I boschi del savonese Capitolo VI

Gestione forestale e fauna

G. BOVIO

Molti animali selvatici vivono nei boschi della Provincia di Savona. Tra i mammiferi segnalati, meritano di essere ricordati la donnola, la faina, la puzzola, il riccio, lo scoiattolo, il tasso, la volpe, ed alcuni importanti ungulati quali il capriolo, il daino, il cinghiale.

Tutte queste specie, interferiscono con l'ambiente e in modo particolare con il bosco. Tuttavia queste interferenze sono assai diverse. Infatti alcune specie sono degli abitanti assai discreti e, siano in proporzione corretta o no con l'ambiente, sono appena osservabili. Altre specie interferiscono molto più pesantemente col bosco in cui trovano alimentazione e rifugio; in questi casi un numero eccessivo causa danni.

Spesso sono difficili gli interventi per regolare le popolazioni di questi animali salvo intervenire con il prelievo venatorio.

Esso agisce sulle popolazioni secondo piani di abbattimento che, se pur complessi e corretti, possono solo ottenere l'eliminazione di un preciso numero di capi in caso di densità eccessiva.

In caso di popolazione inferiore al desiderato si può contenere o evitare il prelievo in attesa che questa possa accrescersi. Questa forma di regolazione è però molto primitiva poiché, stabilito un livello numerico e di composizione della popolazione animale, si opera solo eliminando o no degli individui. La regolazione più completa e corretta è invece ottenibile realizzando un ambiente adatto ad ospitare gli animali selvatici in modo equilibrato con la variazione del paesaggio forestale causato dall'uomo.

Per regolare correttamente l'ambiente secondo le esigenze degli animali, in molti casi, sarebbero necessarie più conoscenze, soprattutto sulle esigenze alimentari nelle differenti stagioni dell'anno e sulle influenze della variazione delle differenti coperture forestali.

Per un numero limitato di specie è disponibile un numero maggiore di conoscenze. In modo particolare per gli ungulati selvatici si hanno molte informazioni sulle loro abitudini. Forse le conoscenze sono ampie poiché questi animali hanno destato l'interesse interferendo più di altri con il bosco, che possono anche danneggiare notevolmente, se la loro concentrazione supera limiti ottimali. Inoltre per questi animali vie maggiore tradizione venatoria e sono anche possibili interventi per favorirne l'inserimento.

Oggi l'assestatore tende a realizzare tutta la gestione assestamentale prevedendo interventi che aumentino la capacità della foresta ad ospitare animali selvatici. Questi interventi si possono fare alla condizione di conoscere le esigenze delle varie specie animali nel tempo e nello spazio e di avere la concreta possibilità di adattare le condizioni del bosco per soddisfare le esigenze animali: le loro abitudini e la stessa possibilità di vita sono condizionate dagli interventi forestali.

Nell'ambito della gestione assestamentale si devono maturare delle scelte che potranno essere messe in atto nel periodo di validità del piano che di solito è di 10 anni. In primo luogo è importante assicurare con la scelta delle specie che compongono il bosco una produzione di frutti e semi il più costante possibile. Il ceduo è la copertura più capace di soddisfare le esigenze degli ungulati selvatici. In modo particolare il ceduo composto (in cui coesiste ceduo e fustaia come descritto nel capitolo Selvicoltura) offre, con lo strato ceduo, una costante produzione di foraggi legata ai turni brevi in corrispondenza dei quali si elimina la copertura legnosa e si ha illuminazione al suolo; così vi è un notevole sviluppo di cespugliame fonte di alimento. Contemporaneamente, allo scadere del turno, rimane la fustaia sopra il ceduo e si garantisce così la produzione dei semi, come ghiande e castagne, che sono alimenti preziosi per gli ungulati.

Si può affermare che il ceduo composto è il bosco ideale poiché è permeabile alla luce in senso verticale, e consente lo sviluppo delle erbe, ma contemporaneamente è opaco alla visibilità in senso orizzontale

Questa caratteristica è assai importante per realizzare la cosiddetta copertura ali sicurezza", cioè quell'ambiente che permette agli animali di nascondersi e rifugiarsi dai disturbi che per la grande maggioranza sono di natura antropica.

Il bisogno di rifugio di sicurezza varia a seconda delle specie, dell'età e del sesso. Inoltre l'assuefazione al disturbo, specialmente antropico varia. Quindi definire sul territorio le zone dove gli animali si possono sentire sicuri è complicato

Per avere un'idea di larga massima, ci si può riferire alla definizione di struttura vegetale di sicurezza intesa come la vegetazione capace di nascondere il 90% degli ungulati alla distanza di 60 metri.

Negli interventi di assestamento forestale si deve prevedere la distribuzione uniforme di zone boscate capaci di offrire rifugio di sicurezza, in modo tale da essere raggiunte senza eccessivo spostamento. Questo vale soprattutto in prossimità di vie di comunicazione o in zone con elevata fruizione turistica.

Questo aspetto è più importante di quanto non possa apparire, poiché gli ungulati hanno come sola forma di difesa la fuga; quindi se messi in stato di allarme si rifugiano nel luogo più vicino che può offrire riparo.

Nel bosco molto permeabile alla vista, in senso orizzontale gli animali spaventati da un disturbo percorrono distanze assai maggiori di quanto non facciano in un bosco fitto prima di ritornare alla situazione di calma. Se il disturbo è frequente gli animali sono costretti ad un dispendio energetico più elevato rispetto allo stato di tranquillità e quindi dovranno alimentarsi di più. Ciò comporta che, specialmente quando la popolazione è numerosa, possano esserci carenze alimentari poiché saranno contesi i vegetali più appetiti. Gli animali così rivolgono la loro attenzione alla copertura arborea e soprattutto alla rinnovazione che talora danneggiano pesantemente. Il soprassuolo quindi invecchia e avanzano i presupposti per avere in futuro un bosco assai scadente e incapace di ospitare la popolazione animale.

Quando si assesta un bosco si terrà quindi conto delle copertura di sicurezza che se realizzata in modo ideale ostacolerà l'osservazione degli animali. Per contro dove si ritiene opportuno, per scopi ricreativi, facilitare l'osservazione è opportuno prevedere apposite strutture. Si tratta di realizzare semplici e poco costosi punti di avvistamento dove gli osservatori possono spaziare con lo sguardo su radure, rimanendo coperti dalla vista degli animali. Sarà cura dell'assestatore realizzare le condizione per facilitare l'avvistamento scegliendo luoghi frequentati dagli animali. Ad esempio se si desidera osservare il capriolo si dovrà ricordare che la sua vista è poco sviluppata ma l'olfatto e l'udito sono sensibilissimi.

Sempre con l'assestamento si dovrà proporre una ripartizione sul territorio delle particelle con caratteristiche del bosco adatte a soddisfare gli animali.

Se non vi sarà una corretta distribuzione delle aree che forniscono l'alimentazione e di quelle per il rifugio, l'idoneità dell'area ad ospitare specie animali sarà scarsa. Questa capacità del territorio sarà espressa dalla probabilità di sopravvivenza e dal successo riproduttivo che può offrire agli animali che lo abitano.

Essi per loro natura usano il territorio in cui vivono abitualmente in modo discontinuo; ciò significa che passano grande parte del loro tempo in precise località e solo meno frequentemente si spostano. Al di fuori del loro territorio abituale non vanno che eccezionalmente.

Sarà il susseguirsi dei tagli e delle cure Selvi colturali che imprimeranno caratteri da attirare o respingere gli animali selvatici. Quindi a fronte di interventi corretti si potranno ampliare le possibilità di vita e di distribuzione sul territorio degli animali; con interventi errati invece si esaspererà la concentrazione solo in alcune zone.

Consegue la necessità di definire che cosa si intenda per densità. Essa può essere intesa come il numero di animali per unità di superficie, in equilibrio con la biocenosi. Può altresì essere definita come un numero di animali compatibile, per unità di superficie, con le produzioni agricolo forestali.

Le due definizioni sottendono concetti assai differenti, infatti la prima ipotizza che gli animali possano vivere senza danneggiare le produzioni agricole e forestali di cui invece si preoccupa la seconda.

Quando gli animali danneggiano si deve fare una scelta sacrificando o gli animali stessi o i prodotti (agrari o forestali).

Questa alternativa si presenta però per determinate specie animali, dove vi sono attività economiche concrete e dove l'agricoltura è praticata. Ad es. il cinghiale può essere molto dannoso per l'agricoltura (non per il bosco) mentre il capriolo assai poco. Dove l'agricoltura è marginale e dove i boschi sono in abbandono è invece opportuno fare riferimento ad un concetto di densità di tipo ambientale. Cioè si considera buona una densità di animali che non disturbi l'equilibrio con la componente vegetale brucandone alcune specie particolarmente appetite.

Nella pianificazione forestale però si dovranno considerare gli eventuali danni solo in funzione degli obiettivi che si vogliono raggiungere e nell'ottica dell'intero comprensorio; quindi saranno poco importanti piccoli danni concentrati.

Quanto espresso si può mettere in relazione sostanzialmente a tre differenti obiettivi raggiungibili con interventi assestamentali. Il primo privilegia l'approccio faunistico e tende a gestire il bosco solo per ospitare fauna, quindi accetta una densità che trova il suo limite superiore solo nell'instaurarsi di fattori di regolazione interna alla popolazione animale, come il sorgere di malattie, il calo della fertilità ecc.

Il secondo considera l'aspetto economico mettendo in rapporto la presenza di animali alla possibilità di ottenere prodotti agrari e forestali.

Il terzo tende ad ottenere una densità compatibile sia con la copertura vegetale, sia con altre specie animali e più in generale con tutte le attività umane.

Indipendentemente dall'obiettivo scelto, è importante definire la capacità alimentare del territorio nei confronti delle specie animali che lo abitano. Questa caratteristica territoriale si deve considerare per l'anno più sfavorevole in cui il consumo della vegetazione non dovrebbe causare danni all'ambiente. La valutazione si può fare in modo sintetico o analitico. Nel secondo caso si considerano separatamente gli strati: le erbe che danno gran parte del foraggio, gli arbusti produttori di semi e frutti, gli alberi sia per l'apporto di biomassa brucabile all'altezza degli animali sia per la produzione di semi e frutti che cadono. Si aggiunge lo strato della rinnovazione rappresentato da alberi in età giovanile di altezza inferiore a 2 m che crescendo possono fare parte della composizione del bosco. Di ognuno degli strati si valuterà l'apporto in termini di quantità e di qualità alimentare. Le informazioni assunte serviranno per favorire o migliorare la possibilità del territorio di fornire alimenti, evitando così il brucamento di una sola specie vegetale.

Gli ambienti caratterizzati da grande varietà di specie vegetali, devono essere mantenuti il più possibile; in modo particolare le zone di confine tra bosco e pascolo, e quelle di transizione tra un ambiente e l'altro. Inoltre sarà anche assai utile distribuire uniformemente la vegetazione arbustiva. Nei rimboschimenti sarà opportuno prevedere l'impianto di specie con foglie, frutti e semi apprezzati dagli animali come l'evonimo, il salice, il sorbo, il baimbuco, scegliendo quelli adatti all'am

In termini di gestione dei cedui sarà opportuno prevedere, se possibile, un accorciamento dei turni per avere più frequentemente distribuiti sul territorio i giovani ricacci delle ceppaie e la crescita di arbusti per il primi anni dopo il taglio. Gli ungulati di cui si occupano i forestali sono numerosi: tra questi i più diffusi in Provincia di Savona sono, come già detto, il capriolo, il cinghiale, il daino. Essi verranno descritti nelle loro caratteristiche principali.

Il capriolo

E' un cervide probabilmente estinto in Liguria nel 1600. La sua scomparsa fu causata dalla caccia, svolta con i cani da seguito, senza regolamentazioni.

Fu recentemente introdotto nei boschi di Montenotte. Nel 1952 furono rilasciati 3 femmine e 1 maschio provenienti dall'ex Jugoslavia. Nel 1959 vennero introdotti altri esemplari dall'ex Jugoslavia, mentre nel 1974 ne vennero introdotti altri 6 dal Trentino. La riproduzione fu pronta e veloce; già negli anni '60 vi era una popolazione consistente, favorita dall'ambiente boschivo dell'entroterra savonese, caratterizzato dal ceduo di querce caducifoglie e di castagno.

Il capriolo oggi, nella parte centrale della Val Bormida, ha una densità stimata di 10 capi ogni 100 ha (buoni valori in un comprensorio forestale variano da 8 a 12 capi/ha) ed è in espansione come in molte altre realtà italiane ed europee. Ciò rappresenta un vantaggio, collegato però all'aspetto negativo dell'inquinamento genetico, come già si è verificato in molti luoghi con l'introduzione di provenienze centro-europee o alpine venute a contatto con piccoli nuclei autoctoni degli Appennini.

Il capriolo ha corpo slanciato, è alto al garrese tra 55 e 75 cm e, contrariamente a molte altre specie, i maschi e le femmine hanno pari altezza. E' più alto al groppone che al garrese, caratteristica che gli conferisce un aspetto inconfondibile . Gli arti sono sottili e lunghi, la testa corta con orecchie e occhi molto grandi; la coda ridottissima. Fino a due mesi di età ha mantello scuro con una macchiettatura bianca sui fianchi, caratteristica di tutti i cervidi. La dentatura definitiva si forma solo ad un anno compiuto.

Da adulto presenta, d'estate, mantello rossiccia giallo che, d'inverno, tende al grigio. In tutte le stagioni ha lo specchio anale completamente candido. Questa caratteristica gli conferisce elevato mimetismo su terreno con chiazze di neve.

Solo i maschi, a un anno di solito, hanno corna sirnmetriche, senza diramazioni; a due anni normalmente il palco ha già tre cime. Tutto il corno nel massimo sviluppo dell'età adulta (tra i 5 e i 9 anni), può avere lunghezza da 18 a 25 cm. Le corna vengono sostituite tutti gli anni: cadono in autunno ed inizia subito la ricrescita cosicché a febbraio di solito sono completamente riformate. Il capriolo vive in piccoli gruppi familiari poco numerosi; le femmine con i piccoli formano gruppetti cui possono talvolta aggregarsi alcuni maschi. Di solito si incontrano 3-6 individui. I maschi stanno spesso anche soli, e in primavera nel periodo degli amori instaurano un rapporto gerarchico tra loro. In questa fase divengono territoriali e difendono la loro area da tutti i maschi adulti . Questi talvolta sono tollerati alla condizione che siano sottomessi e usino il territorio in tempo e spazio diversi. Il territorio è di solito compreso tra 10 e 20 ha e viene marcato con il secreto di ghiandole interdigitali e facciali. Quest'area è solo una frazione di quella sulla quale di solito il capriolo passa la maggiore parte della sua vita che è compresa tra gli 80 e 100 ha. Terminata la fase degli amori il carattere territoriale svanisce e i maschi riprendono la vita in gruppetti fino alla prossima primavera. Il comportamento territoriale del maschio inizia solo a 3 anni.

Il capriolo è assai sensibile alle condizioni ambientali: infatti richiede buona alimentazione che può cercare sia in pianura che in collina, così come in montagna. Non teme il freddo mentre è ostacolato dalla neve alta, nella quale si muove con difficoltà. Può essere disturbato dalla presenza di daini e cinghiali se in elevata densità. La volpe e i cani randagi possono predare i piccoli e gli individui ammalati o vecchi.

Il capriolo è un ruminante e alterna nella giornata numerosi periodi di riposo e di ricerca di cibo. Infatti ha uno stomaco piccolo e necessita di alimenti di elevata qualità, quindi non si comporta come altri ungulati che possono assumere anche grandi quantità di vegetali grezzi. Si alimenta di foglie di alberi e di erbe tra le quali sceglie alcune graminacee ma soprattutto le leguminose . Per questo motivo il capriolo si avvicina molto sovente alle coltivazioni, specialmente di erba medica, di cui si ciba comunque con discrezione; infatti solo una frazione relativamente limitata della sua alimentazione è a base di erbe. Apprezza molto i mirtilli, la calluna e il rovo senza essere ostacolato dalle spine.

L'alimentazione inoltre varia in funzione della completezza alimentare offerta dall'ambiente. Infatti se vi sono alcune specie cespugliose selvatiche che gradisce, se ne ciba senza cercare altro. Per contro se non trova modo di soddisfare la sua dieta si rivolge anche alla rinnovazione del bosco, consumando le giovani piantine e causando così danni. Infatti viene a mancare la possibilità di sostituire con giovani individui le piante mature da tagliare o morte per vecchiaia.

Valutare il danno causabile dal capriolo è assai importante per la gestione forestale, si potrà evitarlo predisponendo le condizioni ambientali per ottenere la migliore densità di animali per unità di superficie buscata. Di regola si sostiene che il danno del capriolo alla rinnovazione è proporzionale al numero di capi; questo è vero in caso di un numero assai elevato.

Tuttavia non si possono fare generalizzazioni ma la stima va fatta caso per caso: infatti se in alcuni luoghi si riscontrano danni, in altri, a parità di densità di animali, non ve ne sono affatto. La spiegazione sta nella capacità del territorio di offrire un'alimentazione varia ed appetita. Infatti dove il bosco assume differenti connotazioni, ed è formato da molte specie, alberi di varie età, offrendo così quantità e qualità di foraggi utilizzabili, non vi sono danni anche se la densità sale a livelli elevati.

L'ambiente forestale ideale per il capriolo è assai diffuso in Provincia di Savona, ed è rappresentato dall'alternarsi di aree con bosco rado con altre di cespugliame fitto coltivi alternati ai cedui. Molto apprezzato è il castagneto sia da frutto sia ceduo per le numerose ottime foraggere. Non sono apprezzate invece le zone umide.

I boschi di conifere sono variamente ospitali in funzione della copertura delle chiome. Se queste sono dense non permettono lo sviluppo di foraggere e quindi non vi sono risorse alimentari. I rimboschimenti di conifere sono un ambiente non apprezzato poiché con il crescere delle chiome, via via diminuisce l'offerta alimentare. Quindi, specialmente in rimboschimenti vasti, la situazione tende a divenire sempre più difficile con il passare del tempo.

La fustaia di faggio per il suo sottobosco, da limitatissimo a nullo, è assai inospitale e ai fini alimentari può essere considerata un vero deserto.

Quindi si deve valutare con attenzione la tendenza a diffondere la conversione del ceduo di faggio in fustaia perché si estende un ambiente inospitale per il capriolo (e anche per altri ungulati) obbligandolo a riparare altrove e a concentrarsi in luoghi con fonti alimentari adeguate.

Anche il ceduo di faggio è pessimo per fornire alimenti ma solo quando è maturo, mentre subito dopo il taglio eleva la quantità di sostanza foraggera.

Per potere fare migliori confronti si ricorda che mediamente un ceduo di quercia può dare più di 120 kg/ha di sostanza verde pascolabile dal capriolo. Un ceduo di faggio alla maturità ne fornisce solo 2 kg/ha, mentre dopo il taglio ne può dare 50 kg/ha.

Il prato pascolo con cespugli può offrire oltre 250 kg/ha di sostanza verde pascolabile, mentre un castagneto ceduo dopo il taglio può darne oltre 500 kg/ha.

In considerazione della possibilità di offrire alimentazione potrebbero essere, almeno teoricamente, ospitati ogni 100 ha più di 140 caprioli nel castagneto mentre nel ceduo di faggio maturo, per soddisfare le esigenze di un solo capo, si deve disporre di 200 ha. Queste superfici sono calcolate considerando che il consumo alimentare di un capriolo varia da 1 a oltre 3 kg di alimenti verdi. Nella gestione forestale è importante arricchire le coperture forestali con specie definite secondarie (sorbo, pero selvatico, nocciolo) capaci di fornire alimento specifico per il capriolo.

Il cinghiale

Il cinghiale simboleggia la forza selvaggia e fin dai tempi più antichi è stato oggetto di caccia. Vi sono cani specializzati per stanarlo e inseguirlo ed altri, di corporatura massiccia, per aggredirlo. Proprio per la pressione venatoria, giustificata dalla difesa dei pascoli e dei coltivi, la specie è scomparsa ufficialmente in Provincia di Savona nel 1814. Ricompare, sempre secondo documenti ufficiali, nel 1922 a Calizzano e nel 1925 ad Altare.

Nel 1967 e nel 1973 furono fatte immissioni ed oggi la densità è stimata tra 0,6 e 1,5 capi/100 ha a Cairo e Giusvalla, e tra 0,2 e 0,5 capi/100 ha a Dego e Piana Crixia. La densità potrebbe essere anche assai maggiore: una fustaia di querce sempreverdi può ospitarne oltre 15 ogni 100 ha. Teoricamente un querceto con latifoglie miste potrebbe ospitarne anche molti di più. Tuttavia si tratta di valori teorici poiché si deve considerare tutto il territorio su cui vivono gli animali e non solo il bosco.

I cinghiali della zona hanno subito una selezione naturale quindi si deve essere cauti nel fare introduzioni di sottospecie tipo maremmana (di taglia media), o sarda (di taglia modesta), per l'inquinamento genetico che ne deriverebbe. Può accoppiarsi con il maiale dando incroci. Tuttavia allo stato puro non abbandona i caratteri delle orecchie piccole, coda lunga (mai arrotolata), zampe lunghe e colore scuro.

Il cinghiale è caratterizzato dalla testa conica molto sviluppata, spalle e petto possenti. Nelle nostre zone il maschio può arrivare al peso di 120 kg. Il garrese è più alto della groppa che può apparire poco robusta solo se confrontata con la parte anteriore. Le zampe sono agili e forti. Ha una corsa veloce e può penetrare, senza rallentare, nei cespugli senza riportare danni, sia per la sua conformazione sia per lo spessore della pelle che protegge tutto il corpo ma soprattutto la testa e il dorso. Si fa difficilmente bloccare dai cani da caccia e il suo unico pericoloso nemico è l'uomo. I denti sono particolarmente sviluppati. Soprattutto i canini superiori escono dal labbro e, dopo una curvatura verso l'alto, si posizionano vicinissimi ai canini inferiori in modo tale che se la bocca è chiusa appare armata ai lati da questi denti che escono e sfregano tra loro. Questo carattere è particolarmente sviluppato nei maschi, meno nelle femmine, e viene usato sia come difesa sia come strumento per scavare il suolo, spezzare radici e rami. E' un animale che vive in branchi. Ama le zone umide e sovente si immerge nel fango.

Il cinghiale è onnivoro; si ciba di vegetali ma anche di alimenti di origine animale fino nella misura del 30%. Si rivolge alla piccola selvaggina che, quando può, divora. Cattura salamandre e serpi, compresa la vipera che non teme. Preda uova e nidiacei sul terreno e scava nelle tane dei topi che difficilmente gli sfuggono. Preda anche i piccoli del capriolo. Presenta elevata capacità di adattarsi alle variazioni di disponibilità di alimenti da un anno all'altro.

Quanto all'interferenza con i boschi, si può stimare che un cinghiale di 80 kg di peso possa consumare fino a 6 kg al giorno di vegetali. Questa dose è raggiunta frequentemente in primavera per l'alimentazione dei piccoli. Non disdegna le graminacee, le radici di alberi come il faggio e il Carpino, i rizomi della felce aquilina. Per procurarsi questi cibi smuove con il grugno e con le zanne il terreno rivoltando il cotico erboso. Dove il bosco produce ghiande o castagne, che hanno capacità nutritiva molto più elevata di molte foraggere il consumo alimentare diminuisce e si aggira sui 3 kg.

I boschi in cui può essere soddisfatta meglio l'esigenza alimentare del cinghiale sono i querceti e i castagneti. La situazione ideale è rappresentata da boschi maturi che possano fruttificare. Pur nutrendosi abbondantemente nell'ambiente forestale il cinghiale non è quindi dannoso per il bosco, si sostiene anzi che dove il cinghiale smuove con il grugno il terreno, fa una sorta di aratura che può favorire la rinnovazione, facilitando la nascita dei semi.

Iter le sue caratteristiche e soprattutto per le sue abitudini alimentari si può affermare che il cinghiale interferisce con la vita del bosco in modo assai positivo. Infatti non lo danneggia mai, mentre concorre a regolare la presenza di altri selvatici che in sovrannumero potrebbero rappresentare aspetti negativi.

Tuttavia quando è in densità eccessiva è assai dannoso per l'agricoltura e diviene contemporaneamente anche più vulnerabile nei confronti di malattie e rigori climatici, poiché provato dalle inevitabili carenze alimentari.

Il cinghiale è diventato una specie invadente che, non solo ha riconquistato zone in cui viveva in passato ma si è anche esteso, per mancanza dei suoi nemici naturali, dove della sua presenza non vi era mai stata traccia.

E' assai difficile definire il numero di cinghiali sul territorio. Per la Provincia di Savona vi sono dati che dimostrano una uniformità della consistenza.

Si ritiene che gli interventi di gestione assestamentale debbano considerare che questa specie si sposta facilmente nelle coltivazioni, anche se non vicine al bosco, in cui può nascondersi agevolmente.

Il daino

Il daino non è originario dell'Italia dove è stato importato in tempi differenti. Viene allevato con maggiore facilità rispetto ad altri ungulati selvatici e per questo può essere stata facilitata la sua introduzione. Essa non è priva di aspetti negativi soprattutto legati all'inserimento in luoghi poco adatti alle sue esigenze.

In Provincia di Savona dopo essere scomparso in passato, fu introdotto a più riprese dalla fine degli anni '70 con individui provenienti dalla riserva presidenziale di San Rossore. Non si diffuse come il capriolo, tuttavia oggi se ne possono riscontrare discreti gruppi, specialmente in alta valle Bormida.

Il daino può raggiungere 100 kg di peso peri maschi e un'altezza fino a 95 cm. Il mantello è bruno rossiccio con variazioni tra l'estate e l'inverno, presenta specchio anale bianco (che differisce da quello del capriolo per una parte assile centrale nera). I maschi hanno corna che a tre anni possono raggiungere 40 cm di lunghezza, caratterizzate da un ingrossamento detto pala. Tutti gli anni, in piena primavera, le corna cadono ed inizia la nuova ricrescita.

Il daino è un ruminante con comportamento più diurno del capriolo, ha dieta varia spesso rivolta alle graminacee spontanee e ai coltivi con cereali e leguminose.

Si alimenta inoltre con molte specie del sottobosco consumandone sia le foglie sia i frutti. Gradisce molto le castagne, e le faggiole, ma anche le foglie di querce e soprattutto di acero. Non gradisce le conifere di cui non si alimenta se non in casi eccezionali preferendo piuttosto le cortecce di latifoglie.

Questo fatto evidentemente può essere dannoso, tuttavia rimane limitato poiché la dieta è sempre varia.

Siccome questa specie è stata introdotta, non si possono individuare esattamente le caratteristiche dell'ambiente forestale che le sono più confacenti, tuttavia pare adattarsi bene sia alle zone di bosco fitto sia a quelle che alternano zone aperte. Queste ultime però dal punto di vista dell'alimentazione sono assai migliori. Il daino preferisce i boschi di querce ma si adatta anche bene a quelli di conifere come pino marittimo e d'Aleppo. Si trova anche assai bene nei cedui così come nelle zone golenali, indipendentemente dalla presenza dell'acqua che beve se presente ma di cui può anche fare a meno.

Il daino sopporta male i rigori invernali e la neve, sono quindi articolarmente utili per aumentare la capacità dei boschi ad ospitarlo le attività mirate ad ottenere una copertura boschiva capace di offrire riparo, soprattutto termico. Infatti una copertura fitta di vegetali arborei con cespugli, specialmente se in parte sempreverdi, è un ambiente in cui gli estremi termici sono mitigati.

Se le condizioni forestali sono adatte può essere mantenuta (e anche superata) la densità di 10 capi ogni 100 ha.

Quando si definiscono gli interventi forestali per gestire il bosco, in funzione della possibilità di ospitare il daino, si deve considerare la sua alta capacità di coabitare con altri ungulati come il cinghiale.

Essendo assai adattabile, sopporta anche la presenza del capriolo che, percontro, disturbato dalla sua presenza, preferisce allontanarsi.