Probabilmente i primi successi e il forzato abbandono degli studi son fra le ragioni del volgersi di Abba a manifestazioni poetiche, lumeggiate in gran parte da Claudio Scarpati 1, in parte ancora inedite, ma tutte o quasi collocabili fra l'uscita dal collegio a l'arruolamento nell'Aosta-Cavalleria del 1859. Lo studioso che si china oggi su quei versi ha la netta sensazione di trovarsi di fronte ad esercitazioni poetiche obbedienti, sì, a una certa vocazione espressiva, dominata tuttavia da un fatale e palese appoggio a modelli stilistici correnti e scolastici, assunti per situazioni psicologiche personali che il giovane Abba sentiva ad essi prossime o aderenti.
Egli si muoveva in una società retriva nella quale non dovevano mancargli le delusioni e certe angosce facili a scambiarsi per una condizione di vittimismo che spingeva in direzione leopardiano-foscoliana, con trapassi patetici fortemente caricati accanto a versi d'occasione e in prevalenza amorosi che incontravano non equivoci moduli nella poesia dell'Aleardi, secondo la più tarda ammissione dello stesso Abba 2. Il linguaggio e i moduli adottati sottolineano una malinconica delusione amorosa, tenera e diluita, alla quale Abba oppone ora l'invocazione della morte: "Benedetta la morte! almen la pace Trovi dell'urna" ora intarsi enfatici alla Musa dell'oblio.
In realtà, anziché fissare come precoci risultati negativi quei tentativi acerbi, giovanili, noi vi leggiamo con lo Scarpati "una inappagata domanda affettiva"; e di fronte a questa, per un naturale moto psicologico riequilibratore, ecco l'Abba giovinetto che pone in primo piano una prima immagine di se, quella d'un puro giovane d'alti sensi, quasi in atteggiamento di sfida d'una società, dell'umanità stessa che gli pare avversa e dolorosa, frustrante come nella realtà personale fu l'addio agli studi figurativi.
Il rapporto col piccolo mondo di Cairo lo porta ad enfatizzare i propri casi; vicende amorose, sulle quali sappiamo pur qualcosa dai taccuini di Abba, sfociano nel canto dopo esser caricate di un elemento romantico di moda, la morte, posta come tema fondamentale che s'accompagna all'amore e ad un repertorio di moduli tutto o quasi scolastico, quale poteva essere familiare a un giovinetto uscito dal ginnasio dei maestri Scolopi. Si fa cenno a questi toni per indicare i primi movimenti poetici di Abba e il cammino percorso oltre le loro formule, pur passando attraverso un dettato poetico che parve non di rado segnato dalla "librettistica dell'opera in musica"; si pensi ai due versi esemplari:
"... incolpato desire
D'abbracciarsi, baciarsi e poi morire!".
Quel che nell'Abba pareva ruggire impotente o troppo languidamente intenerire avrebbe preso cogli anni ad ispirarlo, ad irrobustire una personalità per ora ai primi passi.
Le malinconie, i fiori, le donne angelicate da un lato, l'anelito a forti imprese, al proporsi quale eroe o protagonista di vita alta e grande, ancorché sconfitto, finivano per polarizzare i componimenti oltre il vagheggiamento amoroso, verso un senso di profondo dolore e di tristezza che gli facevano invocare la morte per risolvere quel contrasto ch'era stato prima fra giovinetto e borgo e si preparava a divenire una terribile antitesi io - mondo.
Occorre dire che l'esercizio letterario, l'intrecciarsi di vicende personali e amorose, un più attento lavoro di lima smorzarono le punte, accolsero, con maggior dignità gli spunti e le tessere dei modelli (sempre più Foscolo che Leopardi, al quale è pur dedicato un sonetto) e aprivano la via a commossi e turbati accenti che nel dolore ritrovano elementi patetici del Cristianesimo, di sicura derivazione scolopica (Tristis es anima mea usque ad mortem, Nacqui fra i mesti...).
L'antitesi io-mondo vista or ora ha però una via risolutiva, oltre gli eccessi patetici, su un piano eroico che recupera l'alta visione di se sul mondo, non esclude l'invocazione ad una degna morte che santifichi e giustifichi il dolore, riscattando l'io premuto dalla perpetua mestizia delle delusioni e dello scorrere del tempo. Non a caso la linea che congiunge i primi scolastici tentativi poetici dell'Abba con più virili accenti è attraversata dall'esperienza militare e garibaldina dal '58 al '60: è forse il caso di proporre l'ultima terzina delI'autografo 1858 come campione cui poi rifarsi:
"Educate alla scuola del dolore
Salutate quel fiore e quella fossa
Che tanta parte serra del mio cuore".
Le lettere già pubblicate e quelle in via di pubblicazione lasciano intravvedere sicuramente l'immagine d'un giovinetto che si fa uomo e, scontrandosi con la dura realtà, avverte di poter dare ad altri, in verso e in prosa, un alto segno di se. Nel 1859, infatti, l'Abba si trovò in linea nella seconda guerra d'indipendenza, strinse amicizie, visse da forte, si batté per idee e dignità assai più consistenti delle giovanili esperienze poetiche; a quell'anno risalgono due composizioni estranee al cliché giovanile: una cantica In morte di Giorgio Byron ed un'ode A Giuseppe Garibaldi 3. Evidentemente il mitico poeta-soldato inglese e il condottiero s'accampavano dinanzi alla stessa immagine dell'io di Abba, ne raccoglievano gli ardenti spiriti eroici, offrivano ai profili dei protagonisti paesaggi mitici e non più fondali del repertorio scolastico, affrontando un lessico e una sorta di componimento che innalzava di un'ottava il canto nella direzione della libertà, della poesia civile ed eroica. Si trattava di un passo decisivo nel confrontarsi dell'Abbapoeta con una materia più impegnativa che avrebbe messo allo scoperto ingenuità presenti nei giovanili componimenti cairesi.
Molte lettere dell'Abba garantiscono il suo crescere e il suo prender posizione nel reale; quella di Pinerolo dell'agosto '59 lamenta con sobrio accenno: 4
"...molti tra quelli che mi amavano tentarono di sperdere quanto più potevano la mia memoria... E se non fosse per riabbracciare mia Madre, la povera mia Madre, non rivedrei mai più il mio paese, dacché per aver adempiuto ad un obbligo sacrosanto cui mi stringeva la mia posizione di soldato e più di tutto d'uomo d'onore meritai un oblio che non mi attendeva, non se anche l'insulto e il disprezzo. Ma ritornerò, ritornerò ancora una volta per discolparmi, per rintuzzare le codarde parole lanciatemi dietro, per rivendicare la mia fama, per dare un ricordo ai nemici miei".
La morte di Byron detta versi di sicura eco foscoliana:
"... i generosi che fan cerchio, piamente accolti, stancano la pupilla in lui spnando l'affannoso respiro; e qual con dolce modo il guancial solleva e qual la mano gli bacia e qual con profumato lino la fronte pallidissima gli terge, ma la quiete è profonda".
La maggiore padronanza espressiva di questi versi incrocia nell'ode A Garibaldi residui enfatici ("il re che i tradimenti ignora", "l'onta e il sangue a San Martin perduto"); ma vi esprime pure un tratto nuovo e destinato a ricorrere per anni, fino al capolavoro: "ancor manca un poeta alla tua spada" scrive l'Abba e, più oltre, "né i tuoi trionfi celebrò un poeta".
Corrisponde al senso delle grandi realtà incontrate o balenate agli occhi del poeta l'anelito ad esserne degno cantore, a volgersi decisamente alla poesia, auspicando tra l'altro che questa si facesse interprete d'una rinnovata materia civile ed epica.
Il passaggio dalla lirica all'epica (pur con le prove successive) già qui propone la tesi che l'Abba, appena dimesso dal collegio, si sia cimentato via via per lunghi anni con tutti i generi letterari in voga, fino a trovare come per incanto nella prosa bozzettistica e memorialistica il proprio ubi consistam di narratore, attraverso la lirica, il poema epico, il romanzo, il teatro. Si collochi a questo punto la grande esperienza garibaldina del '60, si veda il reduce scontrarsi invano con l'immobilità e le resistenze del suo borgo 5 (dove solo nel 1861 egli fonderà la prima Società Operaia di Mutuo Soccorso), lo si segua a Pisa, ove l'ansia di restare a contatto di amici colti e maestri liberi l'aveva condotto: avremo dinnanzi la stagione degli studi e dei rapporti più aperti e frequenti (col Pratesi, col Mayer, col Barzellotti), degli amori delusi ma passionatissimi, dell'impegno per un'arte che postula istanze educative e civili, secondo la grande linea additata da Mazzini.
I mesi pisani (con un taccuino edito dallo Scarpati) 6 segnano un ritorno ai temi delle prime poesie di Abba; anche quando il patetico torna a passar fra le maglie ispiratrici dell'eroico (Frammenti in morte d'un giovane greco) e quando la morte torna, seppur innalzata al cadere in battaglia, Abba ci lascia avvertire che una presenza del reale e degli spiriti incontrati nell'avventura dei Mille condiziona e contiene utilmente l'urgenza giovanile di versarsi tutto nei versi, precipitosamente, o di cedere alla facile onda di calchi aleardiani.
Un amore non corrisposto per Luisa Mayer torna a dettare la poesia A L... nella sua lontananza, dove l'azione di contenimento lirico è travolta dalla condizione psicologica di Abba, ma lascia vedere in filigrana il travaglio dell'esercizio letterario, col quale l'autore via via si sforza di allontanare la sua carica passionale di fiero sconfitto e di mesto epigono dei languori romantici e dei modi petrarcheschi.
E' possibile una raccolta "in negativo" dei modi, delle espressioni, dei vocaboli tolti ad altri poeti; ma tale inventario guida a riconoscere ormai nella letteratura il luogo deputato al versarsi nei momenti d'esaltazione e di sconfitta amorosa, con una dedizione civile e lirica che trae dal Mazzini e dal Foscolo una sorta di religione della poesia.
Il sodalizio pisano comportava altresì in quegli spiriti "frementi" per mazzinianesimo o garibaldinismo, un amaro senso d'impotenza di fronte alla gran questione politica romana, alle sorti degli ex garibaldini, dei popoli d'Europa ancora oppressi. Risulta quindi logico il convivere della spinta epica con la delusione, che, nel caso specifico, s'associa per Abba con la sconfitta amorosa e col suo ritorno a componimenti che diremmo "d'occasione".
Il fallimento della spedizione di garibaldini nella Polonia ribellatasi ai Russi, ispirò il canto In morte di Francesco Nullo, del 1863, in piena atmosfera pisana. Rispetto all'Ode A Garibaldi la distanza cronologica del canto non è proporzionale alla differenza dello stato d'animo ispiratore, pur se li stringono legami stilistici e letterari. Mentre una patina di decoro formale dissimula nell'ode del '59 un'aura d'attesa per nuove, decisive imprese di Garibaldi, il canto per Nullo nasce da un doloroso ridimensionamento degli entusiasmi e delle speranze volontaristiche, non dovuto alle sole, ben note vicende politico-parlamentari. Il tragico epilogo della spedizione in Polonia consente ad Abba di proporre le figure dei volontari come "gruppo" di eroi, dei quali osa farsi cantore per additare ai vivi un esempio, eternare un ricordo, decretare un trionfo nell'ora della morte, foscolianamente, a spiriti generosi e incorrotti. Quest'ultimo aspetto non cela fremiti di una religiosità patriottico-mazziniana e il senso d'una aristocrazia del merito, delI'eroismo, della partecipazione ardita e coraggiosa alle vicende gravi della storia:
"... senza fine beati
quanti dono sortian dalla natura
di ferrei polsi e di bollenti petti...".
Il maggior precedente dell'impresa dei Mille non è taciuto nel canto per Nullo e la diversa portata dei due episodi indusse probabilmente l'Abba a fasi finalmente celebratore di quegli audaci, anche in forza dello sdegno provato per il mancato riscatto di Roma e per le tendenze involutive ravvisate in quegli anni nel mondo
"... Ove congiura
la man dei pochi a ricondur le larve
dell'antico diritto, e la sventura
sulla risorta umanitade...".
Appunto perché guerriera, la formazione dell'Abba l'aveva familiarizzato ai grandi tempi dell'eroismo, del sacrificio, della morte; il che, tradotto in modelli, incrocia fatalmente autori che abbiamo citati, grazie ai quali si spiegano movenze e stilemi ora danteschi, ora pariniani, leopardiani, foscoliani, perfino manzoniani, lungo una via che condurrà al "meraviglioso storico" delle Noterelle per l'alone poetico di certo lessico, di certe cadenze, perfino di certi nomi. Sopravvivono meno raffinati gli spunti aleardiani, ma le arcature più nobili e serrate evitano molte cadute sentimentalistiche, grazie all'altezza e alla tensione della forma classica che non esita a cimentarsi con temi di abbandono e di morte, rappresentati con una vena pensosa della
"... livida paura
che negli infermi l'agonia conturba
sull'ultimo guanciale abbandonati.".
La scelta e la manipolazione di versi ed echi del Leopardi (All'Italia) conferma una raggiunta perizia e dignità letteraria e risente dei temi ormai "respirati" da tutto il mondo dell'azione e del repubblicanesimo. Il processo d'informazione dell'Abba si verifica agevolmente in questo canto che forse l'autore osò per la "corta distanza" degli eventi rispetto alla sua più profonda ispirazione, e ambizione di cantore di gesta eroiche, di delusioni od esiti dolorosi e mesti. Non esente dagli eccessi di un titanismo spiegabile con la moda e la stagione romantica, il poemetto per Francesco
Nullo e i cinque canti del 1866 (Arrigo. Da Quarto al Volturno) 7 restano il documento d'un irrobustirsi del verso a contatto con tutto il repertorio iconografico-comparativo in cui Abba vien frugando per nutrire, fermare e affinare la sua ispirazione più alta.
Ciò comporta una serietà d'impegno e una sorta di debito "saldato" verso se stesso non priva di contraddizioni: il poeta dell'eroismo libertario, dei cavalieri dell'ideale nobilmente in campo, pronto a contestare la sordità e l'immobilità pavida di statisti, governi e pigri cittadini, si vale poi delle forme letterarie più auliche e scolastiche, proprie delle più retrive e statiche società civili e letterarie, accettandole per rivestirle d'entusiasmi ben nuovi e ben differenti per generosi sacrifici.
Ma mentre questo avviene, mentre le apoteosi degli eroi dominano i versi, Abba non manca di rivisitare e animare scene di battaglia e di morte, facendo propria una tecnica anche narrativa entro gli schemi celebrativi. Paesaggi, scene e atmosfere drammatiche o desolate recano il soffio d'una maniera propria di guardare e dipingere che forza i vincoli, il lessico, l'intonacatura aurea e classicheggiante introducendo forme che i versi d'occasione (pur scritti in quegli anni) fanno sentire ben corretta da una più attenta consuetudine col Petrarca. A lui lo Scarpati ha fatto risalire anche certo "tono colloquiale" di cui l'Abba peraltro non si disse soddisfatto (e con lui il Pratesi, franco nel giudizio negativo).
E' ormai tempo di sottolineare come nell'Abba chiedesse spazio e voce il poetasoldato, il vate di taluni suoi esergo e di numerosi passaggi: "carent quia vate sacro...", "Ancor manca un poeta alla tua spada/né i tuoi trionfi celebrò un poeta". Nell'Arrigo è anche più esplicita tale ricerca di testimonianza attraverso l'evocazione concatenata di Teodoro Korner, Goffredo Mameli, Ippolito Nievo, dietro ai quali, tacitamente, si lascia scorgere l'Abba stesso. 8
Naturalmente echi del carme foscoliano presiedono a tali operazioni e si mescolano con quelli dei più pallidi carmi giovanili e aleardiani, con tutto il petrarchismo da canzone che ancor poteva sopravvivere nel 1866 ed era esemplato nei primi e più scolastici componimenti del primo Leopardi; sicché al linguaggio poetico personale s'affianca un residuo del "frasario di scuola".
Gli avvenimenti che Abba aveva indovinato per il futuro dei garibaldini congedati da re Vittorio Emanuele nel Sud giovarono a collocare alla giusta distanza epica e di sogno irripetibile i giorni e i casi vissuti nel Mezzogiorno. La sfiduciata tristezza degli anni '61-'66 vissuti fra Cairo e Pisa avevano riproposta - coi casi del Nullo - la bellezza del morire e la gloria del combattere, non private del calore e del fascino d'una figura femminile che attraversasse le vicende belliche e aprisse la pagina al sentimento amoroso ancora ardente nel petto di Abba.
La lettura del carteggio Abba-Pratesi, fra il '63 e il '66 9, indica un'unica matrice per il canto di Nullo e per l'Arrigo: culto foscoliano, religiosità mazziniana, romanticismo esasperato, trepido sentire per la grazia femminile, vibrazione personale di fronte a memorie ed eventi contemporanei permangono e nel complesso reggono per tutti i cinque canti del poema. In essi un autobiografico Arrigo segue Garibaldi fino al Volturno, conosce le giornate guerriere e una passione amorosa che si conclude purissima proprio con la morte dell'eroe sui campi del Volturno, non senza il sopraggiungere degli amici e della donna amata al notturno trapasso.
Gli endecasillabi accolgono, sì, la realtà d'ogni giorno, ma essa impone uno stile non chiuso, quello del parlato e mostra spesso la difficoltà o l'artificiosità di ridurre questo entro moduli epici in versi. Siamo ormai ben innanzi sulla via che dal poema condurrà alla prosa, dal momento che due elementi-spia, il paesaggio e il dialogo, s'insinuano fra gli estremi della tensione alfieriano-byroniana, superate spesso le formule care all'Aleardi e ai suoi seguaci. Quel che ne sopravvive è una certa ingenuità di struttura memore delle novelle in versi, con taluni procedimenti di rottura, ripresa, rievocazione, scarto, commiato che neppure all'Abba, più tardi, sarebbero piaciuti.
La linea rievocativa congeniale era però trovata e la diade amore-morte poteva dominare i "notturni" e le battaglie nelle quali l'Abba s'impegnò per almeno un quinquennio, licenziando l'opera prima di partire per la guerra del '66. Il persistere di certi stridori, d'effusioni tipiche della poesia amorosa giovanile e dei versi d'occasione spiegano la difficoltà incontrata da Abba a far parlare personaggi di grande rilievo epico-storico (come Garibaldi o Bixio); ci schiudono però un piccolo scrigno segreto in cui fa la sua apparizione la prosa, forma necessaria alla materia portata in cuore. L'Arrigo, infatti, fu corredato da alcune note, brevi, talvolta esplicative, definite dall'indicazione assai significativa Dal Diario di uno dei Mille. Sono brevissimi frammenti, noticine che si possono confrontare a specchio coi versi descrittivi di certi episodi, per vedere agevolmente come da taluni vocaboli, da talune espressioni si siano schiuse strofe o siano derivati spunti e temi ricorrenti, con termini identici, nel capolavoro, caratterizzandone pagine od episodi. Non è senza significato che il discorso sulla poesia di Abba si debba chiudere con questo felicissimo aggancio alla sua maggior prosa.
So infatti di dover prescindere qui dal diuturno impegno di Abba con la prosa del romanzo Le rive della Bormida nel 1794, di cui altri parlerà. Solo voglio aggiungere che vocaboli, stilemi, esordi o chiuse di periodi, richiami paesistici, mesti ed eroici accenti delle Noterelle si sono potuti reperire e isolare entro il gran lavoro del romanzo, nelle ripetute stesure di cui l'edizione critica è generosa allo studioso come lo fu quella dell'Arrigo nel 1983, che mi consente di non soffermarmi oltre sull'ultima grande prova in versi e correre ad altro che ci attende.
L'approdo alla formula memorialistica venne ad Abba dal lungo misurarsi con i versi, i grandi silenzi di pagine o spazi vuoti, con la familiarità crescente al montaggio, con la distanza stessa degli eventi e mi succederà a questo tavolo chi seguirà la traccia del memorialista dalle Rive alle Notereste. E' mio dovere lasciargli spazio ed agio per puntare su un volumetto che a mio avviso - non ha conseguito la fortuna critica toccata all'Abba-maggiore, al capolavoro riconosciuto della memorialistica garibaldina.
Indubbiamente la celebrazione di eventi e personaggi primari, di grande spicco nella vita della nazione e nella stessa iconografia risorgimentale ha esercitato il suo peso sulla fortuna ufficiale e critica del capolavoro, una sorta d'opera letteraria e documentaria insieme che s'offriva all'entusiasmo e alla memoria dei più.
Confermano questa tesi le richieste che giungevano all'Abba di conferenze, articoli, volumi che riprendessero in chiave di volgarizzazione l'affascinante tema garibaldino.
L'autore, però, recava nella memoria e nel cuore i luoghi e le vicende della propria infanzia, sentiva di dover dare di essi immagini letterarie in sintonia con quelle sue dilette Rive di cui mai si dichiarò soddisfatto, forse per l'ampiezza del lavoro, forse per l'ombra manzoniana che vi sentiva pesare, condizionatrice. Mentre attendeva ai flashes garibaldini preparatori del capolavoro, egli aveva dato alle stampe delle novelle d'ambiente langaiolo che nel taglio, nella robusta incisività, nel convivere di forti tratti realistici con una partecipazione trepida, nella sceneggiatura e nelI'inconfondibile profumo dei luoghi d'infanzia possono competere con lo stile e con la vis del capolavoro, mettendo persino in forse quella definizione del suo scrivere come "bozzettismo epico" che il Mariani trovò per il capolavoro. Si tratta di Cose vedute.
Le novelle apparse nel 1912 per la Società Tipografica Editrice Nazionale di Torino, con prefazione di Mario Pratesi sotto il titolo di Cose vedute esigono una ricognizione poiché presentano una storia editoriale abbastanza mossa. L'Abba stesso nel 1887 aveva raccolto con lo stesso titolo e pubblicato a sue spese per l'editore Conti di Faenza quattro novelle: Nunzia, Le nozze d'Arcangela, Montenotte Dego Cosseria, In vai di Ledro. Nello stesso anno, sempre presso il Conti, aveva pubblicato una raccolta di versi che certo gli stavano a cuore.
Dalle duecento pagine narrative gli venne un rimborso modesto 10, anche se non gli mancarono i consensi critici, pure dall'amico Col. Sciavo, cui scriveva da Cairo il 12.1.88: 11
"Dei miei libri se ne danno via qua e là, ma non molti. Lodi e conforti me ne vennero da tutte le parti: molto autorevoli quelli che me ne scrissero; ma io non ho più il capo a nulla, e m'importa di questo come del silenzio. Fossi un analfabeta a guadagnare il pane zappando, ma avessi pace e salute in casa, sarei più contento di me".
L'edizione faentina non era organica: I'Abba vi aveva inserito le 28 pagine del bozzetto Montenotte Dego Cosseria, che, vergato nel 1881, aveva visto la luce a Savona nel 1883 per la locale Tipografia del progresso e sarebbe passato in Meditazioni sul Risorgimento, mentre in Cose garibaldine era destinato a comparire il racconto In vai di Ledro. Inoltre, nella fase preparatoria, dovevano esserci state le consuete consultazioni con il Pratesi, il quale chiedeva all'Abba il 22.4.1887 una copia di Arcangela, inviando il suo giudizio il 7 maggio successivo: 12 "Arcangela mi pare tra le più scolpite. Ma la luce non è sempre limpida. A volte riveste troppo forma di facili bozzetti".
Di Nunzia scrive l'Abba a Sciavo l'8.6.188713. "Fui domenica a Milano dal Pratesi. La domenica la spendemmo con Mario a leggere una mia novella lunga due volte più di quella d'Arcangela. E a Mario parve bella. Scriverò alla Vernon Lee 14 per farla tradurre!".
Va notato che della novella l'autore aveva scritto pure 15 "al De Amicis mandandogli alcuni foglietti sciolti della Nunzia, e lo pregava di dirne qualcosa a modo suo. Egli che fu il primo a cercarmi con quell'effusione di affetto che sai e mi scrisse pronto ogni volta che gli mandai cose mie; a queste si tacque. Ed io mortificato dissi tra me che ben mi sta, perché quella di chiedere una parola pubblica per me è stata debolezza in cui non doveva cadere".
Alla sfortunata raccolta faentina tenne dietro la fatica di Abba per i due raccontigemelli Prendi moglie e SI dottor Crisante, giunti all'edizione postuma di Cose vedute per un itinerario diverso 16. La prima novella doveva già essere stesa e corretta per i primi giorni del dicembre 1892: da Torino, infatti Augusto Ferrero 17 riferiva il 18 all'Abba di non aver avuto tempo sufficiente per leggerla, ma ne affrettava "col desiderio la pubblicazione... Il direttore della Gazzetta letteraria non intraprenderà la pubblicazione della Sua novella che col nuovo anno, per non spezzarla tra le due annate. Quanto al suo desiderio di vedere le bozze, l'avv. Deganis si studierà di compiacerla per quanto possibile".
Le cose andarono come previsto e, mentre la novella compariva in appendice ai numeri del 7, 14, 21, 28 gennaio 1893 della "Gazzetta letteraria" di Torino, I'Abba ne dava lettura in Brescia nella Sala delle Conferenze. Venivano così superate le perplessità nutrite dall'autore, il quale le avrebbe confessate all'Amoretti, in una lettera da Pezzoro Val Trompia del 27 agosto 1895.
Sempre nel 1893 Abba partecipava con un suo racconto (largamente autobiografico) al concorso C. Vallardi di Milano: il suo Primi duoli fu premiato e attorno al 20 gennaio 1894 venne pubblicato "per cura del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere", secondo quanto annota il Pratesi nell'edizione postuma di Cose vedute. Probabilmente l'occasione del concorso fu determinante e persuase l'autore alla forma definitiva del racconto: siamo infatti in possesso d'un autografo di Primi duoli (certamente assai antico, a giudicar dalla carta e dalla grafia) che si salda perfettamente alla novella edita, costituendone soltanto un prolungamento o un'appendice di modesto rilievo artistico, tuttavia significative in quanto l'intero bozzetto recupera temi della Nunzia e dell'ispirazione langaiolo-autobiografica.
Circa il Dottor Crisante, se si esclude la citata anticipazione del
nome nella prima stesura di Prendi moglie, ben poco ci è dato di
conoscere in quanto a redazione e pubblicazione. Apparve su "La nuova antologia"
del 1.4.1895 18 e se ne avverte una lenta maturazione ispirativa negli
accenni epistolari alla carriera medica del figlio Piero, grazie al carteggio
dell'Abba coll'amico professore Gaspare Amoretti, destinatario di confidenze
sui nuovi e sugli antichi affetti familiari dello scrittore, in pieno,
fraterno abbandono. Nella prefazione alla raccolta del 1912 Mario Pratesi volle riproporre
DI ritorno del cavalleggero, un'asciutta prosa autobiografica vergata dall'Abba
nel 1864 sul taccuino dell'amico, rimasta inedita fino al 1909, anno in
cui lo stesso Pratesi la pubblicò in un volume di scritti in onore
di G.C. Abba, Per il venticinquesimo del suo magistero in Brescia. 20
Sotto l'intonaco romantico di qualche parte, specie nell'avvio di questo
bozzetto, il narratore mostrava la sua attenzione a certi dimessi dettagli
autobiografici (con una felicissima resa stilistica) che rivelavano nel
vocabolo un loro spessore realistico e un'intensità di vibrazioni
liriche da far pensare alla cosa-vista, al racconto-breve, quasi vent'anni
prima del capolavoro, quando ancora l'Abba non s'era accinto al romanzo
storico d'ispirazione langaiola.
Per questo pare opportuno oggi inserire il bozzetto nelle Cose vedute
e ripubblicar queste con Le rive della Bormida nel 1794, che hanno in comune
motivi ispiratori, luoghi e casi a lungo serbati nell'animo delI'Abba.
E' appena il caso d'accennare che le Noterelle videro la luce dopo un
travagliato misurarsi dell'autore coi generi in voga al suo tempo, anche
se calamitato dall'ispirazione garibaldina in gran parte delle sue prove;
nel grigiore degli anni seguiti alI'impresa di Sicilia, la mestizia di
fondo del suo animo e il ridotto ambito borghigiano delle sue giornate
cairesi l'inducevano a rivivere casi e storie locali, con vivacità
di sollecitazioni ed altezza spirituale adeguata a farli vivere nelle pagine
narrative e a dominarli.
Mentre l'esperienza garibaldina dettava l'Arrigo, l'ode a Garibaldi,
il canto In morte di Francesco Nullo e le elaboratissime note memorialistiche,
viveva e assumeva sempre maggior rilievo un'ispirazione borghigiana. Ad
essa si offrivano modelli e moduli sicuri di cui è documento la
pagina dell'ex-cavalleggero: la lunga attesa di questa fra le carte del
Pratesi dice quanto la tematica del paesello natio fosse frenata, rattenuta
e filtrata dal pudore dell'Abba, sempre esitante a parlare di se, incline
a rivolgersi allo schermo narrativo (le pagine epistolari mostrano come
certo vigore di stile, raggiunto fra gli anni "pisani" e il 1875 venisse
serbato dall'Abba nei soli rapporti coi corrispondenti più cari,
impegnandosi su corde ben diverse nelle sue prove letterarie). 21
L'ex garibaldino confronta così se stesso e le proprie esperienze
eroiche, letterarie e cittadine col chiuso mondo di paese, con problemi
di più modesta portata, con una realtà più limitata
ma anche più pressante per quotidiani bisogni; più di frequente
compaiono nei carteggi, accanto a ricordi, a scoppi improvvisi, a riflussi
letterari, schiette voci di dentro; nomi illustri e gloriosi vengono accostati
a problemi e cose d'ogni giorno. Si crea un'osmosi fra fattoespressione-letteraria
da una parte e fattolinguaggio-domestico dall'altra.
Il mondo e gli uomini delle Langhe venivano così distanziati
nelle Rive in cui l'Abba li inquadrava agli albori della gran vicenda napoleonica,
destinata ad accogliere la sua ispirazione epica. Le lettere agli amici
pisani e garibaldini serbavano - esse
sole - epica energia di tratti spontanei e termini sempre più
significativi d'una personalità romantica, mesta, solitaria, religiosa
nel suo levarsi pura verso i grandi orizzonti dello spirito da quelli circoscritti
del viver quotidiano, fra gli affetti domestici e le vallate natie.
Mai interrotto, il fervido lavorio della memoria richiamava ore epiche,
studiandosi l'Abba di adeguare la parola, la frase all'irrepetibilità
dell'esperienza garibaldina, maturando al luminoso entusiasmo i vivaci
tratti confluiti nel montaggio ventennale delle Noterelle. Per giungervi
gli era peraltro necessario liberarsi da certa spinta byroniano-ortisiana
verso più riposata scrittura, capace di nobilitare dettagli di quotidianità
e di paesaggio in una cornice rispettosa del dichiarato modello manzoniano.
Solo muovendo dalla raggiunta qualità dello stile epico-diaristico
e dal versarsi dei casi e dei giorni cairesi nel romanzo paesano ci si
potrà rendere conto del faticoso emanciparsi del bozzetto autobiografico,
del racconto campagnolo in cui schegge, perle e figure della tormentata
e diffusa prosa del romanzo assumevano il dovuto rilievo e i modi franchi
ed energici dell'Abba e della sua gente.
Non a caso, dunque, uno studioso come il Mariani avrebbe riconosciuto
il bozzettismo delle Noterebbe, 22 "il gusto della scena campagnola, la
felice condiscendenza al disegno... l'attenzione sempre appuntata a un
paesaggio... immagini di riposo e di pace... di una natura silenziosa e
discreta... assorta meditazione che riconduce quel paesaggio nel circolo
delle proprie esperienze umane".
Il bozzetto, la novella di Abba ci giungono relativamente tardi, dopo
la rassicurante prova del capolavoro e quando già il garibaldino
famoso s'è cimentato in numerosi articoli rievocativi e su robuste
tesi, dal proprio argomentare di protagonista e di testimone fatto sicuro
d'un sentire, d'uno stile rilevato, dai tratti gagliardi e scattanti. La
cronologia ce lo conferma, dal momento che fra l'edizione faentina dei
primi racconti (con la presenza residua delle cronachette cairesi e di
pagine belliche) e la stesura degli ultimi si va dal 1887 al 1895. Mai
come in questo caso la questione dello stile si pone dunque come fondamentale;
assume invece minor rilevanza il dato dell'edizione postuma; caso mai la
consuetudine epistolare dell'Abba e quella giornalistica "l'avrebbero liberato
da ogni risonanza carducciana" 23, fosse pure il "meraviglioso storico"
24.
Allorché sulle appendici del "Giornale di Brescia" del 1887 I'Abba
riproponeva le mai dimenticate Rive, curava a proprie spese la prima edizione
di Cose vedute; non è un caso, ed offre materia di riflessione la
coincidenza con la pubblicazione del Cuore deamicisiano. Le novelle conservate
nel1 'edizione 1912 (Nunzia e Le nozze di Arcangela) e il bozzetto Montenotte
Dego Cosseria, riesumato dalle poche pagine edite nell'83 a Savona, sono
quelli che più sicuramente riconducono al mondo langaiolo e quasi
immobile del romanzo, alle esperienze giovanili dell'autore. Il differirne
l'analisi ispirativa non impedisce di riconoscervi tratti stilistici di
sicura ascendenza.
Abbiamo potuto vedere come la struttura, lo sviluppo e la prosa del
romanzo avessero lasciato scontento Abba ad ogni tentativo editoriale.
Della scarsa disposizione a reggerne i dialoghi (certo conseguente allo
sforzo di riflettervi il pigro vivere di Cairo nel XVIII secolo) era consapevole
l'autore, come le ripetute correzioni e contrazioni lasciano riscontrare
sugli autografi. Anche agli indugi descrittivi che l'Abba si concedeva
per non discostarsi dai ritmi delle Langhe sonnolente, scosse dal vento
della rivoluzione francese e dalle armate del Bonaparte, egli mostrò
di voler conferire nelle riedizioni maggiore speditezza e le forme più
vibrate inserite nell'edizione Civelli indicano il faticoso maturare d'uno
stile più asciutto, nella direzione delle Noterelle, come ho avuto
altrove modo di dimostrare.
Ebbene: Nunzia e Le nozze d'Arcangela paiono nascere energiche, vitali,
incise con sicurezza di tratto, come se per incanto si fossero di colpo
spogliate dei cascami prosastici di imitazione manzoniana. In realtà
c'erano... di mezzo le Noterebbe: veniva sicurezza dall'io-narrante all'intimità
rievocata del memorialista e del langaiolo, deposti alfine i timori circa
la scarsa dignità d'una lingua largamente tributaria del parlato
e del dialettale. Le libere scelte lessicali erano fatte ardite dall'approvazione
carducciana, che garantiva pure per i residui classicheggianti e per i
palesi tentativi d'una nobilitazione linguistica del più spontaneo
dire di Abba, nei termini propri della memoria. A suo tempo il Pratesi
aveva ben individuato gli scrupoli dell'Abba nei confronti dell'aspro dialetto
ligure e s'era adoperato per dissolvere certa segreta sudditanza della
penna dell'amico nei confronti del modello linguistico tosco manzoniano.
Inoltre ogni noterella (e qui si può risalire a quelle che chiamiamo
noticine nell'Arrigo, del 1866!) aveva rivelato all'Abba l'efficacia delle
pause, delle fratture, perfino degli spazi bianchi lasciati al respiro
ed alla libera immaginazione del lettore. Dalle prime due edizioni delle
Rive ricordo d'aver potuto identificare l'isolamento di veri e propri blocchi
espressivi e linguistici che favorirono il "montaggio" del capolavoro,
unitamente al frantumarsi "tutto ligure" del periodo, "sempre più
sensibile nella direzione dell'appunto e della nota breve"25, pur con le
visibili cautele delI'Abba nei confronti di pagine che opponevano una lenta
descrizione ad alcuni strappi lessicali, gergali o comunque locali. Di
essi il romanzo costituì una miniera largamente sfruttata per il
capolavoro, anche là dove la "versione" sommaria in italiano serbava
i tratti asciutti di un'espressione ormai definitiva e le forme epistolari
segnavano la via fin dal 187526: "Qui in Cairo è una morte. Tutto
noia e silenzio... Il povero vecchio Franco non esce più di casa...
Mio zio anche lui, con le sue gambe bestemmiate, non esce più per
tema del gelo...; sagramenta ogni minuto che passa e vegeta come un canonico
accidentato".
Quando verga le sue novelle l'Abba sa quale forza e incisività
sia venuta alle Noterelle da taluni improvvisi scarti di tono, dalle risorse
d'un linguaggio franto e di chiara matrice ligure-langaiola. Non teme più,
quindi, certo "non finito" delle sue descrizioni e dei suoi dialoghi, anzi
ne ha sperimentato e appreso l'efficacia. Gli anni sessanta-settanta -
lo si avverte da moltissime lettere - vedono l'Abba preoccupato della correttezza
e della fluidità toscana quanto più resta ancorato ai "generi
letterari" tradizionali. Invece il suo sentire più vigoroso trova
in sede epistolare scatti, impennate, tratti incisivi, espressioni gagliarde
non senza pause, di totale abbandono, rivelatrici d'una personalità
severa ma rilevata e originale nei confronti del linguaggio allora consueto
ai letterati.
Se nelle prime due edizioni delle Rive gli elementi dialettali, sintattici,
figurati e stilistici prevalevano su quelli morfologici ed emergevano da
una prosa spesso frondosa e lenta, da dialoghi ancora prolissi (in filigrana,
Manzoni), ecco nelle Notereste e nei racconti dell'87 un uso più
libero e disinvolto delle parti variabili del discorso per quanto attiene
alle differenze lingua-dialetto (modesta la portata nelle Rive per i timori
accennati rispetto a quella, invece già considerevole, delle parti
invariabili o più ancora delle locuzioni, dei modi, dei proverbi).
Nelle novelle, accoppiamenti, collocazioni, dislocazioni non soffrono
più del freno classico e giocano a favore della felicità
espressiva, della maggiore libertà nelle fi
gure di parola, di pensiero, nella sintassi e nel ritmo. In certo senso
la presenza degli elementi sintattici, figurati e stilistici - nuovi o
meno consueti nelle Rive - giova alla tesi d'un Abba che prepara le Noterelle
più consapevole appunto a livello stilistico.
Ecco allora il regionale, il bozzettistica la parola più franca
dei dialoghi fra giovani boscaioli, contadini e paesani nascere e disporsi
senza remore o impedimenti nelle novelle, in linea col mondo ispirativo.
L'aggettivazione si offre ad inconsueta riflessione in Cose vedute: la
relativa povertà e familiarità del dialetto ligure-langaiolo
trova compenso nel piglio più sicuro venuto dalla lunga maturazione
delle Noterelle, perché gli aggettivi hanno una maggior frequenza.
Largamente scelti fra quelli d'uso anche dialettale, non però esclusi
da quello italiano, cui conferivano in genere il senso della freschezza
e della gagliardia nativa, quella che con misura classica e malinconica
aura romantica domina le Noterelle.
Nei racconti la raggiunta sicurezza dello stile vede l'Abba separarsi
anche da alcune forme generalmente robuste ma di evidente copertura letteraria:
raminghi per "randagi", ore bruciate per"ore strinate", cittadette per
"grossi borghi". Gli aggettivi assumono connotazione particolare dall'uso
ligure: 27 "buono per" (idoneo a), "faccia falsa", "tante" (molte), "lesto"
(veloce, pronto), "fiero" (doloroso, gravoso), "franco" (sicuro di se,
libero), "grosso" (numeroso, potente), "aspro" (difficile a praticarsi,
a sopportarsi), "sgomenti" (privi d'iniziativa, di certezze), "rapito"
(dominato completamente, privo di volontà), "risoluto", "piantato"
(deciso, ormai determinato), "secco", "spedito" (rapido, sicuro e svelto
nelle mosse), "sgherro" (deliberato o pronto a qualsiasi mossa, anche malvagia),
"strinato" (bruciato, arso, rinsecchito), "schifa" (maledetta, renitente,
repugnante).
Quelli toscaneggianti si riducono: "nocchiosi", "soave", "stagliata",
"impiombata", mentre si fanno frequenti i raddoppiamenti, anche avverbiali
e verbali: "andare andare, lunga lunga, laggiù laggiù, lontan
lontano, marina marina".
Analogamente i traslati: "affacciato" (a un colle), "buttato" (alle
strade), "buttarsi" (per disperato), "amaro" (cuore), "roso" (dalla curiosità),
"guasto" (corrotto), "disgraziato" (per perduto o deforme).
L'Abba operava le sue scelte con una preparazione ampia e varia alle
spalle; ma si teneva stretto a certe forme; non abbandonava l'uso ligure-langaiolo
di "bello" in espressioni pur toscane ma più frequenti nella sua
regione: "aveva avuto un bello sperare; aveva un bello aspettare; bell'e
in mezzo al borro; ho bello e capito; bell'e stabilito; il perdono è
un bel chiederlo". Del resto "sul più bello del mettermi a scrivere"
era già in una lettera a Edgardo Del Carretto del 13 gennaio 1875
! ...
Dei modismi liguri piace ricordare quelli "imperniati" sull'uso frequente
(aggettivale o avverbiale) di tutto e sul frequente ricorso al dimostrativo
quello, agevolanti sintesi espressive e di ambiente: "tutto fatto di coperchi;
gli leverei la messa, la confessione e tutto; tutte le saette del cielo
da tutte le finestre che vi davano; tutto quel popolo morto; tutto, tutto
tirato a traverso; empire di se tutto quello spazio; la testa tutta occhi;
fra tutti l'abbiamo ammazzato; e noi, tutti dietro; tutta rapita..."; "quella
gran paura; empie di se quello spazio; quel mare, in faccia a quel mare;
in quel gran silenzio, quel che erano venuti gli altri figlioli; a quei
passi; non pareva più quella; si scoprivano quelle vette; ci viene
sempre quel Vanni; colla lingua su quelle piastre; la storia di quel popolo
morto; in faccia a quel lume; giunti a quei giorni...".
Per i sostantivi, rispetto al capolavoro, proporzionalmente è
maggiore il peso di forme puramente dialettali, ora adeguate 0 (mercé
l'esperienza pisana, di cui resta l'eco) ora inserite per ottenere superiore
efficacia rappresentativa nelle novelle. Il ventaglio dei sostantivi non
è molto ampio; in compenso molto omogeneo nel tono, pure rispetto
alle Noterelle, per il venir meno di perplessità e scrupoli letterario-eruditi
d'osservanza classica e scolastica. I traslati non sono molti: passo (per
"situazione"), balzo (per"precipizio" o "rapida salita"), stretta (per
"morsa" o "situazione disperata"),%ondura (per "fondavalle"). I toscanismi
si moltiplicano (calcagna, guazze, fiotti, sagrati, pettorali, guizzo,
silenzi, lanci, pedate), mentre ricorrono con frequenza degli accostamenti
"ibridi" fra idioma montanaro e toscano: "cerusico, coccomuccia, piotte,
facezie, grugno, raffacci, le tempia, far le croci, una croce, brace, carboni,
reliquie".
La sicurezza di Abba nell'uso si riconosce attraverso il semplice enunciare
e... allineare i sostantivi, tra i quali s'avverte e si scopre un paesaggio
montano, con la sua gente e i suoi modi, coll'improvviso schiudersi d'orizzonti
marini: è l'ambiente dei racconti, ove il dialetto nativo più
osa; certi termini, toscani o langaioli, sono egualmente "inconsueti" o
rari: "profenda, grillanda, beverone, fagiolaie, gallione, palancola, barde,
ardiglioni, trabocco, ribocco, stramazzone, buche dei morti, buche dei
cimiteri, sbaragli, saette, gole, paura, ceneri, guglie, vette, volo, magri
stinchi, fare i conti, ghignare, una nebbia ghigna, parussola".
Le voci fondare, il modo d'un lancio del capolavoro cedono ora al "fondo",
al "lanciarsi", al valore proverbiale langaiolo di giuramento o miracolo,
al ricordo diffuso che il dialetto genovese fa alla parola cosa, plurisignificante.
Così, passato dalle Rive alle Noterelle, il costrutto d'apparenza
toscaneggiante sarebbero visi da, sarebbe viso capace, risulta ligure,
col solo sostituire il "viso" al dialettale mura (volto, muso duro, ceffo
da..) e ricorre più volte nei racconti, senza perplessità,
forse giustificato agli occhi di Abba dai luoghi e dai tempi di queste
sue prose. Ciò può valere per le voci verbali, ma con eccezioni,
dal momento che il bagaglio lessicale ricorrente appartiene sia all'area
para-dialettale, sia al patrimonio efficacissimo, non di rado epico, consacrato
dall'aureo volumetto memorialistico.
Del resto il mondo langaiolo era veramente epico nei ricordi, nei modi,
nelle espressioni che gremiscono le opere più "familiari" e le lettere
di Abba: val la pena di averne citata in nota una, ad esempio. Anche le
Rive recano un loro contributo di efficacissimi traslati, assunti dall'Abbamaggiore:
"guadagnare (il ciglio, la vetta), toccare (subire), attingere (raggiungere
o partecipare), piantarsi (resistere, fermarsi, ostinarsi), arrivare (colpire),
mettere (introdurre, indossare o riporre), trovare (andare in cerca)",
cui s'aggiungono i nuovi "affannare (togliere il fiato), infilare (imboccare,
scegliere), impiombare (fucilare), reggere (resistere, sopportare), spicciolare
(spendere o mendicare in esigua misura), barattar parole (dir brevemente,
aver poco da dirsi)" per quel polivalente (e classico) patire che ricorre
spesso nella vita e nelle pagine dello scrittore. Molte sono le forme dialettali,
più spesso utilizzate in una scrittura italianizzata, tratte dal
gergo montanaro, marinaresco, artigianale, militare e perfino morale: "agguantare,
tagliare a filo, cacciare, ghignare, parlarsi (tra fidanzati), discorrere,
empire, fissarsi, disviare, fiottare, incapponirsi (sic), trascinare, rodere,
rondinare, rondeggiare, tirar via, sparire, sagrare, sagratare, ricattarsi,
mugulare, pigliare, sballarne".
Sono evidenti gli ibridi; del pari è usato spesso il participio
isolato (nella Rive accadeva con stato, ora con "giunti di quei giorni",
"morto di tre giorni", levato) accanto a forme che serbano una S-impura
caduta nell'italiano (stagliare) o la omettono (cassare).
Talora Abba procede per arcaismi, con sforzo imitativo o figurativo,
poco rispettando (si direbbe di proposito, per una sua originalità,
un po' rustica ma "forte") forme transitive e intransitive, privilegiando
l'uso riflessivo. Meritano un indugio alcuni verbi dall'uso particolare:
tipicamente ligure e direttamente passato dalle Rive è il parere
(o sembrare) che assume funzione d'appoggio, tra il servile e il fraseologico
in ripetuti "non pareva più quella, si sentì come se, gli
sembrava come una nebbia che l'avvolgesse, se l'era sentito andare al cuore,
non gli era parso, paiono sul fuoco, gli parevano una cosa sola con, pareva
sulle braci, le erano parse da poter accontentare, parevano venute, parevano
lì per".
Non diversamente, ma più raro, il dovere (nel senso di "si può
presumere che sia"): "dev'essere morta, aveva dovuto mandare per (attraverso),
dev'essere il parroco"; in senso vario e ricco s'incontrano i verbi fare
e venire, come accade per le parlate povere di sinonimi: "quel che erano
venuti gli altri quattro figlioli; veniva su (per 'cresceva'), veniva su
(faceva carriera); gli era venuta addosso una malinconia; dare addosso
(assalire); la neve deve venire un po' alta (nel senso 'sta per'); suonavano
che facevano sgomento; tutto fatto di coperchi; fatti e rifatti i conti;
a conti fatti; faceva conto; fece per partire; ci si erano fatti portare;
faccia tra se; facendo il viso di nulla; avesse fatto vergogna; al primo
inferno che faccio".
Resta, caratteristico, l'uso irregolare di proposizioni, con una frequenza
superiore all'italiano del DA e dell'IN, uno stravolgimento del PER, una
contrazione del ricorso a DI ed A. 28
Ad Abba preme ora il colorito locale e, pur in anni di vita scolastica
e di curata correttezza linguistica, non rinunzia al costrutto ancor oggi
in uso nella sua terra, massime al proverbio. La presenza di questo assume
un particolare significato grazie a una lettera del 1883 29 alla contessa
De Gubernatis, in cui l'Abba parla del suo "romanzo che era forse il più
noioso libro del secolo o giù di lì", ma ci fornisce un'interessante
chiave d'indagine critica, aggiungendo: "vedo dalla Sua lettera che Ella
conosce come io avessi tentato di trovar proverbi".
La linea Abba-realismo sembra contare su più sicuri e validi
riferimenti, a tutta lode di Gaetano Mariani che, per le sue precisazioni
sul bozzettismo, non poteva contare su questa formale e personale indicazione
di Abba. Non deve dunque stupire la presenza di forme e modi proverbiali
liguri: "mangereste il bene di sette chiese; buttarsi in gola al lupo;
l'ho fatta correre (me ne sono liberato); col cuore fra due sassi; si tastava
se (cercava di verificare); potete lavarvi la bocca (fingervi innocente);
trovar porta di legno (non poter prendere contatto); soffiare nella cenere
(pescare nel torbido); possa venire un po' di bene (auspicio negativo...);
ti farò vedere il diavolo nell'ampolla (te la darò a bere);
una faccia che neppure il vaiolo se l'era voluta rodere (persona invisa);
allora era allora (son mutate le cose); franco come una doppia di Spagna
(sicuro del valore proprio)"; "scoprir marina; scoprir Dego; se non fosse
stato il pensiero di lei; la meglio cosa del mondo; un viso sgherro; un
ghigno, una ghigna; siediti qui così (proprio qui?; se mai, l'America
è grande (c'è sempre una via di fuga)".
Le iperboli non sono numerose (ne è responsabile la libera oltranza
realistica) e vanno piuttosto sottolineati i modi "spezzati" del dire che,
raccorciandosi, fa appello a riprese, a ripetizioni ("e Foresto dietro",
"non è mica morto, non è", "vado dal sindaco, vado", mi hanno
da sentire, mi hanno", "lontan lontano", "marina marina", "laggiù
laggiù", "e andare andare"). A costrutti ellittici e paratattici,
ad anacoluti e preterizioni van le preferenze dell'Abba in Cose vedute
secondo quanto si può riconoscere dell'iter stilistico Rive-Noterelle,
ove s'incontra l'uso scorretto del CHE e dei pronomi, consueto nel dialetto
ligure: "tutte le finestre che vi davano (s'affacciavano); che quando era
stato abbattuto tutte le donne...; a lui la lingua gli...; le campane sonavano
che facevano sgomento; dal tempo che ve n'era una che le compagne la chiamavano...;
scrivergli non avrebbe osato; che in tempi antichi si portavano i morti;
ne aveva veduti tanti di curati".
Le osservazioni sugli elementi stilistici consentono d'affermare che
i precedenti illustri (Manzoni per le Rive, Carducci per le Noterebbe)
avevano potuto disorientare i critici: certi impeti eroici, certi guizzi
dovuti sia al temperamento sia alla minor distanza storico-psicologica
dell'Abba dai fatti risultavano più naturali, così da escludere
espunzioni o levigature toscaneggianti.
In Cose vedute lo stesso umile, angusto e caro scenario paesano, i più
dimessi sfondi storici suggerivano all'autore una misura stilistica che
riesce meno condizionata dall'esterno; le fitte varianti del romanzo, che
smussavano molti spigoli e intendevano nobilitare lingua e caratteri proposti
come esemplari, non potevano celare in Abba un'energia di rappresentazione,
"una brevità bozzettistica già viva nelle lettere, com'esito
di risultare più personale" 30 nel capolavoro e più perfettamente
calettata nei racconti.
L'elemento ligure par quasi voluto più per render l'aria dell'antico
ambiente di Cairo che per ragioni stilistiche; eppure lo stile è
quello dell'Abba, ormai posseduto, dominato di volta in volta da vicende,
personaggi, circostanze per cui possiede mezzi espressivi adeguati.
Nunzia è il racconto più lungo e più vicino alle
Rive; Pellegro, disertore romagnolo sistematosi presso una famiglia di
boscaioli delle Langhe, vi trova l'amore di Nunzia, vanamente corteggiata
in passato da Pilo. Ma l'incontro di Pellegro con Biagio, il nonno di lei,
già disertore napoleonico, ossessionato ora dal timor delle streghe
incontrate a suo dire nella valle e al ponte delle tre rocce - turba l'anziano.
Visto quel giovane libero da timori muoversi presso quel diabolico guado,
ha, in proposito, un'animata discussione in paese e muore per colpo apoplettico.
Pellegro non vuoi mancare al funerale; ma appena esce di chiesa i carabinieri
l'arrestano, su denunzia di Pilo. Questi cercherà invano l'amplesso
di Nunzia proprio sul torrentello ove lei usava incontrar Pellegro; la
fanciulla resiste infatti a Pilo e l'uccide, tosto travolta però
da lui nel fondo, proprio mentre giungono i soldati del re per le manovre
e la notizia della fucilazione di Pellegro.
Le nozze d'Arcangela fissano la nascita di costei, ultima figlia, brutta
e deforme, d'un padre vedovo (realmente esistito in Cairo), anch'egli orribile.
31 La creaturina cresce in un suo poderetto, derisa e abbandonata da tutti
finché - salvatasi da un gran febbrone - la chiede in isposa per
il figlio Loccio un accorto contadino, Micco Griva, il quale conta d'impadronirsi
così per via ereditaria, della casetta e del campicello in buona
posizione, al sole.
La sera delle nozze i compaesani turbano la festa, gettano la sposa,
mezzo stordita, nel letame e arrivano a percuotere Loccio nelle risse di
quel rude costume di borgo. Arcangela, sola, si prende cura dello sposo
ferito e condannato a rapida fine dai postumi delle percosse. Entrambi
godono silenziosi il sole autunnale, guardando il cimitero sottostante
la casetta. Morto Loccio, Arcangela scompare: superstite d'un amore sbocciato
incredibilmente, va randagia per anni. Dopo una nevicata notturna il custode
del cimitero la troverà sepolta dalla neve, venuta a morir presso
il cancello, fra l'indifferenza della gente, intenta ai propri consueti
passatempi.
Pure il protagonista di Primi duoli, il giovinetto Foresto, è
personaggio autobiografico 32: entrato in chiesa nel pomeriggio per completar
la penitenza inflittagli dal confessore (deve tracciare con la lingua trenta
croci sul pavimento!), vi è sorpreso dalla nipote dell'arciprete.
Nerina ha per lui parole d'un limpido amore e gesti d'un affetto nascente.
I due, sorpresi da un'anziana, bigotta signora del borgo, devon lasciarsi,
dopo aver scoperto che un altro giovinetto (Vanni) corteggia la ragazzetta.
Foresto completa la penitenza, poi corre alla casa solitaria di Vanni per
far gelosa vendetta. Ma l'improvviso spettacolo del mare, apparsogli ad
un varco, ha il potere d'esaltarne la purezza, in uno stupore quasi religioso.
Al ritorno scoprirà che la pinzochera ha parlato: l'arciprete allontana
per sempre la nipote, di cui Foresto giunge soltanto a vedere la mesta
partenza.
Le tre novelle riconducono Abba a casi autobiografici, a luoghi della
fanciullezza vagheggiati lungamente nel romanzo 33, messi ora a fuoco avendo
presente la giusta distanza rievocativo-formale raggiunta nel capolavoro.
L'autore torna nella sua Val Bormida, fra i casolari sparsi e i boschi
ove fumavano le carbonaie, secondo una espressione a lui cara e familiare:
del resto in questi racconti spesso gesti e figure tornano con un che di
più netto e definitivo rispetto al romanzo, di cui Abba serba tutto
l'epos domestico.
Solitari, i carbonai e le loro famiglie vivono con fierezza e senso
morale confermato da secoli di semplici costumi 34. A tale sentire si riporta
l'idillio di Pellegro e Nunzia, sobrlo nei cenni e negli eplsodl, nato
e vissuto en plein air, in una gagliarda natura silvestre, ove l'uomo si
rifugia senza peraltro rinunziare ai fondamentali rapporti coi suoi simili,
ai riti, alle memorie, alle leggende e... alle superstizioni. Abba coglie
i fatti etici e di costume al loro albore, nel loro consolidarsi; e per
gli umili il suo dettato è più rapido, coglie l'espressione
dal dire comune, filtrandola però attraverso la propria severa coscienza.
Convivono così nella novella le figure d'arroganti graduati piemontesi
e dell'età napoleonica, i luoghi dell'idillio 35, le processioni
scorte sulle creste montane, le visite del parroco e dei carabinieri ai
casolari sperduti, le ore trascorse al lavoro, i pasti frugali.
Motore delle pagine di Nunzia è la superstizione di Biagio, che
vedrà cadere il proprio mondo morale, finirà per dubitare
dei suoi stessi valori religiosi, cadrà stroncato; il suo timor
delle streghe non è pretesto 36. Né lo spirito libero e spregiudicato
di Pellegro vieta a questi di riconoscere la generale responsabilità
("fra tutti lo abbiamo ammazzato") e la leggerezza usata nei confronti
del povero vecchio: la rusticana credulità di Biagio non stride
fra quelle foreste e nella sua semplice, onesta famiglia par normale retaggio
del passato.
Si direbbe che nell'arresto, seguito agli ultimi minuti trascorsi recando
il feretro di Biagio sulle spalle, Pellegro venga scontando l'intrusione
in un mondo immobile e severo, ospitale ed intatto, ancora ignaro della
tragica morte che attende Nunzia in un rude approccio di Pilo, allorché
le valli si rimandano l'eco d'un eccezionale e festoso avvenimento militare:
il passaggio di un principe, che riporta all'episodio soldatesco d'apertura,
senza violare il clima rustico del bozzetto. Questo finale, fra sangue
e trombe che non agitano la coscienza dei superstiti, ha davvero del realismo
romantico, prova un equilibrato crescere stilistico e ispirativo di Abba,
in una direzione comune col Pratesi, verso un più vivo contrasto
fra situazioni e figure dai tratti sicuri, casi nutriti di concretezza
e d'ombre.
Con Le nozze d'Arcangela Abba va anche oltre: protagonisti, paesaggio,
intreccio non gli premono quanto il profondo, le misteriose vie che presiedono
ai gesti, illuminanti i risvolti segreti delle semplici creature della
sua valle. Questo ne spiega i colori più cupi e tragici, il modesto
gruzzolo lessicale dei personaggi, quasi Abba non potesse con Arcangela
levar gli occhi al cielo, che solo lei vede nei momenti più intensi
della sua pena e in quello, breve, della sua gioia. A differenza del suo
sposo, ella beve nelle nozze un soffio di vita amorosa e la traduce in
gratitudine incredula, in dedizione tacita, generosa ed estrema. L'autore
ha scelto la sua nuova protagonista fra le creature più umili, fra
coloro che la grossolanità dei borghigiani non considera "persone"
ed emargina con cinismo pari alla crudeltà e all'assurda allegria
della derisione.
Siamo in un'area ispirativa quasi verghiana; ma Abba non cura l'oggettività
di proposito, lascia anzi che il suo sentire vada a coglier quello d'Arcangela
e, trattolo alla luce, l'offra al lettore felicemente sorpreso dalla stessa
ruvidezza dei gesti, dei modi, delle manifestazioni d'un affetto ignoto
ai più, incredibile quasi, simile all'accendersi d'una fiammella
sentimentale nel Foresto di Primi duoli, per cui non conta l'età
ma la scintilla, il raggio. E' quanto ci viene offerto dal Ritorno del
cavalleggero, ove i sentimenti non son celati, ma taciuti, affidati al
cavallo, ai gesti, alle cose, ai luoghi, fino al focolare della famiglia
che si ritrova.
In Arcangela il Capasso ha visto "un quadro di un'incisività
quasi feroce", fuori di chiave, rispetto al mite Abba del romanzo. Il critico
è forse più nel giusto quando ne ipotizza il momento ispirativo
in ore d'insopportabile vita entro il chiuso borgo 37. Se i gesti e le
parole possono riuscir lenti nella prosa delle Rive, trasferiti con maggiore
essenzialità ripristinano l'autentica vita di Cairo e del contado
con tono di verità che discende dall'averla osservata e conosciuta
dall'interno. Va però tenuta presente anche la stagione pisana,
allorché l'Abba molto soffriva 38, alternando momenti di scoramento
e ritorni alla casa paterna; gli uomini (più ignoranti o più
malvagi?) che percuotono Loccio e gettano nel concio Arcangela non sono
al centro dell'ispirazione. A darne il senso mesto e grande è il
miracoloso accendersi d'un'anima vissuta solitaria, ignara del bene e di
ogni slancio, nello stupefatto attaccarsi, oltre la stessa vita dello sposo,
alla cura d'un malato, assistito al pallido sole, sulla panchetta, dividendo
il recinto prossimo del cimitero, l'ipotesi non temuta della sepoltura.
Non credo si potesse scrutare più a fondo questa eccezionale
figura di donna; il suo povero corpo disfatto (vi s'imbatterà il
becchino, dopo la nevicata) riesce più tenero quanto meno lei parla,
in quel "rivedere il cielo pieno di stelle lontane" al riaversi fra...
l'immondizia, come chi confidi alle cose, ai gesti, sentimenti che non
sa spiegarsi né trarre alla luce, forse assuefatta all'emarginazione,
come le streghe della novella Nunzia. Il giovane Abba (che "pensava sempre
alla morte") va a collocarsi sul rustico sedile di lei, in vista del camposanto
e probabilmente ritrova un proprio maturare analogo per sofferenza e schiettezza.
L'idea familiare del buio, del soliloquio quasi silenzioso, dell'irrevocabile
passato sono di tutte le ore della vita dello scrittore; solo la grande,
severa dignità le mobilita, come la dedizione dei gesti d'Arcangelo
nel gran silenzio, fra la neve. Ogni scena è raccorciata al massimo
e lascia ampi spazi e silenzio; l'intervento a dire la cosa, l'azione,
sigilla curiosità e compassione, quali mancavano nelle lettere.39
Il borgo non è protagonista, offre figurette, usanze (la tabella
nuziale vigeva ancora pochi anni fa nel ponente ligure per le nozze delle
vedove!), occasioni; che sia tutto realisticamente reso, non significa
che tutto sovrasti. Né l'Abba era uomo da lasciarsi sfuggire quei
segreti moti d'animo che esaltavano una vita oscura o aprivano varchi allo
spirito suo, proteso ancora nel 1900 a rivedere in se e in Pratesi "uomini
che non hanno mai più riso dall'età di sedici anni".
La natura, per strette angolature, ha la sua parte: la primavera e l'autunno,
sulla costa ov'è la casetta, dicono la decadenza fisica di Loccio,
il conforto che viene ai silenzi della strana coppia affiatata dal dolore,
mentre l'inverno fa più neri i miseri giorni di Arcangela nella
stanza solitaria. Solo la neve poteva isolare lei nell'ultimo ritorno,
sottrarla, viva, al paese che non l'aveva amata, perché non poteva
comprenderla. Forse le intere Rive non hanno una pagina, una figura come
questa, disperata e muta; lettere e romanzo possono però spiegarci
come essa sia venuta alla penna di Abba. Un capolavoro.
Vi è pari, in Primi duoli, la felicità di tocco con cui
lo scrittore resuscita le sue giornate di fanciullo. Pur se illuminate
dal sole pomeridiano, le navate della chiesa di Cairo hanno il loro buio:
nella brutalità della pena inflitta al fanciullo Abba ha ritrovato
però altri elementi, a segnare le svolte di quella giornata e delle
future, a congiungere la vita del borgo con quella della chiesa, della
vita parrocchiale col più libero, aperto mondo di valle, su, su,
fino all'improvvisa sorpresa, il mare che appare a Foresto e ne sublima
gli impulsi. All'antica, confessata passione pittorica l'autore ha chiesto
quella presenza, tra complice e protettiva del pittore che osserva dai
palchi, in chiesa, i due giovinetti; all'angusta curiosità e malizia
della gente ha attinto per la signora pettegola (un'altra impossibilitata
a comprendere!) che muove la vicenda; Vanni non diverrà che uno
spunto d'azione, avrà solo funzione contrastiva, dimenticato - con
ogni spirito di rivalsa di fronte allo spettacolo naturale che si prende
il cuore del piccolo Foresto.
Qui darei particolare rilievo alla decisa potatura - operata da Abba
già sull'autografo - d'una seconda parte tutta langaiola di Primi
duoli, tutta tesa a recuperare il tema caro e insistito delle streghe e
dello stupito discorrerne fra giovinetti, anche se le pagine espunte constituiscono
un saldo legame con Nunzia e con la vita della Val Bormida.
La grande pagina è quella del casto incontro fra i due giovanissimi,
in chiesa. Foresto è quasi bloccato dalla dura penitenza, avvilito;
Nerina è capace di dir tutto in uno spunto ov'è sintetizzata,
per ripetizioni naturalissime del povero lessico, la trepida gioia degli
incontri precedenti, venuta meno con la disperazione, che scoppia sotto
la cenere del dire quotidiano: "E allora come faccio io...?". Qui davvero
l'autobiografismo di Abba riesce a dire l'ambiente e la sua vita, dopo
averne tentato la trasposizione nell'Arrigo e nelle Rive, ove un protagonista
adulto non consente il recupero degli anni teneri, degli stupori e della
fermezza di fronte a imposizioni aberranti, ad adulti despoti.
Il Giuliano del romanzo può essere Foresto stesso; ma di lui
sono taciute o appena toccate le radici infantili, pur decisive di scelte
troppo rigidamente riportate a un roussovianesimo di circostanza. L'amore,
espresso tante volte da Abba come sublime, è reso soprattutto quando
si riduce a pochi tocchi estatici. Se le lettere lo esprimono nel suo adulto
abbandono 40, specie da lontano, solo le Noterete ne recan traccia felice
nell'incontro-addio all'inferriata della Monacella palermitana. Foresto
e Nerina vivono il loro amore e ce l'impongono col semplice accostarsi
delle due testine: poche pagine narrative l'Abba conta come queste, sobrie.
E i residui d'una tenerezza romantica vengono bruciati dalla stessa rapidità
con cui il giovinetto, rimasto solo, opta per la ripresa della penitenza
e punta all'incontro con Vanni, beandosi della visione marina, tornando
in tempo per il nero dolore della partenza della ragazza. Uomo era nel
completare la penitenza, uomo è qui, cresimato dal primo, fiero
dolore della sua vita.
Un vegliardo ebreo è protagonista de I baffi e il cuore del signor
Saul, un racconto più vicino alla novella edificante. Nel paesello
egli s'è stabilito da anni ed è stimato, discreto benefattore.
La povera famiglia di Colombano non saprebbe trarsi d'impaccio di fronte
alle esose pretese del padrone di casa se, nella notte nevosa, un pacco
di monete non giungesse insperatamente, rompendo un vetro. Colombano non
fa fatica, seguendo le impronte sul bianco tappeto, a scoprire il benefattore,
la cui generosità ha origine quantomeno strana.
Capitato "con barba e baffi" ad Alessandria quando vi governava il terribile
gen. Galateri, venne da questi notato e fatto percuotere dai soldati dopo
l'umiliazione d'una rasatura forzata dei baffi, non leciti alla sua razza
sotto la monarchia assoluta! Bollente spirito, Saul imparò in quella
circostanza a dominarsi, a sopportar la prepotenza e si volse a compensar
l'offesa col perdono e con la generosità verso i miseri che ora
assiste in paese con delicatezza. Né manca l'esempio alla coppia
di servitori - Lucrezia e Giufò - che ha cura di lui, buon vecchio
notabile, capace di trasformare l'onta subita in una crescita morale edificante
quanto silenziosa.
In Prendi moglie, al dottor Asquini, sollecito dei paesani che corre
a curare a cavallo per le vallate, giunge notizia delle nozze progettate
dal figlio, che studia scultura a Milano. L'occasione d'una visita per
dissuaderlo s'accorda con la possibilità di rivedere cari amici,
come lui ex-garibaldini, dai quali l'idea matrimoniale, in genere, era
sempre stata avversata! Preso congedo affettuoso dalla moglie e dalla figliola
(che contempla dormiente), I'Asquini giunge a Milano, ma non trova il figlio
nel solito studio. S'imbatte però nel primo dei commilitoni, Giomo,
inserito nella vita brillante della metropoli, un po' fatuo, coi capelli
tinti! Da lui apprende che l'antico rivale in amore, il Terenzi, è
morente all'ospedale. Lo visita e ne coglie il rimpianto per i giorni dissipati,
una nascente fiducia in Dio, un riconoscimento della validità dell'istituto
matrimoniale, osteggiato nei giorni garibaldini. Il gomitolo delle memorie
si scioglie fra le riflessioni e conduce Asquini a visitare altri due ex-garibaldini
lombardi. Il primo giace paralizzato e preda di sciocche manìe,
assistito dalla giovane moglie (la cugina, sposata per non disperdere il
patrimonio); da lei ha avuto un figlio di cui non gode la freschezza, in
una casa ove s'è rintanato dopo una giovinezza spesa a rincorrer
dame e a soddisfar puntigli. Triste incontro con Asquini, dunque, come
sarà quello con Offlaghi, rimasto scapolo secondo la vecchia convinzione.
Questi è ormai incapace di sottrarsi alle astute pressioni d'una
servente (resasi indispensabile e preoccupata di farsi largo per sistemare
se e il proprio bimbetto). Asquini non può che alimentare nel commilitone
d'un tempo un senso d'amore, proprio per quel bimbo; rientrando frettolosamente
nella propria valle, mediterà sulla sorte sostanzialmente migliore
toccata a se stesso, con la scelta appunto di prender moglie. Trovato a
casa il figlio non potrà che lodarne il disegno d'accasarsi, benedicendo
la scelta di chi si sposa e si crea una famiglia.
Medico condotto nella Val Bormida è pure il dottor Paleari, un
galantuomo che si rimprovera a lungo certe indulgenze del pensiero per
una bella giovane della vallata, ma conosce ne EI dottor Crisante il valore
della famiglia che ritrova la sera, dopo le ore spese a visitar malati
fra boschi, valli, casolari sperduti. Dalle conversazioni paesane entro
la cerchia dei notabili gli giunge conferma che un collega (appunto Crisante)
s'è a lungo comportato da scapolo impenitente, seducendo più
d'una fanciulla, senza riconoscere i non pochi figli naturali che la gente
di paese segna a dito e gli attribuisce.
Fra lo scherzo pesante e l'intento d'ottenerne il ravvedimento, Paleari
invita un giorno Crisante nella propria casetta di campagna, dove avrà
occasione d'incontrare il bracciante Prospero, un figlio naturale così
somigliante da scatenare uno slancio di ravvedimento e di risarcimento
affettivo del padre. Il contadino si vede così circondato da una
serie d'attenzioni e proposte che non può accettare, in quanto comporterebbero
separazione da affetti e abitudini a lui ormai cari.
Così il racconto vede un duplice pentimento: il donnaiolo di
un tempo s'accorge del sempre differito rimedio (il matrimonio), Paleari
avverte la gravità delle conseguenze prodotte dalla sua superficiale
iniziativa e conclude - con la più assennata sua consorte - che
il matrimonio è "gran giogo e gran guardia".
Le tre novelle più tarde risentono logicamente d'una saggezza
d'età matura, della consuetudine di Abba con la routine di scuola
e della distanza ove si collocano memorie patrie e garibaldine: quella
degli articoli dello scrittore apparsi appunto quando lo impegnavano il
settore educativo e quello celebrativo, con alti sensi e con ripetuti riferimenti
alle ore passate nella giovinezza in armi e, più tardi, nella famiglia.
I baffi e il cuore del signor Saul risulta la novella meno sentita,
la meno vibrata della raccolta; il paese è rappresentato, ma le
figure vi assumono tratti forse troppo volutamente edificanti, cosicché
l'unico raccordo autobiografico possibile (tra Primi duoli e Le nozze d'Arcangela)
risultano i momenti della prepotenza subita da Saul ad opera del Galateri.
Persistono i modi liguri, quasi per "caricare" l'ambiente del borgo: in
realtà le ragioni di stile sono quelle ormai acquisite e sono anche
più vive quando il racconto ha del militaresco. Certo la figura
dell'emarginato israelita pone una problematica viva e punta sull'esempio;
resta però in chi legge l'impressione che il racconto potesse meglio
inserirsi nel Libro delfanciullo, per esemplarità di casi, per certe
cadute di tensione narrativa e per una meno incisiva caratterizzazione
stilistica. Rallentamenti e indugi descrittivi non erano fuori chiave rispetto
alla pubblicistica dell'epoca, tuttavia si fanno notare in questa novella,
rispetto alle altre di Cose vedute.
Forse una linea d'approfondimento critico si potrebbe suggerire o nel
contrapporre i due poli - della bontà di Saul e delle percosse con
prepotente modo del "duro" Galateri - dai quali si genera la bontà
d'una vita. Ma qui si rischierebbe d'uscire dai sicuri binari narrativi
per rispolverar resoconti più vivi ma anche più polemici
circa la vera e propria azione di "tirannello locale" esercitata da quel
generale. E l'Abba di questi racconti ultimi pare assai lontano da tale
intenzione, essendosi limitato a toccarne altrove. Insisterei piuttosto
sulla presenza, "con passi d'ombra", dell'idea di morte, che la bontà
rende non paurosa al filantropo e che il residuo idealismo romantico di
Abba preferisce accostare alla miseria d'una coppia contadina e alle considerazioni
miste e devote dei servitori, in un atteggiamento ammirato ed esclamativo
verso Saul...
S'è già detto dell'unico autografo disponibile di Prendi
moglie. L'Abba vi sostituì pazientemente il cognome di Asquini a
quello di Crisante, divenuto protagonistaancora medico - del racconto omonimo.
E altri due medici almeno occorre convocare sulla pagina, il Paleari e
il Giuliano delle Rive, senza dubbio un precedente più a lungo scrutato
e portato in cuore, nato per certo dalle memorie del borgo che l'autore
abitò da giovane. Proiezione sicura dell'ansia educatrice e risanatrice
dell'Abba, sindaco e amministratore della sua povera "piccola patria",
il medico par figura deputata a incarnare il filantropo che per l'opera
quotidiana, per il prestigio e la sua varia disponibilità nei tempi
rappresentati, lo scrittore cercava.
Senso d'umanità libertà di movimenti e di contatti, specie
in ore decisive per altri uomini, ne caratterizzano la giornata e la vita,
spiegando a noi come in Cose vedute sian rappresentate figure certo meno
idealizzate dell'eroe romanzesco, varie quanto basta a proporre rapporti
non sempre consueti, a muover vicende e trame entro le quali sentiamo recuperati
dall'Abba ricordi e personaggi che si possono anche riconoscere tra i garibaldini
dell'epistolario.41
Più prossimo a Giuliano per probità, animo sensibile,
capacità di giudizio, senso della famiglia, della paternità,
dell'amicizia, il dottor Asquini beneficia d'un'inquadratura professionale
e domestica assai misurata, non ignara delle sottili componenti psicologiche
della sua personalità nei rapporti con moglie e figli. Asquini conosce
il turbamento e Abba ce lo mostra in uno spaccato coniugale ben indagato,
con misurate riflessioni di padre e di marito, con cenno sobrio nell'accarezzar
con lo sguardo l'ultima figliola, dormiente. Nelle sue considerazioni,
nella rapida sintesi della vita sua e dei valori di essa si legge l'Abba-maturo,
colui che sapeva aprirsi nelle lettere al Pratesi, e specialmente, al collega
Amoretti.
"Guai se non avessi la famiglia, dove mi rifugio e pur soffrendo godo...".
"E portiamo in pace la nostra croce. Ma cos'è poi questa che chiamiamo
croce, se non l'amore per la famiglia? Liberateci dal pensiero di poter
morire prima d'averla potuta tirar su tutta all'onor del mondo, e vedrete
che la croce si cambia per noi in aureola".42
La stessa concretezza del colloquio coniugale, dei preparativi di partenza,
hanno la franca scioltezza e l'asciutto periodare di quella gemma che fu
DI ritorno del cavalleggero: cose capaci di parlare, lessico tale da ravvivar
le cose, non di tradirle pei sogni.
Ritroviamo Asquini, disorientato viaggiatore, a Milano: l'autore aveva
espresso anni prima la sensazione provata nella metropoli, 43 quando vi
cercava commilitoni e... un editore pel suo romanzo. Ex garibaldino, il
dottor Asquini vi annovera incontri ben disposti dalla penna di Abba in
funzione della mesta recherche dei suoi autentici commilitoni (S'autore
non ci avrebbe mai fatto conoscere un Giorno 44 dai capelli tinti, che
qui gli occorre per individuare il più sfortunato dei quattro moschettieri
d'un tempo). Nella visita al Fatebenefratelli 45 ritroviamo solo Terenzi,
tisico, deluso e moribondo; ricuperiamo in più rapido scorcio le
ore di Giuliano e di don Marco al capezzale dei morenti, la sublime speranza
cristiana, il saluto affettuoso ad un uomo già in nobile contesa,
"amico in un momento d'alta malinconia", secondo parole care e tipiche
d'Abba.
Fra la Milano degli uomini indaffarati e quella brillante dei caffè,
tale mesto incontro si pone come un momento di verifica "borghese" della
città e della famiglia, presente nella commedia Vecchi e giovani
e nei tratti epistolari d'un Abba ancora "oscuro". Ora lo ispira il senso
del reale (si pensi ai ricordi galanti a quel letto d'ospedale!), con gesti
e figure d'affettuosa partecipazione che stile e rapidità d'accenno
dominano senza impoverire, insistendo forse qualche momento sui tratti
rievocativi. La presenza riservata e ammonitrice del frate sull'uscio,
il consulto rapido, alla brava, che Terenzi impone all'amico d'un tempo,
l'arrivederci bilicato fra speranza e timore, fra religione voluttà
ormai deposta direbbero un appoggiarsi alle Noterelle, se lo stile energico,
in situazioni anche statiche, non fosse animato dall'amicizia giovanile
ove radicano i rapporti dei protagonisti.
"E me ne venni via per le sale, per lo scalone": al dottor Asquini l'Abba
presta le parole più famose scritte per il capolavoro, là
dove gli occhi soltanto della monacella palermitana hanno parlato nell'ultimo
incontro: "E me ne venni via fantasticando una camicia rossa e dei veli
bianchi...".
Fratture come queste si contano a decine nelle lettere, quasi termini
inseparabili da
uno strappo dato all'immaginazione e al sentire: "...quando rompo il
mio soliloquio perpetuo e chiamo a raccolta dai ricordi le persone con
cui ho vissuto".46
Pacato, quale forse Abba non fu mai, 1'Asquini fa la sua visita al duomo
e a S.. Ambrogio, come l'Abba ai luoghi cari e ispiratori. Poi la novella
sposta il proprio asse sulle visite che devono completare l'itinerario
del recupero garibaldino. Le visite all'Offlaghi e al Lantieri non si debbono
legger solo come passaggi della novella (che ha la sua morale, il suo valido
argomento ma potrebbe parere disegnata "a tesi" durante i residui due incontri).
L'autore conobbe, volle conoscere casi e dimore, pene e bisogni dei suoi
compagni dei Mille; quando lo scoramento lo portava a dubitare di se, delle
sue molte pagine garibaldine, non esitava a concludere, senza delusione
o rimpianto: "sarò ricordato come un piccolo Turpino".
I due incontri con gli spensierati giovani d'un tempo vanno letti insistendo
sulla capacità bozzettistica, sulle ricostruzioni ambientali non
diluite in lunghi periodi, ma mosse da un'acquisita capacità di
montaggio, di dialogo, di ritmo narrativo raggiunto col diaframmare variamente
su figure, interni, confessioni, furtivi passaggi di donne tanto diverse
da quelle d'un tempo. Allora ci si accorge che l'Abba è tornato...
al diario, alla notazione, a scene ben salde facendo più serrato
l'incalzar degli interrogativi, dei bilanci amari, delle presenze discutibili
ma necessarie di minori, fino ai pettegolezzi raccolti sulle vie lombarde.
Qui tornano sul foglio espressioni risentite delle Noterelle, entro quadri
e situazioni che non sono semplici fondali: si veda quel "si lanciò
dentro, andò dritta al foco, e si lasciò cadere".
Come Nunzia, Prendi moglie si diffonde per pagine; lo si può
leggere - rischiando qualche delusione - per correre alla "conclusione"
d'Asquini; ma è più giusto rispettare il tempo psicologico
del consolidarsi di questa nelle ore di treno, per essere offerta al figlio
finalmente raggiunto. L'occhio deve fermarsi sulle scene che il regista-Abba
ha allineato, per nostra fortuna, parallelamente ai suoi carteggi. Allora
le Noterelle, le meste e le accese ore bresciane, il calore d'una famiglia
sofferta e ricostruita con dedizione suprema, non parranno che ad un passo.
Il dottor Crisante, quale vide la luce attraverso le impressioni e i
suggerimenti dell'amico Pratesi 47, Si riallaccia per un aspetto alla poesia
delle memorie (quelle giovanili, cairesi), per un altro se ne discosta,
in quanto dell'impresa garibaldina e degli anni ad essa seguiti sparisce
anche il riverbero che animava gli incontri di Prendi moglie. L'ultimo
racconto è più ordinato del precedente, meno gremito di fatti;
retto da una certa unità di luogo e d'azione, riesce meno mosso
e più unitario: non escluderei un momento di stesura più
riposato e meditativo.
Ora i due medici richiamano soltanto per tenue filo il cenno delle Rive
a coloro che si facevano medici - come missionari negli studi e a quanti
esercitavano o potevano esercitare con animo meno impegnato, con una vita
dura, sì, ma non quanto quella di contadini, carbonai, poveri sperduti
nei boschi, nelle casupole. Fra Crisante e Paleari c'è qualcosa
di più in comune: entrambi conoscono la vita del medico che cavalca
solitario per sentieri, tornando sui luoghi di... Nunzia, misurando le
distanze entro una natura sana e pacificatrice, centellinando nei ritorni
stanchi della sera impressioni e, perché no?, svelte figurette femminili,
viste di fuga, entrate nella fantasia anche quando il calore del focolare
e della famiglia le riduce a scrupolo, taciuto saggiamente (pro bono pacis)
e per la loro caratura troppo al di sotto della saldezza coniugale.
Il dottor Paleari, per la verità, non rientra nell'alveo della
famiglia e riesce a lungo figura... chiacchierata più che rappresenta
ta; egli non s'è fatto soverchi scrupoli con le donne incontrate
solitarie in un bosco o a un crocevia. Abba vi dedica più parole
di quanto fosse solito concederne agli amori, stando alle esigue pagine
di pochi taccuini giovanili; sapremo che nella valle i figli naturali del
Paleari eran più d'uno, al dir della gente. Ecco allora aprirsi
il borgo, anzi i passaggi obbligati di esso: la farmacia, l'osteria, con
certa accidia che aspetta al varco l'uomo solo e stuzzica quelli riuniti
attorno al bicchiere o alle carte da gioco, con la sottile punta del pettegolezzo,
dell'accenno insinuato che Abba riesce a rendere "d'epoca" alternando giustamente
la bonarietà di taluni al sommario sentenziare di altri. Così
talora si ha il senso della luce improvvisa negli animi, talora del segreto
diffondersi d'una sensazione; altrove scatta, in un attimo, la determinazione
o la si vede emergere da reiterati sforzi per intendere o per credere.
L'età malinconica degli scapoli o dei "sistemati", tolleranti
o impietosi, fu forse rivisitata (certo non vissuta) dall'Abba-vedovo,
intento certo a bilanci prima che a propositi, fra disperazione, urgenze,
pene paterne, solitudine, delusioni professionali. Ma il dottor Crisante
nacque alle lettere più tardi, quando l'autore poteva guardare da
lontano il mondo della maldicenza, delle accuse, degli scherzi malvagi
o di quelli velleitari, poco attenti agli esiti, poco preoccupati dell'imprevisto,
del dolore in agguato.
"La famiglia è una cosa divina, ma appunto perché è
divina pochi uomini la conoscono e poche donne sanno formarla. E il più
delle volte è un inferno di ipocrisie costrette".48
Senz'altro la passione di Abba per la sua seconda sposa dovette suggerirgli,
nella famiglia a lui stretta, il punto di vista di Paleari, disposto però
a una mossa non priva di conseguenze decisive per il giovane Prospero e
pei suoi modesti disegni di campagnolo, col disordine fatale che da
altri spunti non ordinati scaturisce, come il male delle unioni non
cementate dagli affetti e dal tempo.
Abba conosceva "la gente dei piccoli borghi" 49, Capasso ha ben ragione
di porre al centro de 11 dottor Crisante la denunzia e la rappresentazione.
Vi si aggiunga però una felice disposizione dell'Abba, che riaffiora
nelle ultime novelle, alla tecnica dell'accenno (già sperimentata
nel capolavoro) anche per una delicatezza morale nei confronti d'un caso
dato per esemplare, ma esente da troppo diffuso commento. Meglio è
soffermarsi sulla presenza dell'Abba più intero, profondo e pensoso,
in certi tratti del racconto; le sue parole sui giovanissimi, sull'effetto
fatale di discorsi che "paion cose da nulla, ma chi le raddrizza nell'anima?",
mi son parse degne di Primi duoli, solidali all'opera dell'educatore e
a quel Libro del fanciullo che in questi stessi mesi ho ritrovato autografo.
L'ultimo-Abba, attento alla sensibilità infantile, teso al travagliato
volume per l'Esercito (Uomini e soldati), instancabile a percorrere le
Alpi prima di farne oggetto di trattazione paziente e innamorata, è
ad un passo dalle sue novelle. L'amore e la comunione lunga di Mario Pratesi
l'hanno raccolte postume, non ultime fra i doni del garibaldino passato
alla Scuola, con l'ansia di lavorare, fino all'ultimo suo giorno, come
nell'elogio alla Vita dell'infanzia del Pratesi stesso: "il mesto abbandono
nel quale si cade leggendo quelle pagine mi sembra che dia vita, poiché
chiudendo il libro si sente qualche cosa dentro che spinge a ben fare".
50
Poco degli autografi è giunto a noi, una trentina di foglietti
di Prendi moglie non lontana dalla stesura definitiva, quattro ampie facciate
di Primi duoli espunte visibilmente da essi. Queste ultime tuttavia più
antiche delle altre, a giudicar da carta, scrittura e varianti - significative
del lungo processo ispirativo e di non pochi temi e spunti che saldano
fra loro le novelle di Cose vedute.
Anziché opporre alla luminosa visione che Foresto ha del mare
la precipitosa partenza di Nerina, allontanata dal borgo per un pettegolezzo,
Abba dovette pensare - in un primo tempo - a prolungare il felice "vagabondare"
del giovinetto fra boschi e colline, introducendovi incontri, discorsi,
echi, figure e memorie che si riconoscono or nell'una or nell'altra novella,
fili sottili di una ispirazione autobiografica che percorre tutto o quasi
questo volume postumo.
Del grato ricordo dell'incontro in chiesa con Nerina tornano alcuni
candidi dettagli allorché Foresto s'imbatte nel coetaneo Gotardo,
bizzarra figura, degna di figurar nel gruppo familiare di Nunzia. Mentre
fa legna ed ammaestra... un falco sui monti, confessa a Foresto la propria
intenzione di farsi prete (con relativa indicazione del "pericolo femminile"
e col programma d'una maggiore giustizia per gli oppressi e gli anziani).
La figura di don Giosafatte vien così recuperata non tanto dalla
memoria, quanto dalla scoperta del valligiano, stupito di fronte a una
figura e ad un'autorità mai discussa prima, né sfiorata da
dubbi e da tanta familiarità: "Dunque uno si poteva far prete come
altri si fa soldato, medico o zappatore? Ora gli pareva d'aver sempre creduto
che i preti venissero da origini sconosciute quasi da fuor del mondo degli
uomini, e che nessuno potesse dire d'uno di essi, egli fu già così
e così, lo conobbi prima, conobbi suo padre sua madre, so questo
e quest'altro dei suoi e di lui e questo pensiero gli fece tristezza".
Il quadro cui siamo riportati è certo quello di Nunzia: la semplice
reverenza per il parroco è quella del nonno Biagio, la natura dei
luoghi è detta già da quel falco (battezzato Napoleone!),
dalle rocce, dalle piante, da quella "selvatichezza (di Foresto) che gli
pareva di avere in se ed era nelle cose", secondo un'osservazione non secon
daria nella poetica di questo ultimo-Abba.
Nell'aia del casolare di Gotardo gli stessi uomini robusti a faticare,
le stesse donne gravi e giocose della cascina di Nunzia, spiegano la franchezza
dei modi, la perspicacia del giovinetto nell'indovinare l'amor del compagno
per Nerina, serbano un natural pudore di fronte a slanci affettuosi per
lui insoliti.
Nel rude paesaggio trovano collocazione i potenti malvagi del borgo
(che Abba fisse rà nel maligno pettegolezzo de 11 dottor Crisante),
la dura contrapposizione con Vanni, cercata anche nel lessico con quel
la variante che sostituisce muso a muso con grugno a grugno, secondo la
preferenza più rude e locale della prosa del narratore.
Ancora da Nunzia par derivare quel breve spunto sulle streghe, non temute
da Gotardo né dal disertore di quel racconto. La vecchia solitaria-
in fama appunto di strega - pare la sinopia di Arcangela, e per lei si
esplicita il compianto di Foresto e di Gotardo, con ricordi commossi e
ritorni agli scomparsi, al camposanto, perfettamente in linea con quelli
della povera vecchia.
Non manca un "rimando" possibile alla novella del signor Saul, in quella
ferma deliberazione di Gotardo di non sparlare, di non vendicarsi, che
Foresto stenta a comprendere e a far sua.
Considerati i tempi lunghi di composizione e raccolta delle novelle
di Cose vedute non può sfuggire la serie di "diapositive" che Abba
ha saputo isolare, spesso mediante brusche troncatura in una materia che
probabilmente viveva unitaria nei suoi ricordi e parlava alla sua fantasia
negli anni maturi. A guardar bene il procedimento è ancor quello
delle Noterebbe, portate in cuore per vent'anni e "lavorate ad un guem",
come afferma il Trombatore sulla scia d'un giudizio di Cecchi: presente
ad entrambi è la scansione bellica e storica di quelle scene. Nei
bozzetti tal linea non sussiste e pertanto non pare azzardato dire che
la mano di Abba diffuse o troncò con senso d'arte insieme più
ingenuo (per la materia) e più maturo per l'efficacia espressiva.
NOTE
1) C. SCARPATE La poesia giovanile di G.C. Abba, in Novità e
tradizione del secondo Ottocento italiano, Milano, Vita e pensiero, 1974.
2) Fondo Bandini, Firenze. Abba a F. Sclavo, 13 luglio 1872.
3) La prima si legge in Ricordi e meditazioni, Torino, S.T.E.N., 1911,
in appendice; per la seconda cfr. T. BARBIERI, In una strenna lucchese
l'Editio Princeps di C.C. Abba, in "Convivium" XXXIII, È, 1965.
4) Fondo Abba, Brescia. Al Padre Leoncini.
5) L. CATTANEI, G.C. Ahha. Formazione di un memorialista, Bologna, Cappelli,
1973, p. 50.
6) C. SCARPATE op. cit. appendice.
7) Edito a Pisa dal Nistri.
8) Cfr. G.C. ABBA, Edizione Naz. Opere. Scritti Garibaldini, Brescia,
Morcelliana, 1984, pp. 4-6.
9) Fondo Abba, Brescia e Fondo Bandini, Firenze.
10) "Cinquecento ho dovuto pagare al tipografo di Faenza per quelle
mie stampe delle Cose vedute e del Romagna, delle quali non ricavai dieci
lire. Con queste e con altre spese, addio fave, dicono i toscani". Fondo
Abba, Brescia. Abba a Corradino, 12 luglio 1889.
11) Fondo Abba, Brescia. Abba a Sciavo.
12) Fondo Bandini, Firenze. Pratesi ad Abba, 7 maggio 1887.
13) Fondo Abba, Brescia. Abba a Sclavo.
14) La risposta sarebbe giunta, implicitamente negativa, riportata in
una lettera: "Volevo leggere il volumetto dell'amico suo; ed invece non
son neanche a capo di un terzo. La prima novella dell'Abba mi pare che
abbia molto carattere: tutta quella parte delle streghe specialmente è
interessante e caratteristica. Però vi son lungaggini... Ho parlato
col Nencioni, ed egli mi ha promesso di accennare al libretto dell'Abba.
Cercherò di rammentarglielo. Ma il Nencioni, temo, è troppo
devoto al D'Annunzio". Di proprio il Pratesi aggiungeva: "Non te la prendere".
Fondo Bandini, Firenze. Pratesi ad Abba, 15 Feb. 1888.
15) Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 13 nov. 1889.
16) E' sintomatico che sull'unico autografo a noi giunto di Prendi moglie,
il nome del medico-protagonista fosse sempre quello di Crisante, puntualmente
corretto in quello d'Asquini, dell'ediz. 1912.
17) Fondo Abba, Brescia. Ferrero ad Abba, 18 dicembre 1892.
18) Vol. LVI, Serie III, I, pp. 5-39.
19) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 27 agosto 1895.
20) Cfr. Ricordi etc., op. c it., p. 159.
21) E' la tesi di L. CATTANEI, G.C. Ahha etc., op. cit.
22) G. MARIANI, G.C. Abbia in Orientamenti culturali. Letteratura italiana.
I minori, Milano, Marzorati, 1968, IV, p. 2875 sg. e Bozzettismo epico
degli scrittori garibaldini, ora in Ottocento romantico e verista, Roma,
1973, pp. 163-197.
23) A. CAPASSO, L'arte di G.C. Abba, Genova, Ed. Liguria, 1959, p. 35.
24) Quello del famoso giudizio carducciano sulle Noterelle.
25) L. CATTANEI, op. cit., p. 323.
26) Le forme epistolari segnavan la via da tempo: "Qui in Cairo è
una morte. Tutto noia e silenzio... Mio zio anche lui, con le sue gambe
bestemmiate, non esce più per tema del gelo... sagramenta ogni minuto
che passa e vegeta come un canonico accidentato". Fondo Abba, Brescia.
Abba a Edgardo Del Carretto, 13 gennaio 1875.
27) Sono in corsivo le forme presenti nelle Noterelle.
28) Su questo e sulle scelte linguistiche di Abba cfr. L. CATTANEI,
op. c it., pp. 322-339.
29) Fondo Tommaseo, Biblioteca Nazionale Firenze. Abba a De Gubernatis,
10 dicembre 1883.
30) L. CATTANEI, op. cit., p. 336.
31) Per il soprannome (el brüt) lo ricordano per fama i nipoti
di G.C. Abba, che ne tentò il ritratto ai ff. 6,80, 109 del Taccuino,
T, Fondo Abba, Brescia. (cfr. G.C. ABBA, Edizione Nazionale, I, p. 92).
32) L'ultima figlia di Abba, Nella, udì dal padre questo racconto;
lo confermò oralmente a chi scrive, nel 1967.
33) "... sere fa, attraversando da solo sulla mezzanotte, la valle dove
fu combattuta la battaglia di Dego..., soffiava il vento a buffe, gelido
come tu non lo sentisti mai; e la neve che ingombrava i campi... che notte,
mio Mario, qual vento pieno di forti aspirazioni! Ed io ti diceva, vedi,
amico mio, quella vetta, quel burrone, quella gola che pare delI'Inferno?
Ebbene, là morirono a centinaia, erano prodi fra i prodi: eppure
trovami un atteggiamento, un'orma, l'eco d'uno dei loro urli, un nome;
no, non lo troverai No, la valle è sempre quella". Fondo Abba, Brescia.
Abba a Pratesi, 24 gennaio 1868.
34) L'Abba è riconoscibile in analoga semplicità in un
passo epistolare giovanile, da Cairo: "Sai tuche cosa mi consola? Il pensiero
che m'è venuto di sposarmi ad una nipote di mia madre, bella, semplice,
giovinetta, e che non ha mai posto piede fuori del nostro borgo. Dare uno
scopo modesto e dolcemente utile alla nostra vita, che bella cosa!". Fondo
Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 10 gennaio 1871.
35) Quanto essi fossero cari all'autore fin dai tempi dell'edizione
faentina, si legge in una lettera al Berti, professore di arte applicata
all'Istituto d'Arte di Faenza e amico di Abba: "Ma io voglio una copertina
su cui sia una vignetta tua. II dirmi "sì, te la faccio" sarà
per me la miglior prova dell'indulgenza tua sull'error mio di questi giorni...
L'hai trovato il motivo? Ci vorrebbe Pellegro sulla palancola e Nunzia
che lo guarda tra i cespugli lassù al laghetto delle tre rocce.
Oppure una processione di contadini e di contadine (boscaioli) con le lanterne
dietro a un feretro portato da quattro sbucanti dal fitto d'una selva.
Se poi ti piacesse far Nunzia alle prese con Pilo che mentre essa lo uccide
la fa cadere nell'acqua dove essa affoga, anche questo motivo andrebbe.
Lo fai l'uno o l'altro? Starebbe così bene una vignetta tua sul
frontispizio o sulla copertina del libretto!". Fondo Abba, Brescia. Abba
a Berti, 1 ° ottobre 1887.
36) Non si tratta d'un cascame d'origine manzoniana, ma d'una rimembranza
storica ben viva nelle Langhe e in Liguria. In P.A. TOGNOLI, Cairo nella
storia della Liguria e della Nazione, Cairo Montenotte, Lagorio, 1971,
pp. 155-157, si può leggere il testo del Processo criminale e del
decreto "contro donne cairesi, accusate e confesse d'aver avuto commercio
col demonio per propagare il contagio pestilenziale" firmato nel 1631 (è
riprodotto l'originale del documento, conservato nell'Archivio di Stato
di Savona). A documenti analoghi si è rifatto E. ZUNINO, Cairo e
le sue vicende storiche, Cairo Montenotte, Arti Grafiche, 1929, pp. 175
sg. per le accuse di aver "impiastrato molte case di materie non cognosciute,
col conseguente arresto dei rei e complici di tal fatto", mosse ad "eretici"
per i quali si provvedeva a formar squadre di vigilanza fin nel Settecento.
Infine Minnie Alzona, ha indagato sul fenomeno nel ponente ligure, valendosi
di documenti relativi per un suo lavoro narrativo.
37) Aveva espresso un suo giudizio l'autore, scrivendo a Sciavo: "Di
qua... un colorito uniforme tinge la nostra vita sepolcrale; non gioie,
non affanni generosi, non uomini, non caratteri da amare". Fondo Abba,
Brescia. 3 febbraio 1869.
38) "Certi dolori, che tu sapesti poi, mi avevano tolta la salute, e
gittata l'anima in un pelago nero, nero! In Toscana io c'era venuto per
morire in pace in quei luoghi dove, nel 1861, aveva vissuto qualche mese
pasciuto dalle dolci melanconie dell'amore". Fondo Abba, Brescia. Abba
a Pratesi, 22 aprile 1872.
39) "Tu sapessi l'inverno che abbiamo avuto! Neve sopra neve, cinque
o sei volte, ed oggi ancora ne sono coperti i monti e non abbiamo sole
da due settimane. E' una melanconia che uccide, e chi non è fatto
per le cene e pel vino, non sa come vivere". Fondo Abba, Brescia. Abba
a Pratesi, 10 marzo 1872.
40) Nelle lettere alla moglie Teresita Rizzatti, che pubblicò
L.M. PERSONE', Lettere inedite di G.C. Abba, in "L'osservatore politico
e letterario", n. 3, 1964.
41) "E che fa Rinaldo? Rinaldo è come il personaggio cavalleresco
di cui porta il nome... Abba vede Rinaldo col viso roseo, i capelli castani,
gracile e gentile come una donzella". Fondo Abba, Brescia. Abba ad Arconati,
27 aprile 1900.
42) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 11 settembre 1902.
43) "Io dunque sono giunto tutto intero nella grande città, dopo
aver vissuto il meglio dei miei anni sulle mie montagne. A quelle l'anima
mia sospira oggi, mentre ne era stanca, stanchissima alcune settimane fa
e anelava a queste vie, a queste masse, agli amici di qui... Ma, caro mio,
il mondo, allorché vi sono in mezzo, mi spaventa, con le sue abitudini,
con le sue convenzioni, con le sue esigenze il mondo è terribile".
Fondo Abba, Brescia. Abba a Sclavo, 28 febbraio 1869.
44) Il nome (ligure) di Gerolamo Airenta, il compagno delle Noterelle,
è qui usato certo per un'altra figura, in cui sono chiaramente alterati
parecchi tratti della sua autentica personalità, anche fisici.
45) Lo spunto autobiografico è palese e un'altra lettera ne dà
la prova, con la specularità dei casi: "Dunque tu hai potuto accompagnare
alla tomba il più ingenuo, il più buono di tutti i nostri
compagni! lo, qui tra queste rupi, non ho fatto che pensare a Lui, che
moriva mentre io cercavo coll'occhio le cime dei suoi monti.... Dunque
in Italia non respira più l'anima grande e semplice di Daniele Piccinini?...
C'erano ancora lui e Cairoti, e se n'andarono, quasi lo stesso giorno.
E intanto moriva a Milano al Fatebenefratelli il povero Nando Secondi,
tre tipi di cavalieri, tra i quali Benedetto rappresenta la virtù
che non dubita mai, Daniele la protesta generosa che si afferma e perdona,
Nando l'incarnazione dell'umorismo, che si fa un culto del bene in cui
non crede... Povero Daniele! Lo veggo ancora come lo vidi in casa tua son
diciassette mesi; mi sento ancora nella stretta delle sue braccia potenti...
entusiasta per l'amicizia... Ma come l'anima sua si rivelò nell'intimo!...
E Bertossi non era degno di Piccinini? Te ne ricordi?". Fondo Abba, Brescia.
Abba a Pasquinelli, 15 agosto 1889.
46) Fondo Abba, Brescia. Abba a Cesareo, 31 luglio 1904.
47) Questi aveva inviato nel 1902 il suo romanzo Il peccato del dottore;
e l'Abba gliene scriveva: "Quel Dottore sei tu in parte, forsanche in tutto;
ma egli è della famiglia de' miei, un cugino se non un fratello,
salvo che tra quel tuo e il mio di Prendi moglie e del Crisante c'è
la differenza che tra te e me. Noi formiamo un chiasmo: tu, a vent'anni,
eri quel che io sono oggi a più che sessantatrè; io a ventiquattro
ero ciò che tu oggi verso i sessanta. Te ne ricordi? A me le atroci
ingiurie della vita addolcirono l'anima, e diedero qualcosa che allora
nelI'anima mia non era; a te tolsero di quella dolcezza, ti irritarono
le fibre, ti fecero sprezzatore, pessimista". Fondo Abba, Brescia. Abba
a Pratesi, 21 luglio 1902.
48) Fondo Abba, Brescia. Abba ad Amoretti, 8 aprile 1901.
49) "Conosci ora anche tu la gente zotica e vile dei piccoli luoghi;
e consideri, per esperimento fatto, giustamente quello che a me toccò
patire da dieci anni a questa parte. Credilo, o Mario, nulla al mondo,
neanche le consolazioni della famiglia, possono compensare l'animo dei
forzati ritorni sopra se stesso, dei vuoti che sente fare in se dal contatto
orribile di quelle piovre che sono le lingue dei borghi religiose e educate;
delle cadute cui s'è soggetti ogni giorno, piccole e senza dolore.
Non si abita impunemente nei piccoli centri, come dice Hugo". Fondo Abba,
Brescia. Abba a Pratesi, 24 marzo 1877.
50) Fondo Abba, Brescia. Abba a Pratesi, 23 aprile 1870.