Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
Luigi Cattanei

Giuseppe Cesare Abba poeta e narratore

Concluso felicemente il ginnasio presso gli Scolopi di Carcare, ove meritò il titolo e il ritratto di "Principe dell'Accademia", il giovane Abba non proseguì gli studi presso quel collegio, attratto dal progetto d'entrare nell'Accademia di Belle Arti di Genova, incoraggiato da suo zio Antonio: partito però questi per l'America il bel sogno svanì.

Probabilmente i primi successi e il forzato abbandono degli studi son fra le ragioni del volgersi di Abba a manifestazioni poetiche, lumeggiate in gran parte da Claudio Scarpati 1, in parte ancora inedite, ma tutte o quasi collocabili fra l'uscita dal collegio a l'arruolamento nell'Aosta-Cavalleria del 1859. Lo studioso che si china oggi su quei versi ha la netta sensazione di trovarsi di fronte ad esercitazioni poetiche obbedienti, sì, a una certa vocazione espressiva, dominata tuttavia da un fatale e palese appoggio a modelli stilistici correnti e scolastici, assunti per situazioni psicologiche personali che il giovane Abba sentiva ad essi prossime o aderenti.

Egli si muoveva in una società retriva nella quale non dovevano mancargli le delusioni e certe angosce facili a scambiarsi per una condizione di vittimismo che spingeva in direzione leopardiano-foscoliana, con trapassi patetici fortemente caricati accanto a versi d'occasione e in prevalenza amorosi che incontravano non equivoci moduli nella poesia dell'Aleardi, secondo la più tarda ammissione dello stesso Abba 2. Il linguaggio e i moduli adottati sottolineano una malinconica delusione amorosa, tenera e diluita, alla quale Abba oppone ora l'invocazione della morte: "Benedetta la morte! almen la pace Trovi dell'urna" ora intarsi enfatici alla Musa dell'oblio.

In realtà, anziché fissare come precoci risultati negativi quei tentativi acerbi, giovanili, noi vi leggiamo con lo Scarpati "una inappagata domanda affettiva"; e di fronte a questa, per un naturale moto psicologico riequilibratore, ecco l'Abba giovinetto che pone in primo piano una prima immagine di se, quella d'un puro giovane d'alti sensi, quasi in atteggiamento di sfida d'una società, dell'umanità stessa che gli pare avversa e dolorosa, frustrante come nella realtà personale fu l'addio agli studi figurativi.

Il rapporto col piccolo mondo di Cairo lo porta ad enfatizzare i propri casi; vicende amorose, sulle quali sappiamo pur qualcosa dai taccuini di Abba, sfociano nel canto dopo esser caricate di un elemento romantico di moda, la morte, posta come tema fondamentale che s'accompagna all'amore e ad un repertorio di moduli tutto o quasi scolastico, quale poteva essere familiare a un giovinetto uscito dal ginnasio dei maestri Scolopi. Si fa cenno a questi toni per indicare i primi movimenti poetici di Abba e il cammino percorso oltre le loro formule, pur passando attraverso un dettato poetico che parve non di rado segnato dalla "librettistica dell'opera in musica"; si pensi ai due versi esemplari:

"... incolpato desire

D'abbracciarsi, baciarsi e poi morire!".

Quel che nell'Abba pareva ruggire impotente o troppo languidamente intenerire avrebbe preso cogli anni ad ispirarlo, ad irrobustire una personalità per ora ai primi passi.

Le malinconie, i fiori, le donne angelicate da un lato, l'anelito a forti imprese, al proporsi quale eroe o protagonista di vita alta e grande, ancorché sconfitto, finivano per polarizzare i componimenti oltre il vagheggiamento amoroso, verso un senso di profondo dolore e di tristezza che gli facevano invocare la morte per risolvere quel contrasto ch'era stato prima fra giovinetto e borgo e si preparava a divenire una terribile antitesi io - mondo.

Occorre dire che l'esercizio letterario, l'intrecciarsi di vicende personali e amorose, un più attento lavoro di lima smorzarono le punte, accolsero, con maggior dignità gli spunti e le tessere dei modelli (sempre più Foscolo che Leopardi, al quale è pur dedicato un sonetto) e aprivano la via a commossi e turbati accenti che nel dolore ritrovano elementi patetici del Cristianesimo, di sicura derivazione scolopica (Tristis es anima mea usque ad mortem, Nacqui fra i mesti...).

L'antitesi io-mondo vista or ora ha però una via risolutiva, oltre gli eccessi patetici, su un piano eroico che recupera l'alta visione di se sul mondo, non esclude l'invocazione ad una degna morte che santifichi e giustifichi il dolore, riscattando l'io premuto dalla perpetua mestizia delle delusioni e dello scorrere del tempo. Non a caso la linea che congiunge i primi scolastici tentativi poetici dell'Abba con più virili accenti è attraversata dall'esperienza militare e garibaldina dal '58 al '60: è forse il caso di proporre l'ultima terzina delI'autografo 1858 come campione cui poi rifarsi:

"Educate alla scuola del dolore

Salutate quel fiore e quella fossa

Che tanta parte serra del mio cuore".

Le lettere già pubblicate e quelle in via di pubblicazione lasciano intravvedere sicuramente l'immagine d'un giovinetto che si fa uomo e, scontrandosi con la dura realtà, avverte di poter dare ad altri, in verso e in prosa, un alto segno di se. Nel 1859, infatti, l'Abba si trovò in linea nella seconda guerra d'indipendenza, strinse amicizie, visse da forte, si batté per idee e dignità assai più consistenti delle giovanili esperienze poetiche; a quell'anno risalgono due composizioni estranee al cliché giovanile: una cantica In morte di Giorgio Byron ed un'ode A Giuseppe Garibaldi 3. Evidentemente il mitico poeta-soldato inglese e il condottiero s'accampavano dinanzi alla stessa immagine dell'io di Abba, ne raccoglievano gli ardenti spiriti eroici, offrivano ai profili dei protagonisti paesaggi mitici e non più fondali del repertorio scolastico, affrontando un lessico e una sorta di componimento che innalzava di un'ottava il canto nella direzione della libertà, della poesia civile ed eroica. Si trattava di un passo decisivo nel confrontarsi dell'Abbapoeta con una materia più impegnativa che avrebbe messo allo scoperto ingenuità presenti nei giovanili componimenti cairesi.

Molte lettere dell'Abba garantiscono il suo crescere e il suo prender posizione nel reale; quella di Pinerolo dell'agosto '59 lamenta con sobrio accenno: 4

"...molti tra quelli che mi amavano tentarono di sperdere quanto più potevano la mia memoria... E se non fosse per riabbracciare mia Madre, la povera mia Madre, non rivedrei mai più il mio paese, dacché per aver adempiuto ad un obbligo sacrosanto cui mi stringeva la mia posizione di soldato e più di tutto d'uomo d'onore meritai un oblio che non mi attendeva, non se anche l'insulto e il disprezzo. Ma ritornerò, ritornerò ancora una volta per discolparmi, per rintuzzare le codarde parole lanciatemi dietro, per rivendicare la mia fama, per dare un ricordo ai nemici miei".

La morte di Byron detta versi di sicura eco foscoliana:

"... i generosi che fan cerchio, piamente accolti, stancano la pupilla in lui spnando l'affannoso respiro; e qual con dolce modo il guancial solleva e qual la mano gli bacia e qual con profumato lino la fronte pallidissima gli terge, ma la quiete è profonda".

La maggiore padronanza espressiva di questi versi incrocia nell'ode A Garibaldi residui enfatici ("il re che i tradimenti ignora", "l'onta e il sangue a San Martin perduto"); ma vi esprime pure un tratto nuovo e destinato a ricorrere per anni, fino al capolavoro: "ancor manca un poeta alla tua spada" scrive l'Abba e, più oltre, "né i tuoi trionfi celebrò un poeta".

Corrisponde al senso delle grandi realtà incontrate o balenate agli occhi del poeta l'anelito ad esserne degno cantore, a volgersi decisamente alla poesia, auspicando tra l'altro che questa si facesse interprete d'una rinnovata materia civile ed epica.

Il passaggio dalla lirica all'epica (pur con le prove successive) già qui propone la tesi che l'Abba, appena dimesso dal collegio, si sia cimentato via via per lunghi anni con tutti i generi letterari in voga, fino a trovare come per incanto nella prosa bozzettistica e memorialistica il proprio ubi consistam di narratore, attraverso la lirica, il poema epico, il romanzo, il teatro. Si collochi a questo punto la grande esperienza garibaldina del '60, si veda il reduce scontrarsi invano con l'immobilità e le resistenze del suo borgo 5 (dove solo nel 1861 egli fonderà la prima Società Operaia di Mutuo Soccorso), lo si segua a Pisa, ove l'ansia di restare a contatto di amici colti e maestri liberi l'aveva condotto: avremo dinnanzi la stagione degli studi e dei rapporti più aperti e frequenti (col Pratesi, col Mayer, col Barzellotti), degli amori delusi ma passionatissimi, dell'impegno per un'arte che postula istanze educative e civili, secondo la grande linea additata da Mazzini.

I mesi pisani (con un taccuino edito dallo Scarpati) 6 segnano un ritorno ai temi delle prime poesie di Abba; anche quando il patetico torna a passar fra le maglie ispiratrici dell'eroico (Frammenti in morte d'un giovane greco) e quando la morte torna, seppur innalzata al cadere in battaglia, Abba ci lascia avvertire che una presenza del reale e degli spiriti incontrati nell'avventura dei Mille condiziona e contiene utilmente l'urgenza giovanile di versarsi tutto nei versi, precipitosamente, o di cedere alla facile onda di calchi aleardiani.

Un amore non corrisposto per Luisa Mayer torna a dettare la poesia A L... nella sua lontananza, dove l'azione di contenimento lirico è travolta dalla condizione psicologica di Abba, ma lascia vedere in filigrana il travaglio dell'esercizio letterario, col quale l'autore via via si sforza di allontanare la sua carica passionale di fiero sconfitto e di mesto epigono dei languori romantici e dei modi petrarcheschi.

E' possibile una raccolta "in negativo" dei modi, delle espressioni, dei vocaboli tolti ad altri poeti; ma tale inventario guida a riconoscere ormai nella letteratura il luogo deputato al versarsi nei momenti d'esaltazione e di sconfitta amorosa, con una dedizione civile e lirica che trae dal Mazzini e dal Foscolo una sorta di religione della poesia.

Il sodalizio pisano comportava altresì in quegli spiriti "frementi" per mazzinianesimo o garibaldinismo, un amaro senso d'impotenza di fronte alla gran questione politica romana, alle sorti degli ex garibaldini, dei popoli d'Europa ancora oppressi. Risulta quindi logico il convivere della spinta epica con la delusione, che, nel caso specifico, s'associa per Abba con la sconfitta amorosa e col suo ritorno a componimenti che diremmo "d'occasione".

Il fallimento della spedizione di garibaldini nella Polonia ribellatasi ai Russi, ispirò il canto In morte di Francesco Nullo, del 1863, in piena atmosfera pisana. Rispetto all'Ode A Garibaldi la distanza cronologica del canto non è proporzionale alla differenza dello stato d'animo ispiratore, pur se li stringono legami stilistici e letterari. Mentre una patina di decoro formale dissimula nell'ode del '59 un'aura d'attesa per nuove, decisive imprese di Garibaldi, il canto per Nullo nasce da un doloroso ridimensionamento degli entusiasmi e delle speranze volontaristiche, non dovuto alle sole, ben note vicende politico-parlamentari. Il tragico epilogo della spedizione in Polonia consente ad Abba di proporre le figure dei volontari come "gruppo" di eroi, dei quali osa farsi cantore per additare ai vivi un esempio, eternare un ricordo, decretare un trionfo nell'ora della morte, foscolianamente, a spiriti generosi e incorrotti. Quest'ultimo aspetto non cela fremiti di una religiosità patriottico-mazziniana e il senso d'una aristocrazia del merito, delI'eroismo, della partecipazione ardita e coraggiosa alle vicende gravi della storia:

"... senza fine beati

quanti dono sortian dalla natura

di ferrei polsi e di bollenti petti...".

Il maggior precedente dell'impresa dei Mille non è taciuto nel canto per Nullo e la diversa portata dei due episodi indusse probabilmente l'Abba a fasi finalmente celebratore di quegli audaci, anche in forza dello sdegno provato per il mancato riscatto di Roma e per le tendenze involutive ravvisate in quegli anni nel mondo

"... Ove congiura

la man dei pochi a ricondur le larve

dell'antico diritto, e la sventura

sulla risorta umanitade...".

Appunto perché guerriera, la formazione dell'Abba l'aveva familiarizzato ai grandi tempi dell'eroismo, del sacrificio, della morte; il che, tradotto in modelli, incrocia fatalmente autori che abbiamo citati, grazie ai quali si spiegano movenze e stilemi ora danteschi, ora pariniani, leopardiani, foscoliani, perfino manzoniani, lungo una via che condurrà al "meraviglioso storico" delle Noterelle per l'alone poetico di certo lessico, di certe cadenze, perfino di certi nomi. Sopravvivono meno raffinati gli spunti aleardiani, ma le arcature più nobili e serrate evitano molte cadute sentimentalistiche, grazie all'altezza e alla tensione della forma classica che non esita a cimentarsi con temi di abbandono e di morte, rappresentati con una vena pensosa della

"... livida paura

che negli infermi l'agonia conturba

sull'ultimo guanciale abbandonati.".

La scelta e la manipolazione di versi ed echi del Leopardi (All'Italia) conferma una raggiunta perizia e dignità letteraria e risente dei temi ormai "respirati" da tutto il mondo dell'azione e del repubblicanesimo. Il processo d'informazione dell'Abba si verifica agevolmente in questo canto che forse l'autore osò per la "corta distanza" degli eventi rispetto alla sua più profonda ispirazione, e ambizione di cantore di gesta eroiche, di delusioni od esiti dolorosi e mesti. Non esente dagli eccessi di un titanismo spiegabile con la moda e la stagione romantica, il poemetto per Francesco

Nullo e i cinque canti del 1866 (Arrigo. Da Quarto al Volturno) 7 restano il documento d'un irrobustirsi del verso a contatto con tutto il repertorio iconografico-comparativo in cui Abba vien frugando per nutrire, fermare e affinare la sua ispirazione più alta.

Ciò comporta una serietà d'impegno e una sorta di debito "saldato" verso se stesso non priva di contraddizioni: il poeta dell'eroismo libertario, dei cavalieri dell'ideale nobilmente in campo, pronto a contestare la sordità e l'immobilità pavida di statisti, governi e pigri cittadini, si vale poi delle forme letterarie più auliche e scolastiche, proprie delle più retrive e statiche società civili e letterarie, accettandole per rivestirle d'entusiasmi ben nuovi e ben differenti per generosi sacrifici.

Ma mentre questo avviene, mentre le apoteosi degli eroi dominano i versi, Abba non manca di rivisitare e animare scene di battaglia e di morte, facendo propria una tecnica anche narrativa entro gli schemi celebrativi. Paesaggi, scene e atmosfere drammatiche o desolate recano il soffio d'una maniera propria di guardare e dipingere che forza i vincoli, il lessico, l'intonacatura aurea e classicheggiante introducendo forme che i versi d'occasione (pur scritti in quegli anni) fanno sentire ben corretta da una più attenta consuetudine col Petrarca. A lui lo Scarpati ha fatto risalire anche certo "tono colloquiale" di cui l'Abba peraltro non si disse soddisfatto (e con lui il Pratesi, franco nel giudizio negativo).

E' ormai tempo di sottolineare come nell'Abba chiedesse spazio e voce il poetasoldato, il vate di taluni suoi esergo e di numerosi passaggi: "carent quia vate sacro...", "Ancor manca un poeta alla tua spada/né i tuoi trionfi celebrò un poeta". Nell'Arrigo è anche più esplicita tale ricerca di testimonianza attraverso l'evocazione concatenata di Teodoro Korner, Goffredo Mameli, Ippolito Nievo, dietro ai quali, tacitamente, si lascia scorgere l'Abba stesso. 8

Naturalmente echi del carme foscoliano presiedono a tali operazioni e si mescolano con quelli dei più pallidi carmi giovanili e aleardiani, con tutto il petrarchismo da canzone che ancor poteva sopravvivere nel 1866 ed era esemplato nei primi e più scolastici componimenti del primo Leopardi; sicché al linguaggio poetico personale s'affianca un residuo del "frasario di scuola".

Gli avvenimenti che Abba aveva indovinato per il futuro dei garibaldini congedati da re Vittorio Emanuele nel Sud giovarono a collocare alla giusta distanza epica e di sogno irripetibile i giorni e i casi vissuti nel Mezzogiorno. La sfiduciata tristezza degli anni '61-'66 vissuti fra Cairo e Pisa avevano riproposta - coi casi del Nullo - la bellezza del morire e la gloria del combattere, non private del calore e del fascino d'una figura femminile che attraversasse le vicende belliche e aprisse la pagina al sentimento amoroso ancora ardente nel petto di Abba.

La lettura del carteggio Abba-Pratesi, fra il '63 e il '66 9, indica un'unica matrice per il canto di Nullo e per l'Arrigo: culto foscoliano, religiosità mazziniana, romanticismo esasperato, trepido sentire per la grazia femminile, vibrazione personale di fronte a memorie ed eventi contemporanei permangono e nel complesso reggono per tutti i cinque canti del poema. In essi un autobiografico Arrigo segue Garibaldi fino al Volturno, conosce le giornate guerriere e una passione amorosa che si conclude purissima proprio con la morte dell'eroe sui campi del Volturno, non senza il sopraggiungere degli amici e della donna amata al notturno trapasso.

Gli endecasillabi accolgono, sì, la realtà d'ogni giorno, ma essa impone uno stile non chiuso, quello del parlato e mostra spesso la difficoltà o l'artificiosità di ridurre questo entro moduli epici in versi. Siamo ormai ben innanzi sulla via che dal poema condurrà alla prosa, dal momento che due elementi-spia, il paesaggio e il dialogo, s'insinuano fra gli estremi della tensione alfieriano-byroniana, superate spesso le formule care all'Aleardi e ai suoi seguaci. Quel che ne sopravvive è una certa ingenuità di struttura memore delle novelle in versi, con taluni procedimenti di rottura, ripresa, rievocazione, scarto, commiato che neppure all'Abba, più tardi, sarebbero piaciuti.

La linea rievocativa congeniale era però trovata e la diade amore-morte poteva dominare i "notturni" e le battaglie nelle quali l'Abba s'impegnò per almeno un quinquennio, licenziando l'opera prima di partire per la guerra del '66. Il persistere di certi stridori, d'effusioni tipiche della poesia amorosa giovanile e dei versi d'occasione spiegano la difficoltà incontrata da Abba a far parlare personaggi di grande rilievo epico-storico (come Garibaldi o Bixio); ci schiudono però un piccolo scrigno segreto in cui fa la sua apparizione la prosa, forma necessaria alla materia portata in cuore. L'Arrigo, infatti, fu corredato da alcune note, brevi, talvolta esplicative, definite dall'indicazione assai significativa Dal Diario di uno dei Mille. Sono brevissimi frammenti, noticine che si possono confrontare a specchio coi versi descrittivi di certi episodi, per vedere agevolmente come da taluni vocaboli, da talune espressioni si siano schiuse strofe o siano derivati spunti e temi ricorrenti, con termini identici, nel capolavoro, caratterizzandone pagine od episodi. Non è senza significato che il discorso sulla poesia di Abba si debba chiudere con questo felicissimo aggancio alla sua maggior prosa.

So infatti di dover prescindere qui dal diuturno impegno di Abba con la prosa del romanzo Le rive della Bormida nel 1794, di cui altri parlerà. Solo voglio aggiungere che vocaboli, stilemi, esordi o chiuse di periodi, richiami paesistici, mesti ed eroici accenti delle Noterelle si sono potuti reperire e isolare entro il gran lavoro del romanzo, nelle ripetute stesure di cui l'edizione critica è generosa allo studioso come lo fu quella dell'Arrigo nel 1983, che mi consente di non soffermarmi oltre sull'ultima grande prova in versi e correre ad altro che ci attende.

L'approdo alla formula memorialistica venne ad Abba dal lungo misurarsi con i versi, i grandi silenzi di pagine o spazi vuoti, con la familiarità crescente al montaggio, con la distanza stessa degli eventi e mi succederà a questo tavolo chi seguirà la traccia del memorialista dalle Rive alle Notereste. E' mio dovere lasciargli spazio ed agio per puntare su un volumetto che a mio avviso - non ha conseguito la fortuna critica toccata all'Abba-maggiore, al capolavoro riconosciuto della memorialistica garibaldina.

Indubbiamente la celebrazione di eventi e personaggi primari, di grande spicco nella vita della nazione e nella stessa iconografia risorgimentale ha esercitato il suo peso sulla fortuna ufficiale e critica del capolavoro, una sorta d'opera letteraria e documentaria insieme che s'offriva all'entusiasmo e alla memoria dei più.

Confermano questa tesi le richieste che giungevano all'Abba di conferenze, articoli, volumi che riprendessero in chiave di volgarizzazione l'affascinante tema garibaldino.

L'autore, però, recava nella memoria e nel cuore i luoghi e le vicende della propria infanzia, sentiva di dover dare di essi immagini letterarie in sintonia con quelle sue dilette Rive di cui mai si dichiarò soddisfatto, forse per l'ampiezza del lavoro, forse per l'ombra manzoniana che vi sentiva pesare, condizionatrice. Mentre attendeva ai flashes garibaldini preparatori del capolavoro, egli aveva dato alle stampe delle novelle d'ambiente langaiolo che nel taglio, nella robusta incisività, nel convivere di forti tratti realistici con una partecipazione trepida, nella sceneggiatura e nelI'inconfondibile profumo dei luoghi d'infanzia possono competere con lo stile e con la vis del capolavoro, mettendo persino in forse quella definizione del suo scrivere come "bozzettismo epico" che il Mariani trovò per il capolavoro. Si tratta di Cose vedute.

Le novelle apparse nel 1912 per la Società Tipografica Editrice Nazionale di Torino, con prefazione di Mario Pratesi sotto il titolo di Cose vedute esigono una ricognizione poiché presentano una storia editoriale abbastanza mossa. L'Abba stesso nel 1887 aveva raccolto con lo stesso titolo e pubblicato a sue spese per l'editore Conti di Faenza quattro novelle: Nunzia, Le nozze d'Arcangela, Montenotte Dego Cosseria, In vai di Ledro. Nello stesso anno, sempre presso il Conti, aveva pubblicato una raccolta di versi che certo gli stavano a cuore.

Dalle duecento pagine narrative gli venne un rimborso modesto 10, anche se non gli mancarono i consensi critici, pure dall'amico Col. Sciavo, cui scriveva da Cairo il 12.1.88: 11

"Dei miei libri se ne danno via qua e là, ma non molti. Lodi e conforti me ne vennero da tutte le parti: molto autorevoli quelli che me ne scrissero; ma io non ho più il capo a nulla, e m'importa di questo come del silenzio. Fossi un analfabeta a guadagnare il pane zappando, ma avessi pace e salute in casa, sarei più contento di me".

L'edizione faentina non era organica: I'Abba vi aveva inserito le 28 pagine del bozzetto Montenotte Dego Cosseria, che, vergato nel 1881, aveva visto la luce a Savona nel 1883 per la locale Tipografia del progresso e sarebbe passato in Meditazioni sul Risorgimento, mentre in Cose garibaldine era destinato a comparire il racconto In vai di Ledro. Inoltre, nella fase preparatoria, dovevano esserci state le consuete consultazioni con il Pratesi, il quale chiedeva all'Abba il 22.4.1887 una copia di Arcangela, inviando il suo giudizio il 7 maggio successivo: 12 "Arcangela mi pare tra le più scolpite. Ma la luce non è sempre limpida. A volte riveste troppo forma di facili bozzetti".

Di Nunzia scrive l'Abba a Sciavo l'8.6.188713. "Fui domenica a Milano dal Pratesi. La domenica la spendemmo con Mario a leggere una mia novella lunga due volte più di quella d'Arcangela. E a Mario parve bella. Scriverò alla Vernon Lee 14 per farla tradurre!".

Va notato che della novella l'autore aveva scritto pure 15 "al De Amicis mandandogli alcuni foglietti sciolti della Nunzia, e lo pregava di dirne qualcosa a modo suo. Egli che fu il primo a cercarmi con quell'effusione di affetto che sai e mi scrisse pronto ogni volta che gli mandai cose mie; a queste si tacque. Ed io mortificato dissi tra me che ben mi sta, perché quella di chiedere una parola pubblica per me è stata debolezza in cui non doveva cadere".

Alla sfortunata raccolta faentina tenne dietro la fatica di Abba per i due raccontigemelli Prendi moglie e SI dottor Crisante, giunti all'edizione postuma di Cose vedute per un itinerario diverso 16. La prima novella doveva già essere stesa e corretta per i primi giorni del dicembre 1892: da Torino, infatti Augusto Ferrero 17 riferiva il 18 all'Abba di non aver avuto tempo sufficiente per leggerla, ma ne affrettava "col desiderio la pubblicazione... Il direttore della Gazzetta letteraria non intraprenderà la pubblicazione della Sua novella che col nuovo anno, per non spezzarla tra le due annate. Quanto al suo desiderio di vedere le bozze, l'avv. Deganis si studierà di compiacerla per quanto possibile".

Le cose andarono come previsto e, mentre la novella compariva in appendice ai numeri del 7, 14, 21, 28 gennaio 1893 della "Gazzetta letteraria" di Torino, I'Abba ne dava lettura in Brescia nella Sala delle Conferenze. Venivano così superate le perplessità nutrite dall'autore, il quale le avrebbe confessate all'Amoretti, in una lettera da Pezzoro Val Trompia del 27 agosto 1895.

Sempre nel 1893 Abba partecipava con un suo racconto (largamente autobiografico) al concorso C. Vallardi di Milano: il suo Primi duoli fu premiato e attorno al 20 gennaio 1894 venne pubblicato "per cura del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere", secondo quanto annota il Pratesi nell'edizione postuma di Cose vedute. Probabilmente l'occasione del concorso fu determinante e persuase l'autore alla forma definitiva del racconto: siamo infatti in possesso d'un autografo di Primi duoli (certamente assai antico, a giudicar dalla carta e dalla grafia) che si salda perfettamente alla novella edita, costituendone soltanto un prolungamento o un'appendice di modesto rilievo artistico, tuttavia significative in quanto l'intero bozzetto recupera temi della Nunzia e dell'ispirazione langaiolo-autobiografica.

Circa il Dottor Crisante, se si esclude la citata anticipazione del nome nella prima stesura di Prendi moglie, ben poco ci è dato di conoscere in quanto a redazione e pubblicazione. Apparve su "La nuova antologia" del 1.4.1895 18 e se ne avverte una lenta maturazione ispirativa negli accenni epistolari alla carriera medica del figlio Piero, grazie al carteggio dell'Abba coll'amico professore Gaspare Amoretti, destinatario di confidenze sui nuovi e sugli antichi affetti familiari dello scrittore, in pieno, fraterno abbandono. Un solo accenno ai Baffi del signor Saul ci è dato di reperire, e indiretto, fra le lettere dell'Abba. In quella già citata da Pezzoro Val Trompia 19 Si legge quanto può orientare almeno circa i tempi di stesura: "Sperava prima di venir quassù che avrei potuto scrivere per un mio racconto cominciato anni sono e lasciato morto, quando presi il Collegio. Ma sia il trapasso da una vita quasi agitata all'assoluta quiete, sia l'aria vibratissima del luogo, mi riesce a stento qualche pagina, e se la rileggo non mi va. Può anche darsi che quando la rileggerò laggiù non mi paia roba da gettare al fuoco; come mi accadde già scrivendo quella novella Prendi moglie; ma insomma per ora non sono contento, ... lavoro pochissimo, scoraggiato afflitto anche, e talvolta stizzito. Basta! quel poco che scrivo metto tra la cartella e lo serbo, vedremo quel che sarà. Intanto penso che a scrivere mi devo mettere sul serio, e non solo per amore dell'Arte, ma per trovar modo di guadagnare qualche cosa da aggiungere alle entrate della casa. E questo mi mortifica e mi confonde".

Nella prefazione alla raccolta del 1912 Mario Pratesi volle riproporre DI ritorno del cavalleggero, un'asciutta prosa autobiografica vergata dall'Abba nel 1864 sul taccuino dell'amico, rimasta inedita fino al 1909, anno in cui lo stesso Pratesi la pubblicò in un volume di scritti in onore di G.C. Abba, Per il venticinquesimo del suo magistero in Brescia. 20

Sotto l'intonaco romantico di qualche parte, specie nell'avvio di questo bozzetto, il narratore mostrava la sua attenzione a certi dimessi dettagli autobiografici (con una felicissima resa stilistica) che rivelavano nel vocabolo un loro spessore realistico e un'intensità di vibrazioni liriche da far pensare alla cosa-vista, al racconto-breve, quasi vent'anni prima del capolavoro, quando ancora l'Abba non s'era accinto al romanzo storico d'ispirazione langaiola.

Per questo pare opportuno oggi inserire il bozzetto nelle Cose vedute e ripubblicar queste con Le rive della Bormida nel 1794, che hanno in comune motivi ispiratori, luoghi e casi a lungo serbati nell'animo delI'Abba.

E' appena il caso d'accennare che le Noterelle videro la luce dopo un travagliato misurarsi dell'autore coi generi in voga al suo tempo, anche se calamitato dall'ispirazione garibaldina in gran parte delle sue prove; nel grigiore degli anni seguiti alI'impresa di Sicilia, la mestizia di fondo del suo animo e il ridotto ambito borghigiano delle sue giornate cairesi l'inducevano a rivivere casi e storie locali, con vivacità di sollecitazioni ed altezza spirituale adeguata a farli vivere nelle pagine narrative e a dominarli.

Mentre l'esperienza garibaldina dettava l'Arrigo, l'ode a Garibaldi, il canto In morte di Francesco Nullo e le elaboratissime note memorialistiche, viveva e assumeva sempre maggior rilievo un'ispirazione borghigiana. Ad essa si offrivano modelli e moduli sicuri di cui è documento la pagina dell'ex-cavalleggero: la lunga attesa di questa fra le carte del Pratesi dice quanto la tematica del paesello natio fosse frenata, rattenuta e filtrata dal pudore dell'Abba, sempre esitante a parlare di se, incline a rivolgersi allo schermo narrativo (le pagine epistolari mostrano come certo vigore di stile, raggiunto fra gli anni "pisani" e il 1875 venisse serbato dall'Abba nei soli rapporti coi corrispondenti più cari, impegnandosi su corde ben diverse nelle sue prove letterarie). 21

L'ex garibaldino confronta così se stesso e le proprie esperienze eroiche, letterarie e cittadine col chiuso mondo di paese, con problemi di più modesta portata, con una realtà più limitata ma anche più pressante per quotidiani bisogni; più di frequente compaiono nei carteggi, accanto a ricordi, a scoppi improvvisi, a riflussi letterari, schiette voci di dentro; nomi illustri e gloriosi vengono accostati a problemi e cose d'ogni giorno. Si crea un'osmosi fra fattoespressione-letteraria da una parte e fattolinguaggio-domestico dall'altra.

Il mondo e gli uomini delle Langhe venivano così distanziati nelle Rive in cui l'Abba li inquadrava agli albori della gran vicenda napoleonica, destinata ad accogliere la sua ispirazione epica. Le lettere agli amici pisani e garibaldini serbavano - esse

sole - epica energia di tratti spontanei e termini sempre più significativi d'una personalità romantica, mesta, solitaria, religiosa nel suo levarsi pura verso i grandi orizzonti dello spirito da quelli circoscritti del viver quotidiano, fra gli affetti domestici e le vallate natie.

Mai interrotto, il fervido lavorio della memoria richiamava ore epiche, studiandosi l'Abba di adeguare la parola, la frase all'irrepetibilità dell'esperienza garibaldina, maturando al luminoso entusiasmo i vivaci tratti confluiti nel montaggio ventennale delle Noterelle. Per giungervi gli era peraltro necessario liberarsi da certa spinta byroniano-ortisiana verso più riposata scrittura, capace di nobilitare dettagli di quotidianità e di paesaggio in una cornice rispettosa del dichiarato modello manzoniano.

Solo muovendo dalla raggiunta qualità dello stile epico-diaristico e dal versarsi dei casi e dei giorni cairesi nel romanzo paesano ci si potrà rendere conto del faticoso emanciparsi del bozzetto autobiografico, del racconto campagnolo in cui schegge, perle e figure della tormentata e diffusa prosa del romanzo assumevano il dovuto rilievo e i modi franchi ed energici dell'Abba e della sua gente.

Non a caso, dunque, uno studioso come il Mariani avrebbe riconosciuto il bozzettismo delle Noterebbe, 22 "il gusto della scena campagnola, la felice condiscendenza al disegno... l'attenzione sempre appuntata a un paesaggio... immagini di riposo e di pace... di una natura silenziosa e discreta... assorta meditazione che riconduce quel paesaggio nel circolo delle proprie esperienze umane".

Il bozzetto, la novella di Abba ci giungono relativamente tardi, dopo la rassicurante prova del capolavoro e quando già il garibaldino famoso s'è cimentato in numerosi articoli rievocativi e su robuste tesi, dal proprio argomentare di protagonista e di testimone fatto sicuro d'un sentire, d'uno stile rilevato, dai tratti gagliardi e scattanti. La cronologia ce lo conferma, dal momento che fra l'edizione faentina dei primi racconti (con la presenza residua delle cronachette cairesi e di pagine belliche) e la stesura degli ultimi si va dal 1887 al 1895. Mai come in questo caso la questione dello stile si pone dunque come fondamentale; assume invece minor rilevanza il dato dell'edizione postuma; caso mai la consuetudine epistolare dell'Abba e quella giornalistica "l'avrebbero liberato da ogni risonanza carducciana" 23, fosse pure il "meraviglioso storico" 24.

Allorché sulle appendici del "Giornale di Brescia" del 1887 I'Abba riproponeva le mai dimenticate Rive, curava a proprie spese la prima edizione di Cose vedute; non è un caso, ed offre materia di riflessione la coincidenza con la pubblicazione del Cuore deamicisiano. Le novelle conservate nel1 'edizione 1912 (Nunzia e Le nozze di Arcangela) e il bozzetto Montenotte Dego Cosseria, riesumato dalle poche pagine edite nell'83 a Savona, sono quelli che più sicuramente riconducono al mondo langaiolo e quasi immobile del romanzo, alle esperienze giovanili dell'autore. Il differirne l'analisi ispirativa non impedisce di riconoscervi tratti stilistici di sicura ascendenza.

Abbiamo potuto vedere come la struttura, lo sviluppo e la prosa del romanzo avessero lasciato scontento Abba ad ogni tentativo editoriale. Della scarsa disposizione a reggerne i dialoghi (certo conseguente allo sforzo di riflettervi il pigro vivere di Cairo nel XVIII secolo) era consapevole l'autore, come le ripetute correzioni e contrazioni lasciano riscontrare sugli autografi. Anche agli indugi descrittivi che l'Abba si concedeva per non discostarsi dai ritmi delle Langhe sonnolente, scosse dal vento della rivoluzione francese e dalle armate del Bonaparte, egli mostrò di voler conferire nelle riedizioni maggiore speditezza e le forme più vibrate inserite nell'edizione Civelli indicano il faticoso maturare d'uno stile più asciutto, nella direzione delle Noterelle, come ho avuto altrove modo di dimostrare.

Ebbene: Nunzia e Le nozze d'Arcangela paiono nascere energiche, vitali, incise con sicurezza di tratto, come se per incanto si fossero di colpo spogliate dei cascami prosastici di imitazione manzoniana. In realtà c'erano... di mezzo le Noterebbe: veniva sicurezza dall'io-narrante all'intimità rievocata del memorialista e del langaiolo, deposti alfine i timori circa la scarsa dignità d'una lingua largamente tributaria del parlato e del dialettale. Le libere scelte lessicali erano fatte ardite dall'approvazione carducciana, che garantiva pure per i residui classicheggianti e per i palesi tentativi d'una nobilitazione linguistica del più spontaneo dire di Abba, nei termini propri della memoria. A suo tempo il Pratesi aveva ben individuato gli scrupoli dell'Abba nei confronti dell'aspro dialetto ligure e s'era adoperato per dissolvere certa segreta sudditanza della penna dell'amico nei confronti del modello linguistico tosco manzoniano.

Inoltre ogni noterella (e qui si può risalire a quelle che chiamiamo noticine nell'Arrigo, del 1866!) aveva rivelato all'Abba l'efficacia delle pause, delle fratture, perfino degli spazi bianchi lasciati al respiro ed alla libera immaginazione del lettore. Dalle prime due edizioni delle Rive ricordo d'aver potuto identificare l'isolamento di veri e propri blocchi espressivi e linguistici che favorirono il "montaggio" del capolavoro, unitamente al frantumarsi "tutto ligure" del periodo, "sempre più sensibile nella direzione dell'appunto e della nota breve"25, pur con le visibili cautele delI'Abba nei confronti di pagine che opponevano una lenta descrizione ad alcuni strappi lessicali, gergali o comunque locali. Di essi il romanzo costituì una miniera largamente sfruttata per il capolavoro, anche là dove la "versione" sommaria in italiano serbava i tratti asciutti di un'espressione ormai definitiva e le forme epistolari segnavano la via fin dal 187526: "Qui in Cairo è una morte. Tutto noia e silenzio... Il povero vecchio Franco non esce più di casa... Mio zio anche lui, con le sue gambe bestemmiate, non esce più per tema del gelo...; sagramenta ogni minuto che passa e vegeta come un canonico accidentato".

Quando verga le sue novelle l'Abba sa quale forza e incisività sia venuta alle Noterelle da taluni improvvisi scarti di tono, dalle risorse d'un linguaggio franto e di chiara matrice ligure-langaiola. Non teme più, quindi, certo "non finito" delle sue descrizioni e dei suoi dialoghi, anzi ne ha sperimentato e appreso l'efficacia. Gli anni sessanta-settanta - lo si avverte da moltissime lettere - vedono l'Abba preoccupato della correttezza e della fluidità toscana quanto più resta ancorato ai "generi letterari" tradizionali. Invece il suo sentire più vigoroso trova in sede epistolare scatti, impennate, tratti incisivi, espressioni gagliarde non senza pause, di totale abbandono, rivelatrici d'una personalità severa ma rilevata e originale nei confronti del linguaggio allora consueto ai letterati.

Se nelle prime due edizioni delle Rive gli elementi dialettali, sintattici, figurati e stilistici prevalevano su quelli morfologici ed emergevano da una prosa spesso frondosa e lenta, da dialoghi ancora prolissi (in filigrana, Manzoni), ecco nelle Notereste e nei racconti dell'87 un uso più libero e disinvolto delle parti variabili del discorso per quanto attiene alle differenze lingua-dialetto (modesta la portata nelle Rive per i timori accennati rispetto a quella, invece già considerevole, delle parti invariabili o più ancora delle locuzioni, dei modi, dei proverbi).

Nelle novelle, accoppiamenti, collocazioni, dislocazioni non soffrono più del freno classico e giocano a favore della felicità espressiva, della maggiore libertà nelle fi

gure di parola, di pensiero, nella sintassi e nel ritmo. In certo senso la presenza degli elementi sintattici, figurati e stilistici - nuovi o meno consueti nelle Rive - giova alla tesi d'un Abba che prepara le Noterelle più consapevole appunto a livello stilistico.

Ecco allora il regionale, il bozzettistica la parola più franca dei dialoghi fra giovani boscaioli, contadini e paesani nascere e disporsi senza remore o impedimenti nelle novelle, in linea col mondo ispirativo. L'aggettivazione si offre ad inconsueta riflessione in Cose vedute: la relativa povertà e familiarità del dialetto ligure-langaiolo trova compenso nel piglio più sicuro venuto dalla lunga maturazione delle Noterelle, perché gli aggettivi hanno una maggior frequenza. Largamente scelti fra quelli d'uso anche dialettale, non però esclusi da quello italiano, cui conferivano in genere il senso della freschezza e della gagliardia nativa, quella che con misura classica e malinconica aura romantica domina le Noterelle.

Nei racconti la raggiunta sicurezza dello stile vede l'Abba separarsi anche da alcune forme generalmente robuste ma di evidente copertura letteraria: raminghi per "randagi", ore bruciate per"ore strinate", cittadette per "grossi borghi". Gli aggettivi assumono connotazione particolare dall'uso ligure: 27 "buono per" (idoneo a), "faccia falsa", "tante" (molte), "lesto" (veloce, pronto), "fiero" (doloroso, gravoso), "franco" (sicuro di se, libero), "grosso" (numeroso, potente), "aspro" (difficile a praticarsi, a sopportarsi), "sgomenti" (privi d'iniziativa, di certezze), "rapito" (dominato completamente, privo di volontà), "risoluto", "piantato" (deciso, ormai determinato), "secco", "spedito" (rapido, sicuro e svelto nelle mosse), "sgherro" (deliberato o pronto a qualsiasi mossa, anche malvagia), "strinato" (bruciato, arso, rinsecchito), "schifa" (maledetta, renitente, repugnante).

Quelli toscaneggianti si riducono: "nocchiosi", "soave", "stagliata", "impiombata", mentre si fanno frequenti i raddoppiamenti, anche avverbiali e verbali: "andare andare, lunga lunga, laggiù laggiù, lontan lontano, marina marina".

Analogamente i traslati: "affacciato" (a un colle), "buttato" (alle strade), "buttarsi" (per disperato), "amaro" (cuore), "roso" (dalla curiosità), "guasto" (corrotto), "disgraziato" (per perduto o deforme).

L'Abba operava le sue scelte con una preparazione ampia e varia alle spalle; ma si teneva stretto a certe forme; non abbandonava l'uso ligure-langaiolo di "bello" in espressioni pur toscane ma più frequenti nella sua regione: "aveva avuto un bello sperare; aveva un bello aspettare; bell'e in mezzo al borro; ho bello e capito; bell'e stabilito; il perdono è un bel chiederlo". Del resto "sul più bello del mettermi a scrivere" era già in una lettera a Edgardo Del Carretto del 13 gennaio 1875 ! ...

Dei modismi liguri piace ricordare quelli "imperniati" sull'uso frequente (aggettivale o avverbiale) di tutto e sul frequente ricorso al dimostrativo quello, agevolanti sintesi espressive e di ambiente: "tutto fatto di coperchi; gli leverei la messa, la confessione e tutto; tutte le saette del cielo da tutte le finestre che vi davano; tutto quel popolo morto; tutto, tutto tirato a traverso; empire di se tutto quello spazio; la testa tutta occhi; fra tutti l'abbiamo ammazzato; e noi, tutti dietro; tutta rapita..."; "quella gran paura; empie di se quello spazio; quel mare, in faccia a quel mare; in quel gran silenzio, quel che erano venuti gli altri figlioli; a quei passi; non pareva più quella; si scoprivano quelle vette; ci viene sempre quel Vanni; colla lingua su quelle piastre; la storia di quel popolo morto; in faccia a quel lume; giunti a quei giorni...".

Per i sostantivi, rispetto al capolavoro, proporzionalmente è maggiore il peso di forme puramente dialettali, ora adeguate 0 (mercé l'esperienza pisana, di cui resta l'eco) ora inserite per ottenere superiore efficacia rappresentativa nelle novelle. Il ventaglio dei sostantivi non è molto ampio; in compenso molto omogeneo nel tono, pure rispetto alle Noterelle, per il venir meno di perplessità e scrupoli letterario-eruditi d'osservanza classica e scolastica. I traslati non sono molti: passo (per "situazione"), balzo (per"precipizio" o "rapida salita"), stretta (per "morsa" o "situazione disperata"),%ondura (per "fondavalle"). I toscanismi si moltiplicano (calcagna, guazze, fiotti, sagrati, pettorali, guizzo, silenzi, lanci, pedate), mentre ricorrono con frequenza degli accostamenti "ibridi" fra idioma montanaro e toscano: "cerusico, coccomuccia, piotte, facezie, grugno, raffacci, le tempia, far le croci, una croce, brace, carboni, reliquie".

La sicurezza di Abba nell'uso si riconosce attraverso il semplice enunciare e... allineare i sostantivi, tra i quali s'avverte e si scopre un paesaggio montano, con la sua gente e i suoi modi, coll'improvviso schiudersi d'orizzonti marini: è l'ambiente dei racconti, ove il dialetto nativo più osa; certi termini, toscani o langaioli, sono egualmente "inconsueti" o rari: "profenda, grillanda, beverone, fagiolaie, gallione, palancola, barde, ardiglioni, trabocco, ribocco, stramazzone, buche dei morti, buche dei cimiteri, sbaragli, saette, gole, paura, ceneri, guglie, vette, volo, magri stinchi, fare i conti, ghignare, una nebbia ghigna, parussola".

Le voci fondare, il modo d'un lancio del capolavoro cedono ora al "fondo", al "lanciarsi", al valore proverbiale langaiolo di giuramento o miracolo, al ricordo diffuso che il dialetto genovese fa alla parola cosa, plurisignificante. Così, passato dalle Rive alle Noterelle, il costrutto d'apparenza toscaneggiante sarebbero visi da, sarebbe viso capace, risulta ligure, col solo sostituire il "viso" al dialettale mura (volto, muso duro, ceffo da..) e ricorre più volte nei racconti, senza perplessità, forse giustificato agli occhi di Abba dai luoghi e dai tempi di queste sue prose. Ciò può valere per le voci verbali, ma con eccezioni, dal momento che il bagaglio lessicale ricorrente appartiene sia all'area para-dialettale, sia al patrimonio efficacissimo, non di rado epico, consacrato dall'aureo volumetto memorialistico.

Del resto il mondo langaiolo era veramente epico nei ricordi, nei modi, nelle espressioni che gremiscono le opere più "familiari" e le lettere di Abba: val la pena di averne citata in nota una, ad esempio. Anche le Rive recano un loro contributo di efficacissimi traslati, assunti dall'Abbamaggiore: "guadagnare (il ciglio, la vetta), toccare (subire), attingere (raggiungere o partecipare), piantarsi (resistere, fermarsi, ostinarsi), arrivare (colpire), mettere (introdurre, indossare o riporre), trovare (andare in cerca)", cui s'aggiungono i nuovi "affannare (togliere il fiato), infilare (imboccare, scegliere), impiombare (fucilare), reggere (resistere, sopportare), spicciolare (spendere o mendicare in esigua misura), barattar parole (dir brevemente, aver poco da dirsi)" per quel polivalente (e classico) patire che ricorre spesso nella vita e nelle pagine dello scrittore. Molte sono le forme dialettali, più spesso utilizzate in una scrittura italianizzata, tratte dal gergo montanaro, marinaresco, artigianale, militare e perfino morale: "agguantare, tagliare a filo, cacciare, ghignare, parlarsi (tra fidanzati), discorrere, empire, fissarsi, disviare, fiottare, incapponirsi (sic), trascinare, rodere, rondinare, rondeggiare, tirar via, sparire, sagrare, sagratare, ricattarsi, mugulare, pigliare, sballarne".

Sono evidenti gli ibridi; del pari è usato spesso il participio isolato (nella Rive accadeva con stato, ora con "giunti di quei giorni", "morto di tre giorni", levato) accanto a forme che serbano una S-impura caduta nell'italiano (stagliare) o la omettono (cassare).

Talora Abba procede per arcaismi, con sforzo imitativo o figurativo, poco rispettando (si direbbe di proposito, per una sua originalità, un po' rustica ma "forte") forme transitive e intransitive, privilegiando l'uso riflessivo. Meritano un indugio alcuni verbi dall'uso particolare: tipicamente ligure e direttamente passato dalle Rive è il parere (o sembrare) che assume funzione d'appoggio, tra il servile e il fraseologico in ripetuti "non pareva più quella, si sentì come se, gli sembrava come una nebbia che l'avvolgesse, se l'era sentito andare al cuore, non gli era parso, paiono sul fuoco, gli parevano una cosa sola con, pareva sulle braci, le erano parse da poter accontentare, parevano venute, parevano lì per".

Non diversamente, ma più raro, il dovere (nel senso di "si può presumere che sia"): "dev'essere morta, aveva dovuto mandare per (attraverso), dev'essere il parroco"; in senso vario e ricco s'incontrano i verbi fare e venire, come accade per le parlate povere di sinonimi: "quel che erano venuti gli altri quattro figlioli; veniva su (per 'cresceva'), veniva su (faceva carriera); gli era venuta addosso una malinconia; dare addosso (assalire); la neve deve venire un po' alta (nel senso 'sta per'); suonavano che facevano sgomento; tutto fatto di coperchi; fatti e rifatti i conti; a conti fatti; faceva conto; fece per partire; ci si erano fatti portare; faccia tra se; facendo il viso di nulla; avesse fatto vergogna; al primo inferno che faccio".

Resta, caratteristico, l'uso irregolare di proposizioni, con una frequenza superiore all'italiano del DA e dell'IN, uno stravolgimento del PER, una contrazione del ricorso a DI ed A. 28

Ad Abba preme ora il colorito locale e, pur in anni di vita scolastica e di curata correttezza linguistica, non rinunzia al costrutto ancor oggi in uso nella sua terra, massime al proverbio. La presenza di questo assume un particolare significato grazie a una lettera del 1883 29 alla contessa De Gubernatis, in cui l'Abba parla del suo "romanzo che era forse il più noioso libro del secolo o giù di lì", ma ci fornisce un'interessante chiave d'indagine critica, aggiungendo: "vedo dalla Sua lettera che Ella conosce come io avessi tentato di trovar proverbi".

La linea Abba-realismo sembra contare su più sicuri e validi riferimenti, a tutta lode di Gaetano Mariani che, per le sue precisazioni sul bozzettismo, non poteva contare su questa formale e personale indicazione di Abba. Non deve dunque stupire la presenza di forme e modi proverbiali liguri: "mangereste il bene di sette chiese; buttarsi in gola al lupo; l'ho fatta correre (me ne sono liberato); col cuore fra due sassi; si tastava se (cercava di verificare); potete lavarvi la bocca (fingervi innocente); trovar porta di legno (non poter prendere contatto); soffiare nella cenere (pescare nel torbido); possa venire un po' di bene (auspicio negativo...); ti farò vedere il diavolo nell'ampolla (te la darò a bere); una faccia che neppure il vaiolo se l'era voluta rodere (persona invisa); allora era allora (son mutate le cose); franco come una doppia di Spagna (sicuro del valore proprio)"; "scoprir marina; scoprir Dego; se non fosse stato il pensiero di lei; la meglio cosa del mondo; un viso sgherro; un ghigno, una ghigna; siediti qui così (proprio qui?; se mai, l'America è grande (c'è sempre una via di fuga)".

Le iperboli non sono numerose (ne è responsabile la libera oltranza realistica) e vanno piuttosto sottolineati i modi "spezzati" del dire che, raccorciandosi, fa appello a riprese, a ripetizioni ("e Foresto dietro", "non è mica morto, non è", "vado dal sindaco, vado", mi hanno da sentire, mi hanno", "lontan lontano", "marina marina", "laggiù laggiù", "e andare andare"). A costrutti ellittici e paratattici, ad anacoluti e preterizioni van le preferenze dell'Abba in Cose vedute secondo quanto si può riconoscere dell'iter stilistico Rive-Noterelle, ove s'incontra l'uso scorretto del CHE e dei pronomi, consueto nel dialetto ligure: "tutte le finestre che vi davano (s'affacciavano); che quando era stato abbattuto tutte le donne...; a lui la lingua gli...; le campane sonavano che facevano sgomento; dal tempo che ve n'era una che le compagne la chiamavano...; scrivergli non avrebbe osato; che in tempi antichi si portavano i morti; ne aveva veduti tanti di curati".

Le osservazioni sugli elementi stilistici consentono d'affermare che i precedenti illustri (Manzoni per le Rive, Carducci per le Noterebbe) avevano potuto disorientare i critici: certi impeti eroici, certi guizzi dovuti sia al temperamento sia alla minor distanza storico-psicologica dell'Abba dai fatti risultavano più naturali, così da escludere espunzioni o levigature toscaneggianti.

In Cose vedute lo stesso umile, angusto e caro scenario paesano, i più dimessi sfondi storici suggerivano all'autore una misura stilistica che riesce meno condizionata dall'esterno; le fitte varianti del romanzo, che smussavano molti spigoli e intendevano nobilitare lingua e caratteri proposti come esemplari, non potevano celare in Abba un'energia di rappresentazione, "una brevità bozzettistica già viva nelle lettere, com'esito di risultare più personale" 30 nel capolavoro e più perfettamente calettata nei racconti.

L'elemento ligure par quasi voluto più per render l'aria dell'antico ambiente di Cairo che per ragioni stilistiche; eppure lo stile è quello dell'Abba, ormai posseduto, dominato di volta in volta da vicende, personaggi, circostanze per cui possiede mezzi espressivi adeguati.

Nunzia è il racconto più lungo e più vicino alle Rive; Pellegro, disertore romagnolo sistematosi presso una famiglia di boscaioli delle Langhe, vi trova l'amore di Nunzia, vanamente corteggiata in passato da Pilo. Ma l'incontro di Pellegro con Biagio, il nonno di lei, già disertore napoleonico, ossessionato ora dal timor delle streghe incontrate a suo dire nella valle e al ponte delle tre rocce - turba l'anziano. Visto quel giovane libero da timori muoversi presso quel diabolico guado, ha, in proposito, un'animata discussione in paese e muore per colpo apoplettico. Pellegro non vuoi mancare al funerale; ma appena esce di chiesa i carabinieri l'arrestano, su denunzia di Pilo. Questi cercherà invano l'amplesso di Nunzia proprio sul torrentello ove lei usava incontrar Pellegro; la fanciulla resiste infatti a Pilo e l'uccide, tosto travolta però da lui nel fondo, proprio mentre giungono i soldati del re per le manovre e la notizia della fucilazione di Pellegro.

Le nozze d'Arcangela fissano la nascita di costei, ultima figlia, brutta e deforme, d'un padre vedovo (realmente esistito in Cairo), anch'egli orribile. 31 La creaturina cresce in un suo poderetto, derisa e abbandonata da tutti finché - salvatasi da un gran febbrone - la chiede in isposa per il figlio Loccio un accorto contadino, Micco Griva, il quale conta d'impadronirsi così per via ereditaria, della casetta e del campicello in buona posizione, al sole.

La sera delle nozze i compaesani turbano la festa, gettano la sposa, mezzo stordita, nel letame e arrivano a percuotere Loccio nelle risse di quel rude costume di borgo. Arcangela, sola, si prende cura dello sposo ferito e condannato a rapida fine dai postumi delle percosse. Entrambi godono silenziosi il sole autunnale, guardando il cimitero sottostante la casetta. Morto Loccio, Arcangela scompare: superstite d'un amore sbocciato incredibilmente, va randagia per anni. Dopo una nevicata notturna il custode del cimitero la troverà sepolta dalla neve, venuta a morir presso il cancello, fra l'indifferenza della gente, intenta ai propri consueti passatempi.

Pure il protagonista di Primi duoli, il giovinetto Foresto, è personaggio autobiografico 32: entrato in chiesa nel pomeriggio per completar la penitenza inflittagli dal confessore (deve tracciare con la lingua trenta croci sul pavimento!), vi è sorpreso dalla nipote dell'arciprete. Nerina ha per lui parole d'un limpido amore e gesti d'un affetto nascente. I due, sorpresi da un'anziana, bigotta signora del borgo, devon lasciarsi, dopo aver scoperto che un altro giovinetto (Vanni) corteggia la ragazzetta. Foresto completa la penitenza, poi corre alla casa solitaria di Vanni per far gelosa vendetta. Ma l'improvviso spettacolo del mare, apparsogli ad un varco, ha il potere d'esaltarne la purezza, in uno stupore quasi religioso. Al ritorno scoprirà che la pinzochera ha parlato: l'arciprete allontana per sempre la nipote, di cui Foresto giunge soltanto a vedere la mesta partenza.

Le tre novelle riconducono Abba a casi autobiografici, a luoghi della fanciullezza vagheggiati lungamente nel romanzo 33, messi ora a fuoco avendo presente la giusta distanza rievocativo-formale raggiunta nel capolavoro. L'autore torna nella sua Val Bormida, fra i casolari sparsi e i boschi ove fumavano le carbonaie, secondo una espressione a lui cara e familiare: del resto in questi racconti spesso gesti e figure tornano con un che di più netto e definitivo rispetto al romanzo, di cui Abba serba tutto l'epos domestico.

Solitari, i carbonai e le loro famiglie vivono con fierezza e senso morale confermato da secoli di semplici costumi 34. A tale sentire si riporta l'idillio di Pellegro e Nunzia, sobrlo nei cenni e negli eplsodl, nato e vissuto en plein air, in una gagliarda natura silvestre, ove l'uomo si rifugia senza peraltro rinunziare ai fondamentali rapporti coi suoi simili, ai riti, alle memorie, alle leggende e... alle superstizioni. Abba coglie i fatti etici e di costume al loro albore, nel loro consolidarsi; e per gli umili il suo dettato è più rapido, coglie l'espressione dal dire comune, filtrandola però attraverso la propria severa coscienza.

Convivono così nella novella le figure d'arroganti graduati piemontesi e dell'età napoleonica, i luoghi dell'idillio 35, le processioni scorte sulle creste montane, le visite del parroco e dei carabinieri ai casolari sperduti, le ore trascorse al lavoro, i pasti frugali.

Motore delle pagine di Nunzia è la superstizione di Biagio, che vedrà cadere il proprio mondo morale, finirà per dubitare dei suoi stessi valori religiosi, cadrà stroncato; il suo timor delle streghe non è pretesto 36. Né lo spirito libero e spregiudicato di Pellegro vieta a questi di riconoscere la generale responsabilità ("fra tutti lo abbiamo ammazzato") e la leggerezza usata nei confronti del povero vecchio: la rusticana credulità di Biagio non stride fra quelle foreste e nella sua semplice, onesta famiglia par normale retaggio del passato.

Si direbbe che nell'arresto, seguito agli ultimi minuti trascorsi recando il feretro di Biagio sulle spalle, Pellegro venga scontando l'intrusione in un mondo immobile e severo, ospitale ed intatto, ancora ignaro della tragica morte che attende Nunzia in un rude approccio di Pilo, allorché le valli si rimandano l'eco d'un eccezionale e festoso avvenimento militare: il passaggio di un principe, che riporta all'episodio soldatesco d'apertura, senza violare il clima rustico del bozzetto. Questo finale, fra sangue e trombe che non agitano la coscienza dei superstiti, ha davvero del realismo romantico, prova un equilibrato crescere stilistico e ispirativo di Abba, in una direzione comune col Pratesi, verso un più vivo contrasto fra situazioni e figure dai tratti sicuri, casi nutriti di concretezza e d'ombre.

Con Le nozze d'Arcangela Abba va anche oltre: protagonisti, paesaggio, intreccio non gli premono quanto il profondo, le misteriose vie che presiedono ai gesti, illuminanti i risvolti segreti delle semplici creature della sua valle. Questo ne spiega i colori più cupi e tragici, il modesto gruzzolo lessicale dei personaggi, quasi Abba non potesse con Arcangela levar gli occhi al cielo, che solo lei vede nei momenti più intensi della sua pena e in quello, breve, della sua gioia. A differenza del suo sposo, ella beve nelle nozze un soffio di vita amorosa e la traduce in gratitudine incredula, in dedizione tacita, generosa ed estrema. L'autore ha scelto la sua nuova protagonista fra le creature più umili, fra coloro che la grossolanità dei borghigiani non considera "persone" ed emargina con cinismo pari alla crudeltà e all'assurda allegria della derisione.

Siamo in un'area ispirativa quasi verghiana; ma Abba non cura l'oggettività di proposito, lascia anzi che il suo sentire vada a coglier quello d'Arcangela e, trattolo alla luce, l'offra al lettore felicemente sorpreso dalla stessa ruvidezza dei gesti, dei modi, delle manifestazioni d'un affetto ignoto ai più, incredibile quasi, simile all'accendersi d'una fiammella sentimentale nel Foresto di Primi duoli, per cui non conta l'età ma la scintilla, il raggio. E' quanto ci viene offerto dal Ritorno del cavalleggero, ove i sentimenti non son celati, ma taciuti, affidati al cavallo, ai gesti, alle cose, ai luoghi, fino al focolare della famiglia che si ritrova.

In Arcangela il Capasso ha visto "un quadro di un'incisività quasi feroce", fuori di chiave, rispetto al mite Abba del romanzo. Il critico è forse più nel giusto quando ne ipotizza il momento ispirativo in ore d'insopportabile vita entro il chiuso borgo 37. Se i gesti e le parole possono riuscir lenti nella prosa delle Rive, trasferiti con maggiore essenzialità ripristinano l'autentica vita di Cairo e del contado con tono di verità che discende dall'averla osservata e conosciuta dall'interno. Va però tenuta presente anche la stagione pisana, allorché l'Abba molto soffriva 38, alternando momenti di scoramento e ritorni alla casa paterna; gli uomini (più ignoranti o più malvagi?) che percuotono Loccio e gettano nel concio Arcangela non sono al centro dell'ispirazione. A darne il senso mesto e grande è il miracoloso accendersi d'un'anima vissuta solitaria, ignara del bene e di ogni slancio, nello stupefatto attaccarsi, oltre la stessa vita dello sposo, alla cura d'un malato, assistito al pallido sole, sulla panchetta, dividendo il recinto prossimo del cimitero, l'ipotesi non temuta della sepoltura.

Non credo si potesse scrutare più a fondo questa eccezionale figura di donna; il suo povero corpo disfatto (vi s'imbatterà il becchino, dopo la nevicata) riesce più tenero quanto meno lei parla, in quel "rivedere il cielo pieno di stelle lontane" al riaversi fra... l'immondizia, come chi confidi alle cose, ai gesti, sentimenti che non sa spiegarsi né trarre alla luce, forse assuefatta all'emarginazione, come le streghe della novella Nunzia. Il giovane Abba (che "pensava sempre alla morte") va a collocarsi sul rustico sedile di lei, in vista del camposanto e probabilmente ritrova un proprio maturare analogo per sofferenza e schiettezza. L'idea familiare del buio, del soliloquio quasi silenzioso, dell'irrevocabile passato sono di tutte le ore della vita dello scrittore; solo la grande, severa dignità le mobilita, come la dedizione dei gesti d'Arcangelo nel gran silenzio, fra la neve. Ogni scena è raccorciata al massimo e lascia ampi spazi e silenzio; l'intervento a dire la cosa, l'azione, sigilla curiosità e compassione, quali mancavano nelle lettere.39

Il borgo non è protagonista, offre figurette, usanze (la tabella nuziale vigeva ancora pochi anni fa nel ponente ligure per le nozze delle vedove!), occasioni; che sia tutto realisticamente reso, non significa che tutto sovrasti. Né l'Abba era uomo da lasciarsi sfuggire quei segreti moti d'animo che esaltavano una vita oscura o aprivano varchi allo spirito suo, proteso ancora nel 1900 a rivedere in se e in Pratesi "uomini che non hanno mai più riso dall'età di sedici anni".

La natura, per strette angolature, ha la sua parte: la primavera e l'autunno, sulla costa ov'è la casetta, dicono la decadenza fisica di Loccio, il conforto che viene ai silenzi della strana coppia affiatata dal dolore, mentre l'inverno fa più neri i miseri giorni di Arcangela nella stanza solitaria. Solo la neve poteva isolare lei nell'ultimo ritorno, sottrarla, viva, al paese che non l'aveva amata, perché non poteva comprenderla. Forse le intere Rive non hanno una pagina, una figura come questa, disperata e muta; lettere e romanzo possono però spiegarci come essa sia venuta alla penna di Abba. Un capolavoro.

Vi è pari, in Primi duoli, la felicità di tocco con cui lo scrittore resuscita le sue giornate di fanciullo. Pur se illuminate dal sole pomeridiano, le navate della chiesa di Cairo hanno il loro buio: nella brutalità della pena inflitta al fanciullo Abba ha ritrovato però altri elementi, a segnare le svolte di quella giornata e delle future, a congiungere la vita del borgo con quella della chiesa, della vita parrocchiale col più libero, aperto mondo di valle, su, su, fino all'improvvisa sorpresa, il mare che appare a Foresto e ne sublima gli impulsi. All'antica, confessata passione pittorica l'autore ha chiesto quella presenza, tra complice e protettiva del pittore che osserva dai palchi, in chiesa, i due giovinetti; all'angusta curiosità e malizia della gente ha attinto per la signora pettegola (un'altra impossibilitata a comprendere!) che muove la vicenda; Vanni non diverrà che uno spunto d'azione, avrà solo funzione contrastiva, dimenticato - con ogni spirito di rivalsa di fronte allo spettacolo naturale che si prende il cuore del piccolo Foresto.

Qui darei particolare rilievo alla decisa potatura - operata da Abba già sull'autografo - d'una seconda parte tutta langaiola di Primi duoli, tutta tesa a recuperare il tema caro e insistito delle streghe e dello stupito discorrerne fra giovinetti, anche se le pagine espunte constituiscono un saldo legame con Nunzia e con la vita della Val Bormida.

La grande pagina è quella del casto incontro fra i due giovanissimi, in chiesa. Foresto è quasi bloccato dalla dura penitenza, avvilito; Nerina è capace di dir tutto in uno spunto ov'è sintetizzata, per ripetizioni naturalissime del povero lessico, la trepida gioia degli incontri precedenti, venuta meno con la disperazione, che scoppia sotto la cenere del dire quotidiano: "E allora come faccio io...?". Qui davvero l'autobiografismo di Abba riesce a dire l'ambiente e la sua vita, dopo averne tentato la trasposizione nell'Arrigo e nelle Rive, ove un protagonista adulto non consente il recupero degli anni teneri, degli stupori e della fermezza di fronte a imposizioni aberranti, ad adulti despoti.

Il Giuliano del romanzo può essere Foresto stesso; ma di lui sono taciute o appena toccate le radici infantili, pur decisive di scelte troppo rigidamente riportate a un roussovianesimo di circostanza. L'amore, espresso tante volte da Abba come sublime, è reso soprattutto quando si riduce a pochi tocchi estatici. Se le lettere lo esprimono nel suo adulto abbandono 40, specie da lontano, solo le Noterete ne recan traccia felice nell'incontro-addio all'inferriata della Monacella palermitana. Foresto e Nerina vivono il loro amore e ce l'impongono col semplice accostarsi delle due testine: poche pagine narrative l'Abba conta come queste, sobrie. E i residui d'una tenerezza romantica vengono bruciati dalla stessa rapidità con cui il giovinetto, rimasto solo, opta per la ripresa della penitenza e punta all'incontro con Vanni, beandosi della visione marina, tornando in tempo per il nero dolore della partenza della ragazza. Uomo era nel completare la penitenza, uomo è qui, cresimato dal primo, fiero dolore della sua vita.

Un vegliardo ebreo è protagonista de I baffi e il cuore del signor Saul, un racconto più vicino alla novella edificante. Nel paesello egli s'è stabilito da anni ed è stimato, discreto benefattore. La povera famiglia di Colombano non saprebbe trarsi d'impaccio di fronte alle esose pretese del padrone di casa se, nella notte nevosa, un pacco di monete non giungesse insperatamente, rompendo un vetro. Colombano non fa fatica, seguendo le impronte sul bianco tappeto, a scoprire il benefattore, la cui generosità ha origine quantomeno strana.

Capitato "con barba e baffi" ad Alessandria quando vi governava il terribile gen. Galateri, venne da questi notato e fatto percuotere dai soldati dopo l'umiliazione d'una rasatura forzata dei baffi, non leciti alla sua razza sotto la monarchia assoluta! Bollente spirito, Saul imparò in quella circostanza a dominarsi, a sopportar la prepotenza e si volse a compensar l'offesa col perdono e con la generosità verso i miseri che ora assiste in paese con delicatezza. Né manca l'esempio alla coppia di servitori - Lucrezia e Giufò - che ha cura di lui, buon vecchio notabile, capace di trasformare l'onta subita in una crescita morale edificante quanto silenziosa.

In Prendi moglie, al dottor Asquini, sollecito dei paesani che corre a curare a cavallo per le vallate, giunge notizia delle nozze progettate dal figlio, che studia scultura a Milano. L'occasione d'una visita per dissuaderlo s'accorda con la possibilità di rivedere cari amici, come lui ex-garibaldini, dai quali l'idea matrimoniale, in genere, era sempre stata avversata! Preso congedo affettuoso dalla moglie e dalla figliola (che contempla dormiente), I'Asquini giunge a Milano, ma non trova il figlio nel solito studio. S'imbatte però nel primo dei commilitoni, Giomo, inserito nella vita brillante della metropoli, un po' fatuo, coi capelli tinti! Da lui apprende che l'antico rivale in amore, il Terenzi, è morente all'ospedale. Lo visita e ne coglie il rimpianto per i giorni dissipati, una nascente fiducia in Dio, un riconoscimento della validità dell'istituto matrimoniale, osteggiato nei giorni garibaldini. Il gomitolo delle memorie si scioglie fra le riflessioni e conduce Asquini a visitare altri due ex-garibaldini lombardi. Il primo giace paralizzato e preda di sciocche manìe, assistito dalla giovane moglie (la cugina, sposata per non disperdere il patrimonio); da lei ha avuto un figlio di cui non gode la freschezza, in una casa ove s'è rintanato dopo una giovinezza spesa a rincorrer dame e a soddisfar puntigli. Triste incontro con Asquini, dunque, come sarà quello con Offlaghi, rimasto scapolo secondo la vecchia convinzione. Questi è ormai incapace di sottrarsi alle astute pressioni d'una servente (resasi indispensabile e preoccupata di farsi largo per sistemare se e il proprio bimbetto). Asquini non può che alimentare nel commilitone d'un tempo un senso d'amore, proprio per quel bimbo; rientrando frettolosamente nella propria valle, mediterà sulla sorte sostanzialmente migliore toccata a se stesso, con la scelta appunto di prender moglie. Trovato a casa il figlio non potrà che lodarne il disegno d'accasarsi, benedicendo la scelta di chi si sposa e si crea una famiglia.

Medico condotto nella Val Bormida è pure il dottor Paleari, un galantuomo che si rimprovera a lungo certe indulgenze del pensiero per una bella giovane della vallata, ma conosce ne EI dottor Crisante il valore della famiglia che ritrova la sera, dopo le ore spese a visitar malati fra boschi, valli, casolari sperduti. Dalle conversazioni paesane entro la cerchia dei notabili gli giunge conferma che un collega (appunto Crisante) s'è a lungo comportato da scapolo impenitente, seducendo più d'una fanciulla, senza riconoscere i non pochi figli naturali che la gente di paese segna a dito e gli attribuisce.

Fra lo scherzo pesante e l'intento d'ottenerne il ravvedimento, Paleari invita un giorno Crisante nella propria casetta di campagna, dove avrà occasione d'incontrare il bracciante Prospero, un figlio naturale così somigliante da scatenare uno slancio di ravvedimento e di risarcimento affettivo del padre. Il contadino si vede così circondato da una serie d'attenzioni e proposte che non può accettare, in quanto comporterebbero separazione da affetti e abitudini a lui ormai cari.

Così il racconto vede un duplice pentimento: il donnaiolo di un tempo s'accorge del sempre differito rimedio (il matrimonio), Paleari avverte la gravità delle conseguenze prodotte dalla sua superficiale iniziativa e conclude - con la più assennata sua consorte - che il matrimonio è "gran giogo e gran guardia".

Le tre novelle più tarde risentono logicamente d'una saggezza d'età matura, della consuetudine di Abba con la routine di scuola e della distanza ove si collocano memorie patrie e garibaldine: quella degli articoli dello scrittore apparsi appunto quando lo impegnavano il settore educativo e quello celebrativo, con alti sensi e con ripetuti riferimenti alle ore passate nella giovinezza in armi e, più tardi, nella famiglia.

I baffi e il cuore del signor Saul risulta la novella meno sentita, la meno vibrata della raccolta; il paese è rappresentato, ma le figure vi assumono tratti forse troppo volutamente edificanti, cosicché l'unico raccordo autobiografico possibile (tra Primi duoli e Le nozze d'Arcangela) risultano i momenti della prepotenza subita da Saul ad opera del Galateri. Persistono i modi liguri, quasi per "caricare" l'ambiente del borgo: in realtà le ragioni di stile sono quelle ormai acquisite e sono anche più vive quando il racconto ha del militaresco. Certo la figura dell'emarginato israelita pone una problematica viva e punta sull'esempio; resta però in chi legge l'impressione che il racconto potesse meglio inserirsi nel Libro delfanciullo, per esemplarità di casi, per certe cadute di tensione narrativa e per una meno incisiva caratterizzazione stilistica. Rallentamenti e indugi descrittivi non erano fuori chiave rispetto alla pubblicistica dell'epoca, tuttavia si fanno notare in questa novella, rispetto alle altre di Cose vedute.

Forse una linea d'approfondimento critico si potrebbe suggerire o nel contrapporre i due poli - della bontà di Saul e delle percosse con prepotente modo del "duro" Galateri - dai quali si genera la bontà d'una vita. Ma qui si rischierebbe d'uscire dai sicuri binari narrativi per rispolverar resoconti più vivi ma anche più polemici circa la vera e propria azione di "tirannello locale" esercitata da quel generale. E l'Abba di questi racconti ultimi pare assai lontano da tale intenzione, essendosi limitato a toccarne altrove. Insisterei piuttosto sulla presenza, "con passi d'ombra", dell'idea di morte, che la bontà rende non paurosa al filantropo e che il residuo idealismo romantico di Abba preferisce accostare alla miseria d'una coppia contadina e alle considerazioni miste e devote dei servitori, in un atteggiamento ammirato ed esclamativo verso Saul...

S'è già detto dell'unico autografo disponibile di Prendi moglie. L'Abba vi sostituì pazientemente il cognome di Asquini a quello di Crisante, divenuto protagonistaancora medico - del racconto omonimo. E altri due medici almeno occorre convocare sulla pagina, il Paleari e il Giuliano delle Rive, senza dubbio un precedente più a lungo scrutato e portato in cuore, nato per certo dalle memorie del borgo che l'autore abitò da giovane. Proiezione sicura dell'ansia educatrice e risanatrice dell'Abba, sindaco e amministratore della sua povera "piccola patria", il medico par figura deputata a incarnare il filantropo che per l'opera quotidiana, per il prestigio e la sua varia disponibilità nei tempi rappresentati, lo scrittore cercava.

Senso d'umanità libertà di movimenti e di contatti, specie in ore decisive per altri uomini, ne caratterizzano la giornata e la vita, spiegando a noi come in Cose vedute sian rappresentate figure certo meno idealizzate dell'eroe romanzesco, varie quanto basta a proporre rapporti non sempre consueti, a muover vicende e trame entro le quali sentiamo recuperati dall'Abba ricordi e personaggi che si possono anche riconoscere tra i garibaldini dell'epistolario.41

Più prossimo a Giuliano per probità, animo sensibile, capacità di giudizio, senso della famiglia, della paternità, dell'amicizia, il dottor Asquini beneficia d'un'inquadratura professionale e domestica assai misurata, non ignara delle sottili componenti psicologiche della sua personalità nei rapporti con moglie e figli. Asquini conosce il turbamento e Abba ce lo mostra in uno spaccato coniugale ben indagato, con misurate riflessioni di padre e di marito, con cenno sobrio nell'accarezzar con lo sguardo l'ultima figliola, dormiente. Nelle sue considerazioni, nella rapida sintesi della vita sua e dei valori di essa si legge l'Abba-maturo, colui che sapeva aprirsi nelle lettere al Pratesi, e specialmente, al collega Amoretti.

"Guai se non avessi la famiglia, dove mi rifugio e pur soffrendo godo...". "E portiamo in pace la nostra croce. Ma cos'è poi questa che chiamiamo croce, se non l'amore per la famiglia? Liberateci dal pensiero di poter morire prima d'averla potuta tirar su tutta all'onor del mondo, e vedrete che la croce si cambia per noi in aureola".42

La stessa concretezza del colloquio coniugale, dei preparativi di partenza, hanno la franca scioltezza e l'asciutto periodare di quella gemma che fu DI ritorno del cavalleggero: cose capaci di parlare, lessico tale da ravvivar le cose, non di tradirle pei sogni.

Ritroviamo Asquini, disorientato viaggiatore, a Milano: l'autore aveva espresso anni prima la sensazione provata nella metropoli, 43 quando vi cercava commilitoni e... un editore pel suo romanzo. Ex garibaldino, il dottor Asquini vi annovera incontri ben disposti dalla penna di Abba in funzione della mesta recherche dei suoi autentici commilitoni (S'autore non ci avrebbe mai fatto conoscere un Giorno 44 dai capelli tinti, che qui gli occorre per individuare il più sfortunato dei quattro moschettieri d'un tempo). Nella visita al Fatebenefratelli 45 ritroviamo solo Terenzi, tisico, deluso e moribondo; ricuperiamo in più rapido scorcio le ore di Giuliano e di don Marco al capezzale dei morenti, la sublime speranza cristiana, il saluto affettuoso ad un uomo già in nobile contesa, "amico in un momento d'alta malinconia", secondo parole care e tipiche d'Abba.

Fra la Milano degli uomini indaffarati e quella brillante dei caffè, tale mesto incontro si pone come un momento di verifica "borghese" della città e della famiglia, presente nella commedia Vecchi e giovani e nei tratti epistolari d'un Abba ancora "oscuro". Ora lo ispira il senso del reale (si pensi ai ricordi galanti a quel letto d'ospedale!), con gesti e figure d'affettuosa partecipazione che stile e rapidità d'accenno dominano senza impoverire, insistendo forse qualche momento sui tratti rievocativi. La presenza riservata e ammonitrice del frate sull'uscio, il consulto rapido, alla brava, che Terenzi impone all'amico d'un tempo, l'arrivederci bilicato fra speranza e timore, fra religione voluttà ormai deposta direbbero un appoggiarsi alle Noterelle, se lo stile energico, in situazioni anche statiche, non fosse animato dall'amicizia giovanile ove radicano i rapporti dei protagonisti.

"E me ne venni via per le sale, per lo scalone": al dottor Asquini l'Abba presta le parole più famose scritte per il capolavoro, là dove gli occhi soltanto della monacella palermitana hanno parlato nell'ultimo incontro: "E me ne venni via fantasticando una camicia rossa e dei veli bianchi...".

Fratture come queste si contano a decine nelle lettere, quasi termini inseparabili da

uno strappo dato all'immaginazione e al sentire: "...quando rompo il mio soliloquio perpetuo e chiamo a raccolta dai ricordi le persone con cui ho vissuto".46

Pacato, quale forse Abba non fu mai, 1'Asquini fa la sua visita al duomo e a S.. Ambrogio, come l'Abba ai luoghi cari e ispiratori. Poi la novella sposta il proprio asse sulle visite che devono completare l'itinerario del recupero garibaldino. Le visite all'Offlaghi e al Lantieri non si debbono legger solo come passaggi della novella (che ha la sua morale, il suo valido argomento ma potrebbe parere disegnata "a tesi" durante i residui due incontri). L'autore conobbe, volle conoscere casi e dimore, pene e bisogni dei suoi compagni dei Mille; quando lo scoramento lo portava a dubitare di se, delle sue molte pagine garibaldine, non esitava a concludere, senza delusione o rimpianto: "sarò ricordato come un piccolo Turpino".

I due incontri con gli spensierati giovani d'un tempo vanno letti insistendo sulla capacità bozzettistica, sulle ricostruzioni ambientali non diluite in lunghi periodi, ma mosse da un'acquisita capacità di montaggio, di dialogo, di ritmo narrativo raggiunto col diaframmare variamente su figure, interni, confessioni, furtivi passaggi di donne tanto diverse da quelle d'un tempo. Allora ci si accorge che l'Abba è tornato... al diario, alla notazione, a scene ben salde facendo più serrato l'incalzar degli interrogativi, dei bilanci amari, delle presenze discutibili ma necessarie di minori, fino ai pettegolezzi raccolti sulle vie lombarde. Qui tornano sul foglio espressioni risentite delle Noterelle, entro quadri e situazioni che non sono semplici fondali: si veda quel "si lanciò dentro, andò dritta al foco, e si lasciò cadere".

Come Nunzia, Prendi moglie si diffonde per pagine; lo si può leggere - rischiando qualche delusione - per correre alla "conclusione" d'Asquini; ma è più giusto rispettare il tempo psicologico del consolidarsi di questa nelle ore di treno, per essere offerta al figlio finalmente raggiunto. L'occhio deve fermarsi sulle scene che il regista-Abba ha allineato, per nostra fortuna, parallelamente ai suoi carteggi. Allora le Noterelle, le meste e le accese ore bresciane, il calore d'una famiglia sofferta e ricostruita con dedizione suprema, non parranno che ad un passo.

Il dottor Crisante, quale vide la luce attraverso le impressioni e i suggerimenti dell'amico Pratesi 47, Si riallaccia per un aspetto alla poesia delle memorie (quelle giovanili, cairesi), per un altro se ne discosta, in quanto dell'impresa garibaldina e degli anni ad essa seguiti sparisce anche il riverbero che animava gli incontri di Prendi moglie. L'ultimo racconto è più ordinato del precedente, meno gremito di fatti; retto da una certa unità di luogo e d'azione, riesce meno mosso e più unitario: non escluderei un momento di stesura più riposato e meditativo.

Ora i due medici richiamano soltanto per tenue filo il cenno delle Rive a coloro che si facevano medici - come missionari negli studi e a quanti esercitavano o potevano esercitare con animo meno impegnato, con una vita dura, sì, ma non quanto quella di contadini, carbonai, poveri sperduti nei boschi, nelle casupole. Fra Crisante e Paleari c'è qualcosa di più in comune: entrambi conoscono la vita del medico che cavalca solitario per sentieri, tornando sui luoghi di... Nunzia, misurando le distanze entro una natura sana e pacificatrice, centellinando nei ritorni stanchi della sera impressioni e, perché no?, svelte figurette femminili, viste di fuga, entrate nella fantasia anche quando il calore del focolare e della famiglia le riduce a scrupolo, taciuto saggiamente (pro bono pacis) e per la loro caratura troppo al di sotto della saldezza coniugale.

Il dottor Paleari, per la verità, non rientra nell'alveo della famiglia e riesce a lungo figura... chiacchierata più che rappresenta ta; egli non s'è fatto soverchi scrupoli con le donne incontrate solitarie in un bosco o a un crocevia. Abba vi dedica più parole di quanto fosse solito concederne agli amori, stando alle esigue pagine di pochi taccuini giovanili; sapremo che nella valle i figli naturali del Paleari eran più d'uno, al dir della gente. Ecco allora aprirsi il borgo, anzi i passaggi obbligati di esso: la farmacia, l'osteria, con certa accidia che aspetta al varco l'uomo solo e stuzzica quelli riuniti attorno al bicchiere o alle carte da gioco, con la sottile punta del pettegolezzo, dell'accenno insinuato che Abba riesce a rendere "d'epoca" alternando giustamente la bonarietà di taluni al sommario sentenziare di altri. Così talora si ha il senso della luce improvvisa negli animi, talora del segreto diffondersi d'una sensazione; altrove scatta, in un attimo, la determinazione o la si vede emergere da reiterati sforzi per intendere o per credere.

L'età malinconica degli scapoli o dei "sistemati", tolleranti o impietosi, fu forse rivisitata (certo non vissuta) dall'Abba-vedovo, intento certo a bilanci prima che a propositi, fra disperazione, urgenze, pene paterne, solitudine, delusioni professionali. Ma il dottor Crisante nacque alle lettere più tardi, quando l'autore poteva guardare da lontano il mondo della maldicenza, delle accuse, degli scherzi malvagi o di quelli velleitari, poco attenti agli esiti, poco preoccupati dell'imprevisto, del dolore in agguato.

"La famiglia è una cosa divina, ma appunto perché è divina pochi uomini la conoscono e poche donne sanno formarla. E il più delle volte è un inferno di ipocrisie costrette".48

Senz'altro la passione di Abba per la sua seconda sposa dovette suggerirgli, nella famiglia a lui stretta, il punto di vista di Paleari, disposto però a una mossa non priva di conseguenze decisive per il giovane Prospero e pei suoi modesti disegni di campagnolo, col disordine fatale che da

altri spunti non ordinati scaturisce, come il male delle unioni non cementate dagli affetti e dal tempo.

Abba conosceva "la gente dei piccoli borghi" 49, Capasso ha ben ragione di porre al centro de 11 dottor Crisante la denunzia e la rappresentazione. Vi si aggiunga però una felice disposizione dell'Abba, che riaffiora nelle ultime novelle, alla tecnica dell'accenno (già sperimentata nel capolavoro) anche per una delicatezza morale nei confronti d'un caso dato per esemplare, ma esente da troppo diffuso commento. Meglio è soffermarsi sulla presenza dell'Abba più intero, profondo e pensoso, in certi tratti del racconto; le sue parole sui giovanissimi, sull'effetto fatale di discorsi che "paion cose da nulla, ma chi le raddrizza nell'anima?", mi son parse degne di Primi duoli, solidali all'opera dell'educatore e a quel Libro del fanciullo che in questi stessi mesi ho ritrovato autografo.

L'ultimo-Abba, attento alla sensibilità infantile, teso al travagliato volume per l'Esercito (Uomini e soldati), instancabile a percorrere le Alpi prima di farne oggetto di trattazione paziente e innamorata, è ad un passo dalle sue novelle. L'amore e la comunione lunga di Mario Pratesi l'hanno raccolte postume, non ultime fra i doni del garibaldino passato alla Scuola, con l'ansia di lavorare, fino all'ultimo suo giorno, come nell'elogio alla Vita dell'infanzia del Pratesi stesso: "il mesto abbandono nel quale si cade leggendo quelle pagine mi sembra che dia vita, poiché chiudendo il libro si sente qualche cosa dentro che spinge a ben fare". 50

Poco degli autografi è giunto a noi, una trentina di foglietti di Prendi moglie non lontana dalla stesura definitiva, quattro ampie facciate di Primi duoli espunte visibilmente da essi. Queste ultime tuttavia più antiche delle altre, a giudicar da carta, scrittura e varianti - significative del lungo processo ispirativo e di non pochi temi e spunti che saldano fra loro le novelle di Cose vedute.

Anziché opporre alla luminosa visione che Foresto ha del mare la precipitosa partenza di Nerina, allontanata dal borgo per un pettegolezzo, Abba dovette pensare - in un primo tempo - a prolungare il felice "vagabondare" del giovinetto fra boschi e colline, introducendovi incontri, discorsi, echi, figure e memorie che si riconoscono or nell'una or nell'altra novella, fili sottili di una ispirazione autobiografica che percorre tutto o quasi questo volume postumo.

Del grato ricordo dell'incontro in chiesa con Nerina tornano alcuni candidi dettagli allorché Foresto s'imbatte nel coetaneo Gotardo, bizzarra figura, degna di figurar nel gruppo familiare di Nunzia. Mentre fa legna ed ammaestra... un falco sui monti, confessa a Foresto la propria intenzione di farsi prete (con relativa indicazione del "pericolo femminile" e col programma d'una maggiore giustizia per gli oppressi e gli anziani). La figura di don Giosafatte vien così recuperata non tanto dalla memoria, quanto dalla scoperta del valligiano, stupito di fronte a una figura e ad un'autorità mai discussa prima, né sfiorata da dubbi e da tanta familiarità: "Dunque uno si poteva far prete come altri si fa soldato, medico o zappatore? Ora gli pareva d'aver sempre creduto che i preti venissero da origini sconosciute quasi da fuor del mondo degli uomini, e che nessuno potesse dire d'uno di essi, egli fu già così e così, lo conobbi prima, conobbi suo padre sua madre, so questo e quest'altro dei suoi e di lui e questo pensiero gli fece tristezza".

Il quadro cui siamo riportati è certo quello di Nunzia: la semplice reverenza per il parroco è quella del nonno Biagio, la natura dei luoghi è detta già da quel falco (battezzato Napoleone!), dalle rocce, dalle piante, da quella "selvatichezza (di Foresto) che gli pareva di avere in se ed era nelle cose", secondo un'osservazione non secon daria nella poetica di questo ultimo-Abba.

Nell'aia del casolare di Gotardo gli stessi uomini robusti a faticare, le stesse donne gravi e giocose della cascina di Nunzia, spiegano la franchezza dei modi, la perspicacia del giovinetto nell'indovinare l'amor del compagno per Nerina, serbano un natural pudore di fronte a slanci affettuosi per lui insoliti.

Nel rude paesaggio trovano collocazione i potenti malvagi del borgo (che Abba fisse rà nel maligno pettegolezzo de 11 dottor Crisante), la dura contrapposizione con Vanni, cercata anche nel lessico con quel la variante che sostituisce muso a muso con grugno a grugno, secondo la preferenza più rude e locale della prosa del narratore.

Ancora da Nunzia par derivare quel breve spunto sulle streghe, non temute da Gotardo né dal disertore di quel racconto. La vecchia solitaria- in fama appunto di strega - pare la sinopia di Arcangela, e per lei si esplicita il compianto di Foresto e di Gotardo, con ricordi commossi e ritorni agli scomparsi, al camposanto, perfettamente in linea con quelli della povera vecchia.

Non manca un "rimando" possibile alla novella del signor Saul, in quella ferma deliberazione di Gotardo di non sparlare, di non vendicarsi, che Foresto stenta a comprendere e a far sua.

Considerati i tempi lunghi di composizione e raccolta delle novelle di Cose vedute non può sfuggire la serie di "diapositive" che Abba ha saputo isolare, spesso mediante brusche troncatura in una materia che probabilmente viveva unitaria nei suoi ricordi e parlava alla sua fantasia negli anni maturi. A guardar bene il procedimento è ancor quello delle Noterebbe, portate in cuore per vent'anni e "lavorate ad un guem", come afferma il Trombatore sulla scia d'un giudizio di Cecchi: presente ad entrambi è la scansione bellica e storica di quelle scene. Nei bozzetti tal linea non sussiste e pertanto non pare azzardato dire che la mano di Abba diffuse o troncò con senso d'arte insieme più ingenuo (per la materia) e più maturo per l'efficacia espressiva.

NOTE

1) C. SCARPATE La poesia giovanile di G.C. Abba, in Novità e tradizione del secondo Ottocento italiano, Milano, Vita e pensiero, 1974.

2) Fondo Bandini, Firenze. Abba a F. Sclavo, 13 luglio 1872.

3) La prima si legge in Ricordi e meditazioni, Torino, S.T.E.N., 1911, in appendice; per la seconda cfr. T. BARBIERI, In una strenna lucchese l'Editio Princeps di C.C. Abba, in "Convivium" XXXIII, È, 1965.

4) Fondo Abba, Brescia. Al Padre Leoncini.

5) L. CATTANEI, G.C. Ahha. Formazione di un memorialista, Bologna, Cappelli, 1973, p. 50.

6) C. SCARPATE op. cit. appendice.

7) Edito a Pisa dal Nistri.

8) Cfr. G.C. ABBA, Edizione Naz. Opere. Scritti Garibaldini, Brescia, Morcelliana, 1984, pp. 4-6.

9) Fondo Abba, Brescia e Fondo Bandini, Firenze.

10) "Cinquecento ho dovuto pagare al tipografo di Faenza per quelle mie stampe delle Cose vedute e del Romagna, delle quali non ricavai dieci lire. Con queste e con altre spese, addio fave, dicono i toscani". Fondo Abba, Brescia. Abba a Corradino, 12 luglio 1889.

11) Fondo Abba, Brescia. Abba a Sciavo.

12) Fondo Bandini, Firenze. Pratesi ad Abba, 7 maggio 1887.

13) Fondo Abba, Brescia. Abba a Sclavo.

14) La risposta sarebbe giunta, implicitamente negativa, riportata in una lettera: "Volevo leggere il volumetto dell'amico suo; ed invece non son neanche a capo di un terzo. La prima novella dell'Abba mi pare che abbia molto carattere: tutta quella parte delle streghe specialmente è interessante e caratteristica. Però vi son lungaggini... Ho parlato col Nencioni, ed egli mi ha promesso di accennare al libretto dell'Abba. Cercherò di rammentarglielo. Ma il Nencioni, temo, è troppo devoto al D'Annunzio". Di proprio il Pratesi aggiungeva: "Non te la prendere". Fondo Bandini, Firenze. Pratesi ad Abba, 15 Feb. 1888.

15) Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 13 nov. 1889.

16) E' sintomatico che sull'unico autografo a noi giunto di Prendi moglie, il nome del medico-protagonista fosse sempre quello di Crisante, puntualmente corretto in quello d'Asquini, dell'ediz. 1912.

17) Fondo Abba, Brescia. Ferrero ad Abba, 18 dicembre 1892.

18) Vol. LVI, Serie III, I, pp. 5-39.

19) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 27 agosto 1895.

20) Cfr. Ricordi etc., op. c it., p. 159.

21) E' la tesi di L. CATTANEI, G.C. Ahha etc., op. cit.

22) G. MARIANI, G.C. Abbia in Orientamenti culturali. Letteratura italiana. I minori, Milano, Marzorati, 1968, IV, p. 2875 sg. e Bozzettismo epico degli scrittori garibaldini, ora in Ottocento romantico e verista, Roma, 1973, pp. 163-197.

23) A. CAPASSO, L'arte di G.C. Abba, Genova, Ed. Liguria, 1959, p. 35.

24) Quello del famoso giudizio carducciano sulle Noterelle.

25) L. CATTANEI, op. cit., p. 323.

26) Le forme epistolari segnavan la via da tempo: "Qui in Cairo è una morte. Tutto noia e silenzio... Mio zio anche lui, con le sue gambe bestemmiate, non esce più per tema del gelo... sagramenta ogni minuto che passa e vegeta come un canonico accidentato". Fondo Abba, Brescia. Abba a Edgardo Del Carretto, 13 gennaio 1875.

27) Sono in corsivo le forme presenti nelle Noterelle.

28) Su questo e sulle scelte linguistiche di Abba cfr. L. CATTANEI, op. c it., pp. 322-339.

29) Fondo Tommaseo, Biblioteca Nazionale Firenze. Abba a De Gubernatis, 10 dicembre 1883.

30) L. CATTANEI, op. cit., p. 336.

31) Per il soprannome (el brüt) lo ricordano per fama i nipoti di G.C. Abba, che ne tentò il ritratto ai ff. 6,80, 109 del Taccuino, T, Fondo Abba, Brescia. (cfr. G.C. ABBA, Edizione Nazionale, I, p. 92).

32) L'ultima figlia di Abba, Nella, udì dal padre questo racconto; lo confermò oralmente a chi scrive, nel 1967.

33) "... sere fa, attraversando da solo sulla mezzanotte, la valle dove fu combattuta la battaglia di Dego..., soffiava il vento a buffe, gelido come tu non lo sentisti mai; e la neve che ingombrava i campi... che notte, mio Mario, qual vento pieno di forti aspirazioni! Ed io ti diceva, vedi, amico mio, quella vetta, quel burrone, quella gola che pare delI'Inferno? Ebbene, là morirono a centinaia, erano prodi fra i prodi: eppure trovami un atteggiamento, un'orma, l'eco d'uno dei loro urli, un nome; no, non lo troverai No, la valle è sempre quella". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 24 gennaio 1868.

34) L'Abba è riconoscibile in analoga semplicità in un passo epistolare giovanile, da Cairo: "Sai tuche cosa mi consola? Il pensiero che m'è venuto di sposarmi ad una nipote di mia madre, bella, semplice, giovinetta, e che non ha mai posto piede fuori del nostro borgo. Dare uno scopo modesto e dolcemente utile alla nostra vita, che bella cosa!". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 10 gennaio 1871.

35) Quanto essi fossero cari all'autore fin dai tempi dell'edizione faentina, si legge in una lettera al Berti, professore di arte applicata all'Istituto d'Arte di Faenza e amico di Abba: "Ma io voglio una copertina su cui sia una vignetta tua. II dirmi "sì, te la faccio" sarà per me la miglior prova dell'indulgenza tua sull'error mio di questi giorni... L'hai trovato il motivo? Ci vorrebbe Pellegro sulla palancola e Nunzia che lo guarda tra i cespugli lassù al laghetto delle tre rocce. Oppure una processione di contadini e di contadine (boscaioli) con le lanterne dietro a un feretro portato da quattro sbucanti dal fitto d'una selva. Se poi ti piacesse far Nunzia alle prese con Pilo che mentre essa lo uccide la fa cadere nell'acqua dove essa affoga, anche questo motivo andrebbe. Lo fai l'uno o l'altro? Starebbe così bene una vignetta tua sul frontispizio o sulla copertina del libretto!". Fondo Abba, Brescia. Abba a Berti, 1 ° ottobre 1887.

36) Non si tratta d'un cascame d'origine manzoniana, ma d'una rimembranza storica ben viva nelle Langhe e in Liguria. In P.A. TOGNOLI, Cairo nella storia della Liguria e della Nazione, Cairo Montenotte, Lagorio, 1971, pp. 155-157, si può leggere il testo del Processo criminale e del decreto "contro donne cairesi, accusate e confesse d'aver avuto commercio col demonio per propagare il contagio pestilenziale" firmato nel 1631 (è riprodotto l'originale del documento, conservato nell'Archivio di Stato di Savona). A documenti analoghi si è rifatto E. ZUNINO, Cairo e le sue vicende storiche, Cairo Montenotte, Arti Grafiche, 1929, pp. 175 sg. per le accuse di aver "impiastrato molte case di materie non cognosciute, col conseguente arresto dei rei e complici di tal fatto", mosse ad "eretici" per i quali si provvedeva a formar squadre di vigilanza fin nel Settecento. Infine Minnie Alzona, ha indagato sul fenomeno nel ponente ligure, valendosi di documenti relativi per un suo lavoro narrativo.

37) Aveva espresso un suo giudizio l'autore, scrivendo a Sciavo: "Di qua... un colorito uniforme tinge la nostra vita sepolcrale; non gioie, non affanni generosi, non uomini, non caratteri da amare". Fondo Abba, Brescia. 3 febbraio 1869.

38) "Certi dolori, che tu sapesti poi, mi avevano tolta la salute, e gittata l'anima in un pelago nero, nero! In Toscana io c'era venuto per morire in pace in quei luoghi dove, nel 1861, aveva vissuto qualche mese pasciuto dalle dolci melanconie dell'amore". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 22 aprile 1872.

39) "Tu sapessi l'inverno che abbiamo avuto! Neve sopra neve, cinque o sei volte, ed oggi ancora ne sono coperti i monti e non abbiamo sole da due settimane. E' una melanconia che uccide, e chi non è fatto per le cene e pel vino, non sa come vivere". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 10 marzo 1872.

40) Nelle lettere alla moglie Teresita Rizzatti, che pubblicò L.M. PERSONE', Lettere inedite di G.C. Abba, in "L'osservatore politico e letterario", n. 3, 1964.

41) "E che fa Rinaldo? Rinaldo è come il personaggio cavalleresco di cui porta il nome... Abba vede Rinaldo col viso roseo, i capelli castani, gracile e gentile come una donzella". Fondo Abba, Brescia. Abba ad Arconati, 27 aprile 1900.

42) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 11 settembre 1902.

43) "Io dunque sono giunto tutto intero nella grande città, dopo aver vissuto il meglio dei miei anni sulle mie montagne. A quelle l'anima mia sospira oggi, mentre ne era stanca, stanchissima alcune settimane fa e anelava a queste vie, a queste masse, agli amici di qui... Ma, caro mio, il mondo, allorché vi sono in mezzo, mi spaventa, con le sue abitudini, con le sue convenzioni, con le sue esigenze il mondo è terribile". Fondo Abba, Brescia. Abba a Sclavo, 28 febbraio 1869.

44) Il nome (ligure) di Gerolamo Airenta, il compagno delle Noterelle, è qui usato certo per un'altra figura, in cui sono chiaramente alterati parecchi tratti della sua autentica personalità, anche fisici.

45) Lo spunto autobiografico è palese e un'altra lettera ne dà la prova, con la specularità dei casi: "Dunque tu hai potuto accompagnare alla tomba il più ingenuo, il più buono di tutti i nostri compagni! lo, qui tra queste rupi, non ho fatto che pensare a Lui, che moriva mentre io cercavo coll'occhio le cime dei suoi monti.... Dunque in Italia non respira più l'anima grande e semplice di Daniele Piccinini?... C'erano ancora lui e Cairoti, e se n'andarono, quasi lo stesso giorno. E intanto moriva a Milano al Fatebenefratelli il povero Nando Secondi, tre tipi di cavalieri, tra i quali Benedetto rappresenta la virtù che non dubita mai, Daniele la protesta generosa che si afferma e perdona, Nando l'incarnazione dell'umorismo, che si fa un culto del bene in cui non crede... Povero Daniele! Lo veggo ancora come lo vidi in casa tua son diciassette mesi; mi sento ancora nella stretta delle sue braccia potenti... entusiasta per l'amicizia... Ma come l'anima sua si rivelò nell'intimo!... E Bertossi non era degno di Piccinini? Te ne ricordi?". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pasquinelli, 15 agosto 1889.

46) Fondo Abba, Brescia. Abba a Cesareo, 31 luglio 1904.

47) Questi aveva inviato nel 1902 il suo romanzo Il peccato del dottore; e l'Abba gliene scriveva: "Quel Dottore sei tu in parte, forsanche in tutto; ma egli è della famiglia de' miei, un cugino se non un fratello, salvo che tra quel tuo e il mio di Prendi moglie e del Crisante c'è la differenza che tra te e me. Noi formiamo un chiasmo: tu, a vent'anni, eri quel che io sono oggi a più che sessantatrè; io a ventiquattro ero ciò che tu oggi verso i sessanta. Te ne ricordi? A me le atroci ingiurie della vita addolcirono l'anima, e diedero qualcosa che allora nelI'anima mia non era; a te tolsero di quella dolcezza, ti irritarono le fibre, ti fecero sprezzatore, pessimista". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 21 luglio 1902.

48) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 8 aprile 1901.

49) "Conosci ora anche tu la gente zotica e vile dei piccoli luoghi; e consideri, per esperimento fatto, giustamente quello che a me toccò patire da dieci anni a questa parte. Credilo, o Mario, nulla al mondo, neanche le consolazioni della famiglia, possono compensare l'animo dei forzati ritorni sopra se stesso, dei vuoti che sente fare in se dal contatto orribile di quelle piovre che sono le lingue dei borghi religiose e educate; delle cadute cui s'è soggetti ogni giorno, piccole e senza dolore. Non si abita impunemente nei piccoli centri, come dice Hugo". Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 24 marzo 1877.

50) Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 23 aprile 1870.