I boschi del savonese Capitolo II

Storia

A. CAMIA

Il processo millenario che ha dato origine ai boschi che oggi troviamo nel territorio della Provincia inizia con la genesi dell'assetto geografico attuale, con la formazione della catena alpina e la definizione delle linee di costa così come le conosciamo attualmente. Circa 30 milioni di anni fa, nel terziario, verso la fine del quale si verificarono le trasformazioni cui ebbe origine la conformazione geografica attuale del territorio, le specie presenti erano del tutto diverse da quelle di oggi, e la vegetazione europea in generale era costituita da una grande varietà di specie di tipo tropicale.

Verso il quaternario si assistette ad un generale raffreddamento della terra che portò alla scomparsa delle specie tropicali dall'Europa. Nel pleistocene (inizio del quaternario, 2 milioni di anni fa) si verificarono quindi cinque glaciazioni intervallate da altrettanti lunghi periodi interglaciali. È in questo periodo (durato fino a circa 15 mila anni fa) che la complessità, la varietà e la ricchezza biologica della catena alpina ligure vennero a differenziarsi. L'alternanza delle fasi glaciali e interglaciali determinarono infatti continui spostamenti dei popolamenti vegetali in senso nord-sud e il settore delle Alpi Marittime, non essendo interessato in modo diretto dalle lingue glaciali, consentì a queste zone di costituire una sorta di "rifugio" per molte specie.

Nel periodo postglaciale si susseguirono diverse fasi, con oscillazioni e generale aumento di temperature e variazioni nelle precipitazioni, fino ad una condizione di optimum climatico, collocabile grosso modo intorno a 7-8 mila anni fa, in cui la temperatura era leggermente superiore a quella odierna e l'attuale territorio italiano era coperto in buona parte da foreste. Nella Provincia di Savona le aree prative erano limitate alle spiagge ed ai ristretti lembi con terreno non consolidato, mentre formazioni arbustive prevalevano in aree di crinale più esposte agli eventi meteorici. La fascia costiera bassa era occupata da boschi di sclerofille sempreverdi. Più in alto, sempre sul versante tirrenico ma anche nelle stazioni più calde del versante padano, vi era il predominio dei boschi misti di caducifoglie delle latifoglie termofile. La restante parte del versante padano era invece coperta da boschi misti di latifoglie mesofile. Le querce (leccio, roverella e rovere) ed il faggio erano i protagonisti delle foreste che coprivano interamente il Savonese.

Con la comparsa dell'uomo ha inizio, prima gradualmente poi via via intensificandosi, l'opera di trasformazione del paesaggio, scandita dalle principali tappe della storia dell'uomo stesso, parallelamente alle quali si sono anche gradualmente modificati i rapporti della società umana con il bosco.

Nelle società più primitive l'uomo era dedito prevalentemente alla caccia ed alla raccolta di alimenti e materiali che si potevano trovare nell'ambiente. Le interazioni erano pertanto limitate al prelievo di frutti, radici, legna per cuocere i cibi o per riscaldarsi, oppure per costruire ripari e utensili.

Successivamente nel neolitico, a partire da circa 7 mila anni fa, passando ad una società pastorale e agricola, l'uomo iniziò ad operare dei disboscamenti, utilizzando spesso il fuoco come strumento per eliminare i soprassuoli arborei, per dare spazio agli animali al pascolo o alle coltivazioni. Inizialmente si è trattato di una forma di utilizzazione itinerante, con l'abbandono successivo di terreni messi a coltura quando diminuivano di fertilità.

Queste attività determinarono le prime grosse contrazioni delle superfici boscate con modificazioni nel paesaggio disperse a mosaico. I terreni abbandonati venivano invasi da specie pioniere ovvero da una vegetazione secondaria, di cui la macchia mediterranea, che si è affermata in zone precedentemente occupate da querceti, è un esempio.

Con l'arrivo dell'età del bronzo aumenta poi ulteriormente la richiesta di legna combustibile che serviva ora per la lavorazione dei metalli e la cottura della ceramica. Per un lungo periodo procede dunque in questi termini una lenta ma inesorabile riduzione della superficie boscata.

Con lo sfruttamento dei boschi si evolve gradualmente anche la consapevolezza dell'importanza di non forzare gli equilibri della natura . Razionalizzando le attività di utilizzazione dei boschi è possibile soddisfare le esigenze di legno in forma continuativa. Dall'arte dello sfruttare la risorsa boschiva assicurandone nel contempo la rinnovazione, nel rispetto quindi degli equilibri naturali, prenderà origine la selvicoltura di cui si tratterà in un capitolo apposito.

L'attività umana sulle foreste del Savonese prende poi un'impronta decisiva nell'età del ferro e in epoca romana. È in quest'epoca che pare vengano introdotti in Liguria il castagno ed il nocciolo.

Tuttavia all'epoca dei Liguri, primi abitanti della regione, appartenenti ad un ceppo etnico che si estendeva dalla Francia fino alla Pianura padana, l'economia delle zone litoranee era in buona parte impostata sul mare. La zona costiera compresa tra i torrenti Pora (Finale Ligure) e Lerone (Arenzano) e il relativo entroterra fino allo spartiacque delle Alpi Marittime e dell'Appennino verso i comuni di Altare, Ferrania e Sassello, nonché l'Alta Valle Tanaro costituiscono una zona che geograficamente e storicamente possiamo considerare omogenea . In questa zona abitava una delle tribù liguri, quella dei Sabazi.

L'economia di tipo marittimo che ha caratterizzato le popolazioni fin dalle origini, ha determinato anche in epoche successive un'ulteriore motivo di interazione dell'uomo con il bosco. In epoca romana infatti la Liguria esportava, tra le altre merci, anche legname che doveva essere utilizzato per costruzioni navali.

Inoltre è in quest'epoca che l'uomo ha introdotto elementi di modificazione del paesaggio che oggi sembrano far parte da sempre del territorio Savonese. Infatti nel periodo di Augusto i vigneti erano già discretamente diffusi, anche se decisamente più scarsa era la presenza degli oliveti.

Nei secoli X e XI con l'aumento demografico si ebbe un proporzionale aumento delle terre coltivate che si estendevano ovviamente a scapito dei boschi . A partire dal XII secolo l'esigenza di costruire case e il fervere delle attività cantieristiche facevano ulteriormente incrementare la richiesta di legname da opera.

Nel XIII secolo nei bassi versanti della Riviera di Ponente venivano ulteriormente diffusi vite ed olivo, mentre alle medie quote il castagno da frutto era coltivato per il prezioso apporto alimentare. Alle quote superiori e nell'interno delle valli più impervie la transumanza del bestiame, particolarmente ovini e caprini, consentiva lo sfruttamento della produzione foraggiera.

Nel 1528 Savona si sottomette alla repubblica marinara di Genova. In questo periodo l'attività cantieristica era molto florida sia a Savona che in altre località della Provincia . Già nel Medioevo furono sfruttate delle zone forestali tra Sassello e Varazze (per i cantieri di Varazze e Genova) e a monte di Savona (Noli e Finale) . L'utilizzazione dei boschi a fini cantieristici è poi continuata nei secoli successivi in tutta la fascia montana tra Tiglieto e Sassello, sia per i cantieri di Savona, che per quelli di Albenga e Alassio. Nei dintorni di Savona le utilizzazioni venivano effettuate anche per rispondere alle richieste delle vetrerie sorte tra Altare, Osiglia e Calizzano.

Considerando l'attività cantieristica, sembra che la Riviera di Ponente abbia fornito maggiori quantitativi di legname che non quella di Levante: è però difficile stabilire se questo fatto sia dipeso da maggiori disponibilità di legname o non piuttosto da facilitazioni nel trasporto, disponibilità di maestranze, regimi di proprietà, attività artigianali ecc.

Per quel che riguarda le specie di legname richieste, si trovano esplicitamente menzionate le seguenti, ordinate secondo importanza decrescente: rovere, pino, larice e abete (rispettivamente per l'ossatura e per gli alberi, ma entrambe non dal Savonese), faggio (per le sovrastrutture ed i remi), olmo, olivo, noce, Carpino e cerro (quest'ultimo a quel tempo più frequente, soprattutto ad alto fusto, di quanto non sia oggigiorno). Il cerro in realtà non era molto utilizzato, e in alcuni documenti che riportano la descrizione della costruzione delle navi si raccomanda di non usare tale specie. Dopo il periodo napoleonico, durante il quale i cantieri della Provincia di Savona si occuparono della costruzione di imbarcazioni piuttosto modeste, l'industria cantieristica si riprese seppur lentamente. Il Comune tra l'altro conferiva ai costruttori premi in danaro e facilitazioni nel trasporto del legname dall'entroterra.

Alcuni documenti di archivio citano svariati boschi dai quali proveniva il rifornimento di materiale legnoso destinato ai cantieri. Uno dei più noti è sicuramente il Bosco di Savona, soprannominato "il grande nemus". Per l'importanza storica e culturale che il Bosco riveste si illustreranno nella seconda parte del capitolo alcuni momenti essenziali della sua storia.

Lo sviluppo industriale del '700, con la nascita di vetrerie e fonderie costruite in loco per evitare gli onerosi costi di trasporto del legname, fu causa di distruzione ulteriore per i boschi della Provincia.

Continuò inoltre in questo periodo la massiccia opera di disboscamento dei terreni di montagna per la loro messa a coltura, acuita dal contesto economico liberista del momento storico. Ed è ancora nel corso del XVIII secolo che inizia a farsi strada la consapevolezza del problema forestale, del dissesto idrogeologico e delle problematiche economiche che lo sfruttamento eccessivo ed i disboscamenti possono provocare.

Dopo la costituzione dello Stato unitario venne emanata, nel 1877, una legge forestale a tutela del bosco con finalità di protezione idrogeologica dei versanti, mediante un vincolo applicato ai boschi posti al di sopra del limite di diffusione del castagno. Naturalmente questo non impedì il dissodamento dei terreni al di sotto di tale limite, che subirono ulteriori attacchi per l'aumento demografico ed il fiorire di economie rurali locali, ma anche a causa dello sviluppo sempre più imponente della rete ferroviaria.

All'inizio del nostro secolo due momenti ridussero notevolmente il tasso di erosione delle superfici buscate: la costituzione del Demanio forestale dello Stato nel 1910 e la legge sul vincolo idrogeologico del 1923 (R. D . L. 3267/23) che pose ulteriori restrizioni rispetto alla precedente.

Si rafforzò quindi in modo definitivo l'opera di rimboschimento dei terreni denudati, iniziata già sul finire del XIX secolo, con un culmine tra le due guerre e una ripresa quindi nel secondo dopoguerra. Tuttavia i rimboschimenti furono appena sufficienti a compensare i dissodamenti che pur continuarono anche a causa dei due periodi bellici.

A partire dalla metà del secolo lo sviluppo industriale determina fondamentali cambiamenti nell'economia e nella società, che portano allo spopolamento delle aree rurali e ad un rapporto del tutto diverso dell'uomo con il bosco. I combustibili utilizzati non sono più la legna ed il carbone, le castagne non costituiscono più un'importante risorsa alimentare, i pascoli e i campi abbandonati lasciano spazio alla riconquista del territorio da parte del bosco, mentre proseguono i rimboschimenti.

Si deve rilevare che i cambiamenti indotti nell'assetto territoriale dall'abbandono del secolare presidio umano nelle zone montane, passano in qualche caso attraverso fasi di transizione che devono essere attentamente valutate e spesso accompagnate da interventi, per prevenire il verificarsi di eventi catastrofici.

Oggi dunque più che mai è importante una gestione del patrimonio forestale che non deve essere lasciato a se stesso ma seguito e assecondato nella sua naturale evoluzione. Un esempio di ciò che può conseguire all'interruzione della coltivazione dei boschi della Provincia, sostanzialmente tutti plasmati dall'uomo in passato, è la condizione in cui versano oggi molti terrazzamenti, che in tutta la Liguria hanno permesso di sfruttare anche i versanti più acclivi; infatti quando lasciati a se stessi i terrazzi vanno incontro a forme di degrado non auspicabili per le conseguenze che talvolta ne possono derivare.

A questo si deve aggiungere che attualmente il bosco, minacciato dall'edilizia spregiudicata, dal turismo intensivo, dagli incendi e dall'inquinamento atmosferico, è diventato motivo di tutela per le numerose funzioni ed utilità che vengono ad esso riconosciute nel mutato contesto socio-economico: produzione legnosa, difesa del suolo, regimazione delle acque, conservazione della natura, paesaggio, ricreazione, fauna, qualità dell'aria ed altre ancora.

Il Bosco di Savona

Il Bosco di Savona, situato alle spalle della città, occupa un territorio piuttosto esteso, che è stato oggetto di profonde trasformazioni nel corso dei secoli. In origine era infatti una formazione forestale pressoché continua (suddivisa nei due settori: "di Cadibona" e "delle Tagliate"), che si estendeva dalla periferia della città, sino al passo di Altare ed alle Traversine (nei pressi di Cairo). Ad est confinava con il bosco di Albissola, ad ovest con quello di Quiliano, Vezzi e Segno.

Nel XII secolo misurava "dieci miglia per sei" ed era regolato da norme che vennero poi codificate negli statuti del 1345 e dell'inizio del Quattrocento. Ad esempio gli addetti alla vigilanza del Bosco avevano la facoltà di agire a loro arbitrio nei confronti di chi era sorpreso a svolgere attività non permesse . L'ufficiale responsabile del Bosco era tenuto a controllare che solo i "maestri d'ascia" e i "bottari" prelevassero legname. L'accesso era negato ai forestieri che venivano multati se sorpresi ad asportare legna. Molte regole erano quindi volte alla conservazione del Bosco e tra queste diverse riguardavano anche la protezione dagli incendi.

Nel 1179 i Marchesi di Savona, fino a quel momento proprietari del Bosco, iniziarono le trattative con il Comune di Savona per la vendita di parte della loro proprietà. A poco a poco la città riuscì a venir meno al rapporto di feudalità che la legava ai nobili, acquistando i diritti d'uso del bosco. In pochi anni anche le regalie, le giurisdizioni, i possessi e i beni territoriali vennero annessi al comune. L'atto che pose fine alla signoria dei Marchesi sul territorio di Savona risale al 1192. A partire da questa data il Bosco di Savona rimase sotto l'amministrazione del Comune. La copertura arborea rimase intatta per i primi decenni seguenti il riscatto, mentre nei secoli seguenti ed in particolar modo nel 1500, finì con l'essere notevolmente ridotta.

Già a partire dal XIII secolo il Bosco è stato motivo di contrasti tra l'abitato di Quiliano (che voleva espanderlo sul suo territorio) e la città di Savona (che invece voleva garantirsi un approvvigionamento per i suoi cantieri). All'interno di questi contrasti si era inserita anche Genova che tentava di delegittimare la proprietà del Bosco ai savonesi.

Con la capitolazione del Comune di Savona nel 1528, anche il controllo del Bosco passa alla Repubblica di Genova. Negli anni che seguirono Savona tentò invano di strappare il predominio sul Bosco alla Repubblica genovese, per soddisfare la richiesta di legname da parte dei cantieri navali in ripresa.

Già sotto l'amministrazione del Comune di Savona nel XV secolo, veniva praticata nel Bosco una politica di enfiteusi (concessione temporanea di un terreno in cambio del miglioramento del fondo) che consentiva di ottenere un reddito dal bosco e con temporaneamente ne garantiva la conservazione. Questo tipo di politica, apparentemente molto efficiente, si rivelò in realtà dannoso per il patrimonio boschivo che era sottoposto ad abusi. Cominciò così un progressivo regresso del bosco corrispondente al fervere delle attività agricole. Tagli intensi e non autorizzati, furti e incendi devastarono il soprassuolo. Inutili furono gli interventi legislativi del 1601 tra cui la proibizione del pascolo caprino, anche perché questa non era rivolta ai titolari di enfiteusi. Venne allora attuata una politica che tendeva a privatizzare alcune zone del Bosco e che favoriva la costituzione di fondi agricoli. A cittadini privati, ordini religiosi o pie congregazioni venivano cioè concesse in enfiteusi terre pubbliche sulle quali si sarebbero costituite "massarie" (cascine) e "massaritii" (cascinali).

In realtà fino a quando il Bosco di Savona rimase sotto la protezione del Comune questa politica non venne mai attuata in modo massiccio. Le cose cambiarono invece quando l'amministrazione del patrimonio boschivo passò a Genova.

L'applicazione estensiva della politica di "privatizzazione" di sempre maggiori superfici del Bosco, lo trasformò fino a farlo divenire all'inizio del 1700 una zona sostanzialmente agricola e ormai controllata quasi esclusivamente da famiglie nobili e opere religiose. Queste erano infatti le uniche beneficiarie delle concessioni in enfiteusi nel periodo della Repubblica. Pertanto, nonostante l'estensione del Bosco fosse ulteriormente aumentata nel 1700, le sue condizioni erano decisamente scadenti e per circa un secolo non migliorarono.

Nel 1807 il Savonese passò sotto il dominio francese . Savona continuò invano nel tentativo di riavere la proprietà del Bosco, anche negli anni seguenti al periodo di annessione alla Francia. Tuttavia il Bosco di Savona diventò "bosco imperiale" e l'amministrazione francese non ne concesse altro che i diritti d'uso. In questo periodo il prefetto di Provincia Chabrol si occupò di emanare nuove norme di regolamentazione dei tagli, di impiantare un vivaio, di allestire le alberature stradali, e di effettuare la sistemazione idraulica dei torrenti.

Dopo il 1815 il Bosco di Savona passò in proprietà all'Amministrazione Regia. Nel 1843 Il Comune intraprese quindi una battaglia legale che terminò con il riconoscimento della proprietà del Bosco al Demanio. Erano così definitivamente terminati i retaggi del diritto d'uso e dell'enfiteusi.

Negli ultimi anni la foresta è entrata a far parte del Demanio forestale regionale.