore della proprietà della 3M Italia destinata a Riserva naturalistica, una Rocca porta il nome di Adelasia perché si dice che lì si siano rifugiati i due amanti.
Nei desertis locis della marca emergono finalmente le prime tracce documentarie dei centri abitati: Dego, Mioglia, Prunetto, Saliceto, Sassello, Giusvalla, Cortemilia. L'affermazione e il consolidamento della casa Aleramica, da un lato, e la nascita e l'espansione delle istituzioni monastiche, dall'altro, procedettero parallelamente e furono strettamente connessi tra loro. Com'è noto, per la concezione politica medievale la giurisdizione civile e quella ecclesiastica si intersecavano in un complesso gioco di rapporti e di funzioni. I monasteri erano componenti del potere feudale e assolvevano a compiti precisi nell'organizzazione del dominio signorile. Nascevano lungo importanti vie di comunicazione o in prossimità di nodi strategico-territoriali, svolgendo un ruolo politico, economico e sociale per delega dell'autorità feudale.
Anche gli Aleramici affidarono ai monaci questi ruoli: nel 991 il marchese Anselmo, figlio di Aleramo, costituì il monastero di San Quintino di Spigno, dotandolo dei beni della distrutta badia di Giusvalla e di molte terre in Cairo, Dego, Cosseria, Cortemilia e Levice. Nel 1079 un altro Aleramico, Bonifacio del Vasto, affidò le terre di "Ferranica" ai monaci Agostiniani, fondando la canonica di Santa Maria, San Pietro e San Nicolò di Ferrania, che ebbe il controllo dei nodi strategici di Calizzano, Saliceto e Carretto. In questa canonica venne a finire i suoi giorni Agnese di Poitiers, seconda moglie di Bonifacio, come testimonia una lapide funeraria. Nel 1111 Bonifacio ampliò le proprietà della canonica aggregandovi le terre di Biestro e i diritti su Carcare, Cosseria e Millesimo. Alla sua morte, avvenuta nel 1130, egli lasciò una fiorente comunità monastica che estendeva la propria influenza su molte chiese del Piemonte e della costa.
Ma il dominio feudale di Bonifacio, già indebolito per la separazione del territorio monferrina fu diviso fra i suoi sette figli. Nella ripartizione, le terre di Savona, Noli, Finale, Calizzano, Millesimo, Cairo e Carretto andarono a Enrico I detto il Guercio. Questi fu plenipotenziario del Barbarossa alla pace di Costanza del 1183 e lo seguì alla Crociata: personaggio fieramente filo-imperiale, quindi, baluardo di quella feudalità che si contrapponeva alla crescita dei liberi Comuni. Coerente con la linea del casato, fondò nel 1179 la chiesa-ospedale di Santa Maria dei Fornelli, posta nella Valle della Bormida di Pallare e in territorio di Cosseria.
Intanto a Savona e Noli si intensificavano le spinte verso l'autonomia politica. Con la morte di Enrico il Guercio i suoi due figli, Ottone ed Enrico II, si divisero il feudo nel 1185, prendendo il nome di marchesi del Carretto. Savona si liberò di Ottone attorno al 1191, costringendolo a ridursi nel Cairese, mentre Noli, spalleggiata da Genova, acquistò l'autonomia tra il 1186 e il 1193. Enrico II portò a Finale la capitale del marchesato e rifondo nel 1206 il borgo di Millesimo, concedendo franchigie agli abitanti. Sui beni che il monastero di San Pietro di Savigliano possedeva in Millesimo, acquistati nel 1211, creò il monastero femminile di Santo Stefano affidandolo alle monache Cistercensi di Santa Maria di Bitumine (Betton, nella Savoia).
Anche Ottone del Carretto di Cairo, convinto - secondo la tradizione - da San Francesco, volle fondare nel 1213 un grande monastero francescano: collocata sul tracciato della Magistra Langorum, questa fu l'ultima fondazione monastica della Val Bormida.
A metà del XIII secolo su tutti i principali nodi viarii del territorio vi era una comunità di monaci. San Quintino di Spigno controllava la viabilità della valle verso Acqui, San Pietro di Ferrania quella su Ferrania e Calizzano, mentre San Pietro di Varatella vigilava su Bardineto e sugli accessi alla Val Neva. Altare era sotto il controllo del monastero di Sant'Eugenio di Bergeggi, le vie di Biestro e del Melogno erano protette da Santa Maria dei Fornelli, le strade di Roccavignale e Cengio da Santo Stefano di Millesimo. Sul nodo dei Ronchi di Osiglia presidiava invece l'Ordine dei Cavalieri del Tempio, i Templari, monaci guerrieri reduci dalla Terra Santa, i quali ebbero base presso la chiesa di San Giacomo dei Ronchi. Nel 1245 papa Innocenzo IV confermò a Ferrania il possesso di ventisei chiese, molti luoghi e un ospedale: il tutto distribuito tra la costa ligure e il Piemonte. Qualche anno prima, nel 1209, Ottone del Carretto aveva dovuto cedere al Comune di Asti i diritti su Cortemilia, Cagna, Torre Uzzone e altre terre.
Le dispute tra i grandi Comuni e la Repubblica di Genova coinvolsero i Carretteschi, dando avvio a una serie di trame che si sarebbero dipanate come Leitmotiv della vicenda valbormidese. La frammentazione politica dei borghi dell'entroterra, suddivisi tra gli eredi del feudo, troncò sul nascere ogni possibile difesa da parte dei signori delle terre. Così, nel 1214, Genova riuscì a ottenere da Ottone la cessione dei diritti su Dego, Cairo, Carretto, Vigneroli e nelle metà di Carcare, Bogile, Ronco di Maglio e Moncavaglione. In questo modo realizzò un autentico accerchiamento di Savona e Finale, assumendo il controllo su gran parte degli accessi alla costa. Il marchese del Monferrato si cautelò, per proprio conto, comprando da Ottone la quarta parte di Cortemilia, mentre il Comune di Savona riscattò i diritti di pedaggio di Carcare e Cairo.
Indebolito da queste vicende, il feudo cairese andava verso il tramonto. Il marchesato di Finale, invece, retto con mano ferma dai discendenti di Enrico II, riusciva a mantenersi unitario. Ma solo fino al 1268, quando Corrado, Enrico e Antonio, figli del marchese Giacomo, si divisero l'eredità paterna. A Enrico andarono i beni di Novello e dell'area piemontese, a Corrado quelli dell'area millesimese, mentre Antonio ebbe i beni del Finalese, di Calizzano e della Valle di Pallare. Anche i nodi viarii di Carcare, Millesimo, Cosseria e Massimino vennero divisi in tre parti, secondo criteri di pura convenienza. Le labili linee di demarcazione sancite dalla spartizione durarono, con modeste modifiche, sino all'inizio del XVIII secolo, pur in un alternarsi di proprietà, signorie e protettorati. Il quadro che si venne delineando era totalmente privo di una qualsiasi logica geografico-politica, poiché gli unici interessi presi in considerazione dai Carretteschi erano legati a valutazioni puramente economiche: riscossione di dazi, pedaggi e gabelle varie.
I confini del nuovo feudo millesimese si identificarono con quelli delle terre di Cengio, Roccavignale, Mallare e Cosseria, con Biestro e Plodio. Il feudo finalese si spinse invece sino alle terre di Calizzano, incamerando poi Murialdo, Osiglia e la Valle della Bormida di Pallare, fino a Carcare. Con l'aggravante che i diritti su quest'ultimo borgo rimasero divisi fra i tre eredi, così come avvenne anche per Millesimo, Cosseria e Massimino. Ne derivò una situazione territoriale caotica, dove i centri di Calizzano e Bardineto, strettamente montani, gravitarono con Murialdo, Osiglia e Pallare sul Finalese, mentre la giurisdizione di Millesimo si arrestò sulle dorsali di Biestro e Plodio, ai confini della Valle della Bormida di Pallare; e Mallare, pur dipendendo da Millesimo, finì nell'orbita di Finale e Noli. L'area cairese restò unita sotto Ottone del Carretto, ma era vincolata dalla sottomissione a Genova.
A criteri di controllo e protezione dei propri privilegi, più che a fondate ragioni difensive del feudo, è connessa anche la struttura dei castelli sparsi sul territorio. Molte fortificazioni carrettesche sorsero a ridosso dei borghi cinti da mura, come quelle di Bardineto, Calizzano, Osiglia, Millesimo, Carcare e Cairo. Altre vennero erette sulle principali vie di comunicazione, come quelle di Carretto, Rocchetta di Cairo, Cengio e Murialdo. Talvolta furono costruzioni minori, con strutture fragili, come il "Castello del Fregorato" che sulle pendici del Montenotte vigilava sulle vie per Savona, o quello del Monte Vernaro, a Mallare, custode delle vie per il Finalese. Unico caso di vera fortezza feudale fu il Castello di Cosseria, probabilmente perché di origine alto-medievale, già in declino in epoca carrettesca. Queste cupe roccheforti, sedi di presidio militare e di funzionari amministrativi, controllavano ogni sorta di traffici e commerci, imponendo su tutto dazi e pedaggi. Quando la riscossione dei tributi non era affidata al signore del feudo, provvedevano alla bisogna i monasteri, come abbiamo già visto.
Tuttavia la trama territoriale estremamente parcellizzata abituò i viaggiatori a sottovalutare queste "frontiere". Si continuò nei traffici consueti tra le varie comunità e si svilupparono sentieri e vie adeguati al principale mezzo di trasporto: il mulo. Pur ricalcando in qualche punto l'antica viabilità romana, la mulattiera medievale privilegiò il percorso di Nanga" che superava gli ostacoli orografici sui valichi più bassi, ove spesso si incontrava una chiesa o un pilone votivo. Queste vie evitavano i corsi d'acqua, soggetti alle piene stagionali, e, quando non era possibile evitarli, utilizzavano alcuni ponti che la tradizione voleva di origine romana. Così fu per il nodo di Millesimo, sorto apud pontem; per quello di Ferrania, posto a ridosso del pontem de Volta; per il "ponte degli Aneti", sulla Magistra Langarum, erroneamente ritenuta romana, che si inerpicava per le balze del Carretto. Le mulattiere furono anche migliorate dai feudatari, pressati dalle interessate sollecitazioni dei Comuni padani: nel 1206, ad esempio, Enrico II del Carretto si impegnò a tener libere le strade che da Asti transitavano sui suoi domini
Il rinnovato interesse per la rete viaria e le fondazioni monastiche portò a una notevole fioritura economica. Verso la fine del XIII secolo nacque ad Altare l'artigianato del vetro che, secondo una tradizione locale, fu di origine benedettina. Più realisticamente si può ritenere che esso, diffusosi lungo l'arco appenninico tra Genova e Savona, abbia trovato ad Altare le condizioni ottimali di sviluppo.
Ai Benedettini si attribuisce in genere il ruolo propulsore di attività altamente specializzate, come le ferriere e le cartiere. A loro, sia pure con molti dubbi, si fanno risalire almeno due impianti di ferriera in Val Bormida: quello di "Ferranica" (da cui il nome dato alla località, già in funzione verso la fine dell'XI secolo) e quello dei Ronchi di Osiglia. All'inizio del XII secolo comparvero invece i mulini e le gualchiere (impianti per la follatura di feltri e tessuti) inclusi tra i beni monastici di San Pietro di Ferrania, di Santa Maria dei Fornelli e di Santo Stefano di Millesimo. I monaci affiancarono alle antiche tecniche di dissodamento del "debbio", della "fornellata" e del "ronco" quelle della coltivazione a terrazze.
Accanto alle migliorate condizioni di vita delle popolazioni affiorarono i primi segni di rinascita culturale: i sirventesi dei trovatori allietavano in particolare la corte cairese, presso la quale soggiornarono a lungo Folchetto da Romans e Rambaldo de Vaqueiras dedicando ai carretteschi i loro versi. Anche le gesta di Artù, Lancelot e del Santo Graal erano note tra i signori dei feudi.
Ancorati agli antichi privilegi, questi vedevano intanto decadere, nel corso del XIII secolo, la loro supremazia a mano a mano che cresceva il potere della classe mercantile, che ben presto li avrebbe soppiantati: tale fu la sorte dei feudatari di Cairo. Nel 1322 Manfredo IV di Saluzzo riuscì ad acquistare da Manfredino e Ottone del Carretto le terre del Cairese, segnando con ciò il definitivo tramonto della dinastia. Ma anche il dominio di Manfredo ebbe vita breve: quindici anni dopo egli rivendette il feudo a Ottone, Giacomo, Matteo, Giovannone e Tomeno Scarampi, ricchi banchieri di Asti, i quali vennero quindi ad assicurarsi il controllo dei punti strategici tra Asti, Alba e il mare. Si conservò al contrario immutata la sottomissione alla Repubblica di Genova di quei possessi acquistati nel 1214.
Non meno difficile si profilava la situazione dei Carretteschi di Millesimo e Finale: nel 1390 quelli di Millesimo fecero donazione delle loro terre a Guglielmo del Monferrato, ricevendole in feudo dallo stesso. Nel 1393 fu la volta dei Carrettes chi finales i, che donarono a Teodoro I I del Monferrato le terre di Calizzano, Massimino, Osiglia, Pallare e Carcare. Mentre i del Carretto di Millesimo ebbero tuttavia cura di conservarsi Cengio, baluardo del proprio dominio, i Finalesi si garantirono la fedeltà di Murialdo mantenendone i diritti.
Modesti possedimenti, votati comunque a un destino ormai segnato dalle scelte dinastiche. L'ultima parte del basso Medioevo fu, per queste terre, un susseguirsi di atti di infeudazione e subinfeudazione, di governi condominiali, di divisioni e frazionamenti che produssero un panorama giuridico pressoché inestricabile e istituzionalmente disintegrato.

Entrano in campo le grandi potenze

Ai Carretteschi di Millesimo la sottomissione al Monferrato parve il male minore di fronte alle mire espansionistiche dei Savoia, fieri avversari dei monferrina Galeotto del Carretto di Finale, invece, unificate le sue genti, si alleò con Filippo Maria Visconti, duca di Milano, desideroso di impossessarsi di Genova e Savona. Le due grandi città della costa, divise da una rivalità profonda, vissero momenti travagliati per le lotte tra le fazioni: nel 1409, nel corso di una ennesima sommossa, Teodoro del Monferrato fu proclamato signore di Genova e gli Scarampi di Cairo si affrettarono a giurargli fedeltà.
Teodoro fu costretto ad abbandonare Genova nel 1413, ma sei anni dopo la Superba dovette piegarsi alle truppe monferrine, viscontee e finalesi. Tra il Visconti e il Monferrato si stipulò un accordo nel 1434, in base al quale i feudatari cairesi poterono scegliere tra le due signorie. Tre quarti del feudo rimasero col Monferrato, in proprietà di Bartolomeo e Giovanni Scarampi; il resto, appartenente ad Antonio, passò sotto il Visconti.
Genova si risollevò lentamente dalle condizioni disastrose in cui l'avevano prostrata le rivolte interne. Non appena le fu possibile, riprese la sua politica di dominio delle riviere e il primo passo fu diretto naturalmente contro Savona: la città venne presa nel 1440 e il porto interrato. Restava un'altra spina nel fianco: quel marchese di Finale che teneva aperte le vie al Piemonte e che si dava alla caccia delle navi genovesi sul mare. Ma i tempi del castigo non erano ancora maturi.
L'occasione si presentò nel 1447: muore Filippo Maria Visconti e subito il doge Giano Fregoso aggredisce Finale. La guerra divampò violenta, coinvolgendo tutte le terre carrettesche. Nel 1448 cadde l'ultimo baluardo, Castel Gavone. Galeotto sfuggì alla cattura riparando in Francia, dove morì nel 1450. L'anno successivo suo fratello Giovanni riuscì a riconquistare Finale con l'aiuto di truppe borgognone.
L'interramento del porto di Savona e la guerra contro i finalesi determinarono una crisi economica spaventosa. I traffici marittimi della rivale di Genova avevano prosperato anche grazie alle vie di comunicazione dell'entroterra, sulle quali transitavano i prodotti agricoli del Piemonte e della Lombardia, i manufatti delle ferriere e delle vetrerie, il legname. L'aggressione genovese ebbe i risultati voluti: alla fine del Quattrocento la moneta di Savona fu quasi completamente soppiantata sui mercati da quella genovese. Su tali vicende sfumarono i sogni di grandezza del marchesato di Finale, che ormai cozzavano contro la logica della storia. Non erano più i tempi della conquista armata per i signorotti locali: il gioco era in mano ai re di Francia e Spagna, mentre in sott'ordine operavano i duchi di Milano, i Savoia, la Repubblica di Genova, il Monferrato. Su tutti poi, ma debole e lontano, si ergeva l'imperatore d'Austria. Un quadro politico tanto complesso venne ben compreso dagli Scarampi di Cairo che, abili banchieri interessati ai beni delle antiche comunità monastiche, si inserirono per tempo nelle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1401 Antonio Scarampi, scudiero di papa Bonifacio IX, ottenne da questi la commenda sui beni di San Pietro di Ferrania. L'istituzione delle commende aveva come finalità dichiarata la riorganizzazione delle terre appartenenti ai monaci, ma in realtà ridusse le abbazie al ruolo di prebende per i rami cadetti delle famiglie nobili. Così ai del Carretto di Ponzone fu data la commenda di San Quintino di Spigno, ai carretteschi di Millesimo andò quella di Santa Maria dei Fornelli. Ai primi del Cinquecento il protonotario apostolico Bartolomeo Scarampi, già parroco di Cairo, si assicurò l'usufrutto sui beni di San Pietro di Ferrania e di San Donato di Cairo.
Nel 1531, poi, si verificò un evento di grande portata per la Val Bormida: Federico Gonzaga, duca di Mantova, sposò Margherita del Monferrato, e i due Stati vennero fusi. Le terre valbormidesi passarono quindi al ducato di Mantova e i feudatari locali accorsero a ossequiare il loro nuovo signore.
La scomparsa degli antichi monasteri, trasformati in commende, non fu l'unico fatto di rilievo nel quadro sociale. Con l'indebolirsi del potere feudale, dissanguato dalle lotte continue e incapace di adeguarsi a un modello troppo lontano dalla sua visione del mondo, acquistò sempre più forza la borghesia mercantile e artigianale, mentre il popolo, in cambio di denaro, riusciva a strappare ai feudatari numerose concessioni. Ai primi atti di "franchigia" seguirono i documenti di "convenzione" e si svilupparono i codici legislativi locali che regolavano minuziosamente la vita delle comunità. All'inizio del Cinquecento quasi tutte le comunità rurali della valle ebbero i loro Statuti.
Nonostante le varie traversie economiche e sociali, la Val Bormida visse una notevole fioritura artistica. Ancora una volta, l'esempio venne dagli antichi monasteri: i grandi affreschi che adornavano le pareti dei conventi piacquero ai ceti più ricchi, che fecero decorare numerose chiese con cicli pittorici di taglio didatticodidascalico. Gli anonimi artisti che eseguivano queste opere erano latori di una cultura tardogotica lombarda, formatasi in particolare nella vicina area monregalese. Spesso gli affreschi furono dipinti in chiese collocate sugli assi viarii, come quelle di Castelnuovo di Ceva, San Martino di Lignera a Saliceto, San Giovanni di Murialdo, San Nicolò di Bardineto. Altre volte furono interessate chiese di rilevante prestigio per la religiosità locale, come la pieve di Santa Maria Extra Muros a Millesimo e quella di Santa Maria delle Grazie a Calizzano. Spesso vennero anche affrescate chiese parrocchiali, come San Marco di Pallare, la pieve di Brovida, la parrocchiale di Cosseria. Qualche volta si rispecchiava in quest'arte il desiderio di grandezza dei committenti, come nel caso di San Lorenzo di Murialdo, il cui ciclo pittorico evidenzia l'influenza dei carretteschi finalesi.
Anche la pietra occupò un suo spazio nell'arte, benché modesto. Gli scultori che operarono in queste terre furono portatori anch'essi di culture esterne, come testimonia il timpano di San Lorenzo di Murialdo. La pietra usata fu l'arenaria locale, indice di una povertà di risorse finanziarie che non consentiva il ricorso a materiali più costosi. Bartolomeo Scarampi, nel 1517, volle per il suo monumento funebre questa pietra povera, ma sopperì prendendo a modello gli imponenti mausolei rovereschi di Savona. Estremo tentativo di una nobiltà rurale di riconoscersi nell'arte sfarzosa delle grandi città? Forse è in questa ambizione che si trova la chiave di lettura di molte vicende artistiche valbormidesi.

Si accentua la presenza spagnola

Ai primi del Cinquecento la Val Bormida finì al centro delle contese tra i protagonisti dell'immane scontro che insanguinò l'Europa. Su questo nodo viario pose gli occhi la Spagna che progettò una via sicura per le sue truppe: partendo dalla Marina di Finale, per le Valli della Bormida di Spigno attraverso il ducato di Milano e la Valtellina, esse avrebbero potuto raggiungere e domare le Fiandre ribelli. La manovra fu però contrastata dalla Francia, fiera avversaria degli Spagnoli, mentre anche i Savoia, interessati ad aprirsi un accesso al mare, volgevano lo sguardo a Savona.
Genova, dal canto suo, testardamente protesa a garantirsi le sue gabelle, si sentiva disturbata dall'autonomia finalese e nutriva ambizioni di conquista del marchesato, sul quale aveva già messo le mani, sia pure per poco tempo, col doge Fregoso. La buona occasione non tardò a giungere. Nel 1546 aveva iniziato a governare il marchese Alfonso II del Carretto, un tiranno. Il popolo di Finale si sollevò e le truppe genovesi gli diedero segretamente appoggio. Alfonso cercò riparo presso Ferdinando I d'Austria, che lo reintegrò nei suoi possedimenti. Tornato a Carcare nel 1565, il marchese fece impiccare i capi della rivolta, catturati con l'inganno, e una nuova sommossa si scatenò l'anno successivo. Col pretesto di far cessare i disordini, il re di Spagna ordinò alle sue truppe di stanza nel ducato di Milano di scendere ad occupare il marchesato di Finale. Genova si rese conto dell'errore commesso e corse ad appoggiare le ragioni di Alfonso II presso l'imperatore d'Austria. Contemporaneamente i Savoia avanzarono pretese su Finale accampando diritti dinastici, ma nel 1598 fu la Spagna che riuscì ad acquistare il marchesato da Andrea Sforza del Carretto, succeduto ad Alfonso. Con questa vicenda uscì di scena, invisa ai sudditi e con scarso onore, la stirpe carrettesca di Finale.
La Spagna si assicurò quindi le terre di Finale, Carcare, Pallare, Osiglia, Bormida, Ronco di Maglio, Calizzano e Massimino; il controllo degli accessi al mare fu totalmente in sue mani. La situazione non poteva non preoccupare fortemente i franco-piemontesi. Nel 1636 il conte Nicolò del Carretto di Millesimo venne fatto prigioniero da Amedeo I di Savoia e costretto a cedergli Cengio e il suo castello. L'occupazione piemontese di Cengio divenne una grave minaccia per gli Spagnoli, che passarono subito alla controffensiva. Il 30 marzo 1639, dopo una grande battaglia, il generale Antonio Sotelo ricevette la resa delle truppe franco-piemontesi di presidio al castello e col successivo trattato dei Pirenei del 1659 le fortificazioni furono rase al suolo. Con tale demolizione si chiuse anche la storia dei castelli valbormidesi: ridotti a un ammasso di rovine, rimasero a ispirare cupe leggende e favole di tesori nascosti.
Consolidate le sue posizioni, la Spagna si accinse a realizzare lungo la Valle della Bormida di Pallare l'itinerario progettato. Nel 1666, per soddisfare le esigenze di comodità dei viaggiatori, ma soprattutto per agevolare il passaggio di Maria Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna e moglie di Leopoldo I d'Austria, venne aperta una strada che da Finale, lungo il fondovalle, portava a Spigno e alla Lombardia.
I viaggi dei nobili non furono gli unici eventi degni di nota per i valligiani, sottoposti a continue contribuzioni per i contingenti militari in transito, di cui ebbero l'obbligo di "bagagliare" le salmerie, e a pesanti "roide" per la manutenzione della rete stradale. Le relazioni di supplica al governatore di Milano evidenziano uno stato di estrema indigenza per le genti della valle. Alla miseria si associarono le contese: gli antichi confini feudali, sentiti ora come limiti invalicabili, provocavano numerose vertenze fra le comunità. In alcuni casi si trattò di controversie generate da piccoli interessi (proprietà di zone di pascolo, boschi pubblici ecc). In altri, di liti sobillate o sostenute dai signori del luogo per il controllo di una strada o per i dazi su una dogana. Tutto ciò sviluppò il contrabbando, ultima risorsa alla povertà, e il brigantaggio, favorito nascostamente dai signori feudali contro i vicini, oppure dai Savoia, sempre attivi in ogni trama che toccasse l'entroterra di Savona. A dispetto della tormentata situazione socioeconomica, arti e industrie rifiorirono e sui tre rami della Bormida si fece più intenso il rumore dei magli delle ferriere. Ai primi del Seicento, nella Valle della Bormida di Millesimo ne funzionavano sei, in quella di Pallare cinque e alcuni "maglietti", altre quattro e un "edificio da carta" erano in opera sul ramo di Mallare. Una ferriera lavorava a Ferrania, un'altra a Cairo, una terza a Montenotte. La tecnica di fusione era quella detta "alla catalana", il metallo non era di altissima qualità, ma aveva comunque una buona diffusione commerciale. Sulle vie tra Finale e l'entroterra i mulattieri movimentavano ingenti quantità di vena, importata dall'Isola d'Elba, e di prodotti finiti destinati al mercato. Nei boschi della fascia montana si levavano fitte le fumate delle carbonaie.
Una così vivace attività parrebbe in netto contrasto col tenore espresso nelle suppliche al governatore. In effetti, la gente soffriva la fame non per mancanza di lavoro, ma per la politica economica seguita dalla Spagna. Per pagare gli acquisti, essa ricorse a una forte pressione fiscale imponendo dazi e gabelle sui generi di largo consumo. La ricca borghesia commerciale riuscì a scaricarne l'onere sui prezzi, e quindi sui consumatori, così che dell'indubbio benessere prodotto dalle ferriere beneficiò in larga parte solamente il ceto imprenditoriale. Inoltre, le truppe di passaggio portarono alla valle, oltre ai problemi d'ogni genere che è facile immaginare, saccheggi e malattie. Una violenta epidemia di peste scoppiò nel 1631: il contagio superò agevolmente i "rastelli" predisposti dagli ufficiali di sanità e colpì in modo particolare i centri del fondovalle. La popolazione reagì al fardello delle sofferenze con la pietà religiosa, alimentando soprattutto la devozione alla Madonna. Vennero erette numerose chiese e cappelle, tra cui la parrocchiale di Carcare e la chiesa della Madonna del Bosco. Sui muri delle case l'arte popolare eseguì ingenui affreschi raffiguranti Madonne col Bambino: da una di queste immagini, dipinta nel 1618 sulla parete di un seccatoio, prese l'avvio una spinta devozionale che portò alla costruzione del più importante santuario mariano della Val Bormida.
Nel 1621, infine, sorse a Carcare, per volontà di Giuseppe Calasanzio, il Collegio delle Scuole Pie: la prima struttura, e per molto tempo anche l'unica, dedicata all'istruzione dei giovani, senza distinzione di ceto sociale. Il Collegio fu un punto di riferimento culturale importantissimo ed esercitò un'influenza incalcolabile su tutta la regione.

La Francia fa debuttare Napoleone

Nel 1702 i valligiani videro passare sulla "via di Spagna" un superbo corteo di nobili e cavalieri: Filippo IV stava accorrendo in Lombardia a guidare le sue truppe in difficoltà. Fu questo l'ultimo grande corteo della dominazione spagnola: nel 1714, con il trattato di Rastatt, Madrid abbandonò il marchesato di Finale, che venne venduto da Carlo VI d'Austria alla Repubblica di Genova. Grande fu la delusione di Vittorio Amedeo II di Savoia, ancora una volta privato dell'accesso ai porti di Savona e di Finale: delusione ampiamente compensata, peraltro, dall'ottenimento della Sicilia, dell'Alessandrina e del Monferrato, che gli consentì di occupare le terre valbormidesi soggette a quest'ultimo. Egli pose piede anche sulle terre di Millesimo, Cengio e Cosseria, benché fossero ancora feudi imperiali (al possesso pieno del contado i Savoia pervennero solo con la pace di Vienna del 1735).
Le terre di Massimino, Calizzano, Osiglia, Bormida, Pallare e Carcare andarono ai Genovesi. E non fu destinazione delle migliori: Genova smantellò le fortificazioni finalesi e gravò di tasse i nuovi sudditi. Nel 1729 scoppiò una sommossa, domata in qualche modo: ma la protesta riesplose violenta cinque anni dopo.
Nell'entroterra del marchesato imperversò, nel 1745, Filippo del Carretto, marchese di Balestrino, al servizio dei Savoia, sempre impegnati a disturbare il territorio genovese. Azioni senza alcun esito, se non quello di portare maggiore miseria e discordia tra i valligiani. Con la fine del secolo, tuttavia, ben altre vicende preoccuparono i Savoia. Gli effetti della Rivoluzione francese si fecero sentire oltre i confini e ovviamente il Piemonte si unì all'Austria per far fronte alla minaccia di destabilizzazione. Intanto, nel 1792, la Repubblica di Genova si affrettò a proclamare la propria neutralità sperando di salvarsi dall'uragano che minacciava di travolgerla. Il provvedimento risultò quasi inutile, perché i Francesi la occuparono nel 1793 sino a Finale.
Prendendo a pretesto la violazione della neutralità ligure, gli Austriaci occuparono Dego, Cosseria, Carcare, Altare, Mallare e Millesimo. I Savoia fecero occupare le terre di Millesimo da milizie popolari, formate da contadini armati alla bell'e meglio. Nel 1793 la gente del contado di Millesimo e del Cairese fu mandata allo sbaraglio contro le postazioni francesi dei Giovetti e del Melogno: non occorre aggiungere che ripiegò velocemente ai primi colpi di fucile. La linea difensiva francese si consolidò così sui bastioni naturali del Settepani, del Melogno, di San Giacomo e fino alla rada di Vado.
Nel 1796 gli Austro-piemontesi affidarono il comando al generale Beaulieu, mentre sull'altro schieramento assunse la guida delle operazioni un giovane ufficiale destinato a una folgorante carriera: Napoleone Bonaparte. L'11 aprile il fronte si mise in movimento. Un attacco austriaco sorprese il battaglione Rampon sul Montenotte e lo costrinse a ripiegare a Monte Negino. Qui i Francesi, consci del pericolo di sfondamento delle linee e della minaccia su Savona, si imposero una resistenza a oltranza. L'eroismo di Rampon e di Fornesy permise a Bonaparte la manovra d'attacco: il 12 aprile le divisioni francesi investirono le truppe austriache. Gli uomini di Massena e Laharpe sfondarono sul Montenotte, quelli di Augereau presero Carcare e si spinsero verso Millesimo. L'indomani, i croati del generale Proverà e i granatieri del colonnello Filippo del Carretto si ritrovarono asserragliati tra i ruderi del castello di Cosseria. Investiti da forze nettamente superiori, caduto Filippo del Carretto, i difensori capitolarono con l'onore delle armi il giorno 14. Lo stesso giorno, attaccati dalle forze del generale Rusca, i Piemontesi abbandonarono la difesa di San Giovanni di Murialdo, aprendo ai Francesi le porte del loro Stato. Il 15 aprile si concluse la prima grande battaglia della campagna napoleonica. L'armistizio venne firmato a Cherasco dai plenipotenziari piemontesi il 28 aprile, e i Savoia uscirono dal conflitto.
La guerra investì nuovamente la Val Bormida nel 1799: gli Austro-russi la occuparono fino a Savona, ma furono respinti dai Francesi. Nel 1805 l'agonizzante Repubblica Democratica Ligure fu annessa all'Impero francese. Si chiuse così un periodo denso di avvenimenti bellici e di accese passioni politiche. Era finito un secolo difficile, caratterizzato da un lento, inarrestabile declino economico.

La grande crisi economica

Già nel 1682 la corporazione dei vetrai, non più protetta dagli antichi privilegi, aveva dovuto riformare i suoi Statuti per fronteggiare le crescenti difficoltà e adeguarsi alle nuove situazioni. Nel 1732 gli Statuti ebbero bisogno di altri aggiustamenti: con l'annessione del Monferrato allo Stato sabaudo si fece infatti più forte la concorrenza delle vetrerie del Piemonte, favorite dai Savoia, i quali aggravarono ulteriormente la situazione verso la metà del secolo quando vietarono l'esportazione di grano, bestiame e manufatti artigianali. Per la Valle della Bormida, da sempre abituata a commerciare col porto di Savona, il colpo fu duro. Le ferriere della Bormida di Pallare, in area spagnola, beneficiarono all'inizio del secolo dell'esenzione delle gabelle sul materiale grezzo, mentre quelle del territorio della Repubblica di Genova pagavano dazio alla Casa di San Giorgio: col passaggio all'area genovese nel 1713 entrarono in crisi. Riuscirono a sopravvivere dignitosamente per qualche tempo soltanto in virtù di un intenso contrabbando.
Il collasso delle ferriere non fu evento marginale nell'economia valbormidese: pur lavorando a ciclo stagionale, esse impiegavano un centinaio di operai ognuna, tra maestri, garzoni, carbonai, mulattieri. Quanto all'agricoltura, fonte principale di sostentamento dei valligiani, dovette affrontare un andamento climatico disastroso. I due prodotti primari - il grano e le castagne - scarseggiarono ben presto per le gravi gelate invernali. Le prime avvisaglie si ebbero già verso la fine del XVII secolo: poi le gelate dell'inverno 1719 provocarono forti carestie, che si ripeterono nel 1723. La punta massima fu raggiunta nel 1748, quando le gelate e le nevi iniziarono a ottobre per terminare nel maggio successivo. La carestia del 1763, causata da un'ennesima gelata, si accompagnò anche a scosse di terremoto. Un altro momento terribile fu nel 1799.
Sulle popolazioni già così provate dalle calamità naturali si abbatterono i flagelli tipici delle guerre: ai saccheggi del marchese di Balestrino nel territorio genovese si aggiunsero quelli dei briganti e degli sbandati che, senza distinzioni di dominio, commisero soprusi e violenze in ogni borgo. A fronte di questa situazione Genova ordinò alle comunità locali di formare una propria milizia, il che non evitò alla regione di cadere nel marasma totale. Alle devastazioni portate dalle truppe francesi per spegnere alcune sommosse si sostituirono quelle degli Austrorussi, che completarono il disastro. Troppo spesso i parroci, nel registrare i decessi, dovettero scrivere: "Fame obiit": la più elevata mortalità si ebbe nel 1800, quando alla carestia si accompagnò una pestilenza. Ai primi dell'Ottocento la popolazione valbormidese era scesa di circa il 26 per cento rispetto agli inizi della guerra.
In un secolo tanto tormentato fu naturale, per i valligiani, cercare conforto nella fede. L'umile affresco dipinto nel 1618 sul muro di un seccatoio in una valle deserta, cui abbiamo già accennato, fu fatto oggetto di una intensa devozione, tanto che la comunità di Millesimo commissionò nel 1726 all'architetto Gio Batta Pugno un progetto per la costruzione di una chiesa. L'edificio venne consacrato nel 1727, ma i lavori proseguirono fino al 1794. L'opera rimase incompleta: tuttavia la chiesa della Madonna dei Tre Fonti, poi detta Madonna del Deserto, era ormai divenuta meta di pellegrinaggi annuali, provenienti da tutte le valli. Sorte opposta toccò ai beni degli antichi monasteri. I possedimenti della commenda di Ferrania furono al centro di una vertenza tra gli eredi degli ultimi commendatari. Il Tribunale regio di Torino decretò che fossero assegnati all'Ordine Mauriziano, che però se ne disinteressò completamente e, alla fine del secolo, le terre della commenda erano allo sfascio. Anche il Collegio delle Scuole Pie di Carcare conobbe le sue traversie: nel 1798 la Repubblica Democratica Ligure soppresse le congregazioni religiose, ma i Padri Scolopi rimasero sul posto. Nel 1801 il Collegio fu riaperto ai convittori dal padre Giuseppe Carosio che lo diresse anche quando, nel 1811, l'istituto venne aggregato all'Università di Genova.

Il nuovo riassetto territoriale

Con l'annessione all'Impero francese l'entroterra di Savona si ricollegò finalmente al suo porto naturale. Il territorio fu inquadrato nel Dipartimento di Montenotte, che comprese le terre del Savonese, dell'Acquese, parte di quelle del Monregalese e la zona di Oneglia. Per la prima volta, dopo la dissoluzione della Marca Aleramica, la regione recuperò così un assetto giurisdizionale logico. Venne divisa in Circondari che, a loro volta, si suddivisero in Cantoni. Capoluogo del Dipartimento fu Savona: le terre valbormidesi fecero capo ad essa e ai Circondari di Ceva e di Acqui.
Le terre del contado millesimese furono unificate nel Cantone di Millesimo, Circondario di Ceva. Ai borghi dell'antico feudo imperiale, cioè Cosseria, Cengio, Rocchetta di Cengio, Roccavignale, Biestro e Plodio, vennero aggiunte le terre di Carretto e Rocchetta di Cairo, mentre sul versante piemontese la giurisdizione si estese a Montezemolo e Castelnuovo di Ceva. Più rispondente a criteri geografici fu il Cantone di Spigno, Circondario di Acqui, che impose la sua giurisdizione a Piana e Cagna. In questo Circondario venne incluso anche il Cantone di Dego, comprendente le terre di Mioglia e Pareto. Il Cantone di Cairo, Circondario di Savona, copriva il bacino dei due rami della Bormida: quelli di Mallare e di Pallare. Comprese quindi i centri di Carcare, Altare, Mallare, Pallare e Bormida. Quest'ultimo borgo, essendo stato per secoli parzialmente indiviso con Osiglia, ebbe vincoli giurisdizionali anche nel Cantone di Calizzano, Circondario di Ceva, che si estese sulle terre di Osiglia, Murialdo e Bardineto. Massimino, geograficamente collocata nella Val Tanaro, fu unita al Cantone di Ceva.
Questo assetto territoriale ebbe però soltanto valore amministrativo, dato che ogni decisione politica veniva presa nel capoluogo del Dipartimento. Qui Parigi mandò un funzionario lungimirante e capace: il prefetto Chabrol de Volvic. Egli fece condurre una ponderosa indagine sullo stato del Dipartimento: la Statistique des Provinces de Savone, d'Oneille, d 'Acqui et de partie de la Province de Mondovi, che resta tuttora un modello insuperato di analisi storico-amministrativa .
Individuate le esigenze primarie del territorio, il prefetto passò all'azione. Sua prima cura fu quella di assicurare al porto di Savona un adeguato sistema viario: le comunicazioni transappenniniche vennero realizzate con la strada che da Savona per Lavagnola e Montemoro raggiungeva Cadibona, da dove scendeva nella piana di Carcare, biforcandosi verso Acqui e Alessandria, da un lato, e sostituendo, dall'altro, l'antica e malagevole mulattiera per Ceva verso Torino. Anche Finale venne collegata a Calizzano con una nuova strada. Il nuovo assetto viabilistico rivoluzionò le prospettive di sviluppo di quasi tutti i paesi dell'entroterra. Persero d'importanza i valichi del San Giacomo, a detrimento di Mallare, e del Melogno, che portò all'emarginazione di Bormida e Pallare; l'itinerario Castelnuovo di Ceva-Finale sparì quasi del tutto, sacrificando Murialdo e Osiglia. Al contrario, ricevettero nuovo impulso i centri di Altare, Carcare, Cairo e Millesimo. La rete viaria dello Chabrol rispondeva però perfettamente alle esigenze dei tempi, alla situazione economica e alla geografia della valle, tanto da giungere pressoché immutata fino ai giorni nostri.
Le terre della commenda di Ferrania rimasero isolate, ma si pensava che avrebbero ricevuto una grande spinta da un altro progetto avveniristico del conte Chabrol: una idrovia che, con un sistema di chiuse, passando a Ferrania e Bragno, avrebbe collegato Savona con la Bormida di Spigno e la pianura padana. Il grande progetto, in grado di aprire a Savona orizzonti vastissimi, non ebbe purtroppo corso: la caduta dell'Impero francese ne decretò la fine.
Le antiche ferriere, benché tecnologicamente superate dalle nuove lavorazioni con altiforni, ripresero a prosperare anche grazie al blocco continentale inglese. Nell'alta valle furono in attività una ventina di impianti, cui vanno aggiunti i numerosi martinetti e i maglietti, spesso incorporati nelle strutture dei mulini. In ripresa anche le vetrerie di Altare, che all'inizio del periodo francese davano lavoro a 150 persone, suddivise su sei forni: nel 1822 i forni in servizio erano ben undici. Questa intensa attività comportò ovviamente un notevole impiego di carbone vegetale, con conseguente lavoro per molti carbonai.
Anche l'agricoltura, tradizionalmente legata alla produzione di castagne, grano e vino di bassa gradazione, ebbe un risveglio. Nei fondi vallivi apparve la bachicoltura: la canapa locale fu trattata in alcune filande, però con risultati di scarsa qualità. L'incidenza più radicale si rivelò tuttavia quella portata nelle riforme amministrative: l'istituzione di uno Stato Civile, sino a quel momento demandato alla Chiesa e al clero, modificò totalmente le abitudini delle comunità. Ai maires spettò il compito di amministrare anche questi aspetti della vita sociale. La soppressione degli ordini religiosi nel 1810 affidò alle comunità la gestione di ogni attività, civile e religiosa. Tale soppressione si inquadrò nello scontro che contrappose Napoleone al papa Pio VII per la sovranità spirituale e temporale, avocata a se dall'imperatore in un ritorno di cesaro-papismo di medievale memoria. Entrambi i protagonisti dello scontro vissero momenti importanti nelle terre della Val Bormida: nel 1796 dal Montenotte il primo spiccò il volo per la sua avventura di gloria; nel 1809 l'altro, suo prigioniero, scese a Millesimo dove pernottò tra le acclamazioni della folla, a dispetto della segretezza pretesa dai Francesi. Raggiunse poi Carcare e infine Savona, dove rimase, sempre in stato di cattività. Il passaggio del papa da Millesimo e Carcare fu l'ultimo grande evento della vicenda napoleonica per la Val Bormida: il Congresso di Vienna del 1815 consegnò le terre liguri ai Savoia.
La scomparsa dell'antica Repubblica e l'annessione al regno di Sardegna rappresentarono un fiero colpo per Genova, che lo accettò con molto malanimo. Ma anche i Valbormidesi non furono particolarmente gratificati dal nuovo quadro politico. Il ritardo tecnologico accumulato dalle attività artigianali, non più protette da privilegi, li espose a violente crisi economiche. A farne le spese furono soprattutto le vetrerie: dilaniata da lotte interne, l'antica Università dell'Arte Vitrea fu soppressa nel 1823 dal re Carlo Felice. Rimasero in funzione cinque forni che, svincolati da ogni remora statutaria, si danneggiarono a vicenda. In questo ambiente disgregato maturò l'idea di unire tutte le forze disponibili, dando vita, nel 1856, alla Società Artistico Vetraria, a struttura cooperativa. Il primo impianto utilizzato dalla SAV fu quello messo a disposizione dall'avvocato Pietro Lodi.
Lineare nel suo costante declino, rallentato solo dalla parentesi francese, fu la vicenda delle ferriere. La tecnica del basso fuoco catalana, ancora in uso, richiedeva quantità esorbitanti di legname, provocando gravi danni al patrimonio boschivo della valle. Posero un freno al depauperamento delle foreste le regie patenti di Carlo Alberto del 1833, che cercarono di salvaguardare le selve appenniniche imponendo pesanti vincoli burocratici. Il che, ovviamente, andò a influire in negativo sull'attività degli impianti industriali. La tecnica del basso fuoco, per di più, era stata già superata dagli Inglesi che adoperavano il coke. E proprio con gli Inglesi i Savoia stipularono, nel 1841, una convenzione che riduceva i dazi sull'importazione del ferro britannico. La mazzata definitiva giunse con la riforma doganale e l'adozione del libero scambio, volute dal ministero Cavour nel 1858.
Le scelte politiche sabaude erano state precorse dagli industriali del ferro. A Genova, i fratelli Balleydier impiantarono, nel 1832, una fonderia; vent'anni dopo l'inglese Taylor e il piemontese Prandi diedero vita a un grande impianto che prese il nome di Ansaldo; a Savona, il savoiardo Tardy e il tedesco Benech attrezzarono una ferriera, ma già a Ferrania era sorto, nel 1824, un modesto impianto per la lavorazione del minerale.
La drastica riduzione di consumo di legname ceduo trovò uno sbocco economico nella produzione di botti, barili e ceste. L'attività delle cesterie fu particolarmente vivace, così come l'esportazione di pali da vigna verso il Monferrato. L'agricoltura, dal canto suo, non ebbe particolari innovazioni, se si eccettua l'avvio della coltivazione della patata che avvenne verso la metà del secolo. Nella tenuta di Ferrania - cioè nelle terre dell'antico monastero - ereditata nel 1848 dai marchesi de Mari, si cominciarono a sperimentare tecniche di zootecnia e di rotazione dei coltivi. Questa agricoltura lenta a rinnovarsi dovette sopportare il peso maggiore dell'economia della valle. Una parte dell'onere ricadde sui mulini, le segherie, le attività estrattive (cave di calcare e di arenaria da costruzione a Rocchetta di Cairo, Millesimo e Biestro): i risultati di tutte queste attività si rivelarono peraltro assai limitati, avendo esse come destinazione il modesto mercato locale, quindi con scarse ripercussioni sulla situazione complessiva.
L'incremento demografico della prima parte del secolo aggravò lo stato di crisi: ebbe inizio il periodo dell'emigrazione. I Valbormidesi cercarono nel Nuovo Continente, novella terra promessa nei sogni del popolo, una speranza di miglioramento o un futuro meno amaro. Mete tradizionali dell'esodo: la California, l'Argentina e l'Uruguay. A peggiorare la situazione scoppiò nel 1888 una epidemia di colera e si verificò nel 1900 una disastrosa alluvione.
L'unità politico-amministrativa del territorio fece sentire i suoi benefici influssi verso la metà del XIX secolo. La grande via di trasporto sognata dal prefetto Chabrol si realizzò concretamente con la costruzione di una strada ferrata tra Savona e Torino e diramazione verso Acqui sull'importante nodo di San Giuseppe. L'inaugurazione dei due tronchi avvenne nel 1874 e segnò il passaggio a una nuova era. Sei anni dopo, proprio a ridosso della ferrovia, andò a coagularsi un'antica attività artigianale diffusa a Roccavignale e Cengio: la preparazione di polvere da sparo, fatta in piccoli laboratori sparsi, lasciò il posto a un impianto, pur se modesto, per la produzione della dinamite.
Se sul piano economico il XIX secolo segnò un periodo di decadenza, di ben diverso respiro furono le vicende culturali che caratterizzarono la vita valbormidese di quegli anni. Le idee portate dalla Rivoluzione avevano attecchito in particolare tra le classi più colte, ovunque si manifestavano segni di scontento e di rivolta, sempre domati dalle autorità. Dopo l'infelice esito dei moti piemontesi del 1821, gli esuli di Santorre di Santarosa trovarono ospitalità a Cairo grazie al capitano Celso Stallani e ai suoi amici. Il terreno propizio al risveglio patriottico fu preparato, in queste terre, dal Collegio delle Scuole Pie di Carcare, dal quale erano sempre usciti gli intellettuali e gli amministratori locali più preparati. Aperti alle idee di rinnovamento e di progresso, e accusati spesso di giansenismo dai Gesuiti, gli Scolopi si inserirono profondamente nello spirito innovatore del tempo, tanto da costituire in Carcare un autentico focolaio risorgimentale. Emersero due personaggi importanti: padre Gio Batta Garassini e padre Atanasio Canata. Garassini fu rettore del Collegio e della Provincia Ligure Scolopica; Canata, animato da grande passione civile, partecipò agli avvenimenti dell'epoca e divenne maestro di grande prestigio. Tra i suoi allievi spiccò Giuseppe Cesare Abba, patriota garibaldino e scrittore, che partecipò alla spedizione dei Mille. È tradizione comune che alcuni versi dell'inno composto da Goffredo Mameli, poi divenuto inno nazionale, siano stati aggiunti proprio dal Canata sull'opera dell'amico, ospite a Carcare. Dalle Scuole Pie uscì anche, nel 1824, un volume fondamentale: La Ragion della Lingua, in cui padre Domenico Maurizio Buccelli espose le linee principali di una riforma scolastica che influenzò poi la rifondazione dell'ordinamento didattico nello Stato sabaudo. In campo scientifico si distinse il calizzanese Filippo Ighina, precursore della ricerca archeologica, noto e stimato in Italia e all'estero, che dotò il Collegio di un grande Museo preistorico.
Grazie a questi uomini di cultura, la fama delle Scuole Pie di Carcare crebbe attirando allievi anche dalla classe borghese di Genova. Ernesto Rayper vi entrò nel 1849; tornò a Carcare verso il 1860 e con lui vennero Alfredo D'Andrade, portoghese, Serafino De Avendano, spagnolo, il genovese Tammar Luxoro e tanti altri. Tra il verde delle campagne essi fecero nascere il movimento pittorico della "Scuola Grigia", che portò all'Esposizione di Parigi del 1867 Paese sulla Bormida del D'Andrade.
Il fermento culturale fece approdare a Carcare un altro protagonista del suo tempo: Anton Giulio Barrili, giornalista e romanziere, legato a Garibaldi da antica amicizia ed eletto deputato alla Camera nel 1866. Da lui e dagli altri che abbiamo nominato venne influenzata la vita sociale in ogni campo: così nacque a Cairo, nel 1861, propugnata e voluta da Abba, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, cui si ispirò, nel 1885, la gente di Millesimo per dar vita alla Società Operaia Agricola di Mutuo Soccorso. Uomini della Val Bormida parteciparono inoltre alle imprese garibaldine.
Tanta vivacità culturale fece da prologo a una vicenda storica che doveva trovare terreno fertile, nel Novecento, per la rinascita economica della valle. Le premesse erano date soprattutto dalla realizzazione della ferrovia: nelle grandi piane del fondovalle, utilizzate in passato per l'agricoltura e attraversate ora dai binari della Torino-Savona, si installò un'attività industriale dai caratteri prettamente moderni, quella delle trasformazioni chimiche.