Lì Abba plasmò la sua vita, il suo carattere, le sue idee.
Gli stimoli raccolti ne fecero prima un protagonista poi l'acuto interprete dell'unificazione nazionale e il massimo memorialista dell'epopea garibaldina: vero cemento ideale, sentimentale e politico dell'unità, imperniata sulla coesione fra la Corona, il "partito dello Stato" (Cavour, Crispi, Giolitti...), e il "movimento" popolare e democratico (Mazzini, Garibaldi, sino a Bissolati, Meuccio Ruini, Ivanoe Bonomi...).
Nel 1859, a soli 21 anni, Abba si arruolò nel battaglione "Aosta Cavalleria", e a 22 anni seguì Garibaldi nella spedizione dei Mille.
Il suo spirito di volontariato garibaldino non era capriccio, avventura, ma espressione di maturità.
Le Noterete d'uno dei Mille lo renderanno celebre.
E' stato detto che chi combatte non scrive, ma gli esempi storici non mancano di provare che la verità e tutt'altra e che molte battaglie si vincono con la parola.
Abba è uno di questi esempi con la genuinità del suo "diario", con i suoi numerosi scritti che riprendono, sul piano critico, le azioni che gli meritarono la medaglia d'argento al Valor Militare conferitagli per l'eroismo mostrato nella sanguinosissima battaglia di Bezzecca: splendida affermazione del volontariato garibaldino a riscatto delle mediocri prove in quella terza guerra d'indipendenza fornita dalle truppe regie, in terra e in mare.
Quelli fra il 1866 e il 1880 per Abba furono anni di solitudine nel paese natio, cui egli dedicò le sue energie per promuovere l'istruzione, l'igiene, miglioramento delle condizioni di vita; quivi fu sindaco dal 1870 all'80.
Il periodo da Abba trascorso in Cairo, in apparente isolamento e oblio, era il tempo in cui i cittadini si organizzavano acquistando una dignità nuova attraverso il mutualismo (vedi associazioni di mutuo soccorso). Questa crescita spontanea acquisiva una sua nuova dignità di concordia, di fratellanza, al di sopra delle divisioni ideologiche e attraverso un senso alto della libertà civile. La società si liberò da antiche paure, da pregiudizi e si laicizzò.
Fondamentale, a riguardo, fu l'azione sviluppata dall'istruzione pubblica, cui sovrintesero uomini generosi e ardimentosi quali Francesco De Sanctis, Michele Coppino, Angelo Bargoni: garibaldini e massoni attivi.
L'opera di Abba come uomo di scuola è eminentemente educatrice. Egli fu chiamato ad insegnare al Liceo di Faenza e venne quindi nominato preside dell'Istituto Tecnico di Brescia, ove restò fino alla morte.
Abba non era preside per concorso; erano tempi in cui, non senza saggezza, i presidi talvolta venivano scelti direttamente dal Ministero tra le persone che potevano dare adeguate garanzie di attuare il programma politico nazionale; e così come nominati potevano anche essere destituiti.
Quella presidenza era certo un posto a lui gradito e congeniale, se pensiamo che proprio dagli Istituti Tecnici di allora usciva la classe dirigente italiana, perché geometri e ragionieri, meglio ancora dei "letterati", dei "retori" e di certi politici, hanno dato al nostro Paese impulso amministrativo e costruttivo. Da questi Istituti Tecnici si usciva peraltro con una adeguata preparazione umanistica. E' il caso del "Sommeiller" di Torino ove si formarono, tra i molti altri, Vittorio Valletta, Giuseppe Saragat, Giacomo Treves: espressione della "Nuova Italia" ispirata dalla ricomposizione unitaria della cultura, contro le sue artificiose divisioni in discipline "umanistiche" e "scientifiche", falsa contrapposizione sconfessata dalla miriade di medici filantropi e da poeti quali Ungaretti e Quasimodo, "geometra" all'Ufficio Tecnico di Reggio Calabria!
Come uomo di scuola Abba concepì la funzione del libro, del giornale, quali strumenti per parlare alla gente; ma non si limitò a intuirli, li creò. Perciò egli scrisse e parlò: per la città, per un pubblico più vasto possibile.
Il 5 giugno 1910, alla vigilia della sua morte, Abba fu nominato senatore per avere illustrato la patria: era il giusto riconoscimento alla sua figura di grande patriota.
Tornando al tema della conversazione, troviamo che Abba, con coraggio e maturità non comune, a soli 22 anni partecipa alla spedizione dei "Mille"; è una partecipazione cosciente perché Abba vede in Garibaldi l'uomo che può risolvere il problema della unificazione nazionale traducendolo da formula astratta in realtà storica effettiva.
L'entusiasmo non metteva però in disparte la consapevolezza delle difficoltà di realizzare il Risorgimento come effettiva purificazione di un popolo che aveva bisogno di sentirsi unito e di vivere l'unità come fatto reale.
E non deve sorprendere se il suo nome figura tra quelli degli affiliati alla "Libera Muratoria", perché nella Libera Muratoria egli ritrovava gli ideali mazziniani che furono l'ispirazione di tutta la sua vita.
Abba mirò diritto a sottolineare i valori effettivi della possibilità di fare dell'Italia un popolo unito al di là delle differenze tra Cavouriani e Garibaldini; puntò cioè a sottolineare la saldatura tra rivoluzione e continuità, convinto che l'Italia nuova dovesse avere entrambi questi volti: la solidità della tradizione sabauda unita con lo spirito di rinnovamento che sorgeva dal popolo.
E sentì vivissimo il problema della Sicilia; quando ragionava dei suoi problemi, per esempio del latifondo, lo faceva non per spingere alla rivolta ma per fare appello alla volontà di riforma, anzi alla "grande riforma" già al centro delle speranze di Garibaldi: guarire la gran piaga della miseria.
Postume polemiche hanno investito l'unificazione italiana. Da una parte la si denunciò quale mera conquista sabauda del Mezzogiorno di tipo coloniale; dall'altro versante l'unificazione venne svilita quale la palla al piede per l'Italia migliore.
Certi pericolosi fermenti antiunitari, anche oggi dilaganti, continuano ad alimentarsi con quei pregiudizi ed errori di valutazione storica.
Nella polemica non mancò neppure la falsificazione di pagine destinate a divenire arma poderosa nelle mani di quanti squalificarono e fustigarono Risorgimento e unificazione come "rivoluzione mancata". E' il caso della sorte inflitta al cosiddetto Frammento sulla rivoluzione nazionale di Ippolito Nievo: un testo scritto prima della spedizione dei Mille e che non riguardava la "conquista" o "liberazione" del Mezzogiorno, bensì la situazione politica immediatamente successiva all'armistizio di Villafranca, e non legittimava affatto le interpretazioni sociologiche datene da studiosi anche di valore.
Nel senso più profondo e compiuto dell'unità, l'Abba si fece interprete pacato ed acuto, con partecipazione crescente, accorata persino, soprattutto quando avvertì che la disputa contro la classe dirigente del tempo mirava a travolgere in un'unica condanna il Risorgimento insieme con le misure assunte nell'ultimo decennio dell'Ottocento a tutela di un ordine pubblico il cui declino minacciava di travolgere l'unità nazionale stessa.
Famoso per l'immediato vasto successo dell'opera sua principale - Da Quarto al Volturno. Noterelle d'uno dei Mille - Abba si prodigò in una assidua opera di conferenziere, evocatore appassionato della carducciana "tempesta magnifica", dell'epopea risorgimentale, riletta quale stagione in se irripetibile e nondimeno patrimonio irrinunciabile di valori, ideali, propositi di mai tramontata attualità.
Se stile letterario, forma e nerbo dei tre postumi volumi di Pagine di storia, come delle Cose vedute e delle Cose Garibaldine possono sembrare oggi non poco appassiti, vivida ne rimane invece la lezioni civile: una retorica antiretorica, cioè la codificazione dell'orizzonte entro il quale intesero operare quei patrioti che, ancor giovani intorno al 1859-61, a unificazione conseguita, non cessarono di credere alla serietà dell'impresa compiuta e la difesero in ogni modo, ma soprattutto attraverso la scuola, cioè con il quotidiano sforzo di alfabetizzazione degli italiani, con l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita, con l'introduzione dell'educazione fisica quale coronamento al più alto livello di "pedagogia nazionale".
Abba provò nei fatti che cosa significasse per la sua generazione "unificazione nazionale": dotare ogni cittadino della piena coscienza dei suoi diritti; superare il localismo, il municipalismo, valorizzando invece le tradizioni locali come contraltare all'accentramento forzato; incontro tra militari e borghesi e superamento dei contrasti fra ceti e classi nel segno della cooperazione.
L'attualità della lezione fornita da Abba nella testimonianza resa tramite la parola e gli scritti, sta soprattutto nella direzione di marcia ch'egli ritenne d'intravvedere nella storia contemporanea: il superamento, faticoso ma costante, delle divisioni e l'avvento di sempre più ampie fratellanze.
Dal Municipio alla Nazione e da questa all'unità europea e alla unione mondiale fu peraltro anche il cammino additato da Giuseppe Garibaldi ai suoi seguaci ed emuli.
Nel 1909 Abba consegnò alla rivista "Natura ed Arte" memorie di mezzo secolo prima. Vi rievocò la pagina più intensa della sua formazione: la genesi di quei "Cacciatori delle Alpi" senza le cui brave prove il volontariato militare non avrebbe avuto futuro alcuno né vi sarebbe mai stato spazio per quei "Mille" che ne costituirono invece il coronamento più vero.
La speranza di Abba era questa: che la marcia del popolo potesse entrare liberamente nelle istituzioni e fare quindi dell'Italia il modello di redenzione dei popoli oppressi in vista di una Europa fatta di genti libere, affratellate.
Abba ebbe infine il raro merito di non elevare la pur matura consapevolezza della parte da lui avuta nel Risorgimento nazionale a filtro deformante nei riguardi della realtà. Non pretese cioè di poter giudicare il divenire storico del Paese sulla scorta di preconcetti fissati una volta per tutte. Egli seppe rimanere vigile e invitò sempre a guardare, senza veli né presunzioni, ai processi in corso nella società nazionale. Perciò, contro la spocchia di chi credeva di accampare propri "antichi meriti" (magari acquisiti, una volta tanto, in antiche pur gloriose battaglie) egli ammoniva: "... mentre noi discutiamo, il Paese cammina e si emenda...".
Ecco: se vogliamo sintetizzare la grandezza civile del garibaldino e
massone Giuseppe Cesare Abba possiamo concludere che essa si racchiuse
nel fatto che egli nutrì sempre grande fiducia nella genuinità
dei cittadini; ebbe, sì, altissimo il senso del debito pedagogico
di chi sa nei confronti di chi ha ancora da apprendere, ma nella convinzione
che il rapporto maestro-discepolo è di interazione reciproca e che,
appunto, non bisogna smarrire in sterili discussioni il contatto con le
forze vive di un Paese che "cammina e si emenda" e trova in se, nella sua
civiltà antica e nella sua capacità e volontà di dialogo
con le altre nazioni, la forza di progredire, nel segno della libertà,
della tolleranza, del progresso dei diritti e della loro coscienza.