Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
Edoardo Villa

Abba narratore

Irrequieto, avido di azione, Abba accomuna agli alti ideali il verso: esso ha in se un quid di trascinante, coinvolge e commuove, esalta e deprime. Si passa dal conforto allo strazio, dalla nota flebile malinconiosa a quella enfatica e vibrante. Il medio il pacato sembrano assenti, banditi; mal si adattano all'eroico. Il primo Abba subisce le tumultuose suggestioni di un Foscolo, di un Byron, di un Guerrazzi ed altre più fievoli e cantabili di un Aleardi e di un Prati, ma tutte convergono, sfaccettandosi variamente, nell'animo che anela alla lotta, pronto al sacrificio. Forse Mentana, "I'ecatombe di Mentana"1, come dice scrivendo al Pratesi, determina la prima radicale frattura; quel "vedere eserciti valorosi come il Francese e l'Italiano prestarsi senza rossore a fare il boia e il valletto"2 scalza tanto furore poetico e richiama l'Abba ad una revisione profonda di vita e di stile.

Attraverso anni di silenzio - e l'incompiuta tragedia, Spartaco,3 avvalora l'insorgere di una insofferenza verso i toni alti ed eloquenti - I'Abba dimette il verso con tutta la gamma tonale che lo regge, si svincola dagli umori letterari di moda e a gradi realizza una nettezza semplice, un dettato disadorno, impoetico, volutamente impoetico, perché dietro a qualsiasi ritmo si attenua l'intensità del sentire, si dissolve l'urto in alcunché di musicale e di falso.

Un lungo iter d'incontri e di esperienze attraverso cui l'Abba tende a chiarire la propria vocazione a se stesso più che agli altri. Le ore vissute nel sessanta, quasi un meraviglioso poema a tu per tu con un mondo, inimmaginabile, irrorato di sangue di morte e di calme improvvise- si ripercuotono nel suo animo e si addensano di fantasmi. I pochi appunti, presi a caso nelle pause insonni fra contemplazione e smarrimenti, giacciono lì frementi di vita malgrado le frasi troncate e le riprese atone. Adesso più che mai quella rievocazione dell'impresa dei Mille contenuta nel poemetto Arrigo. Da Quarto al Volturno,4 dagli insistiti calchi foscoliani e byroniani, gli appare stonata, in contrasto con la realtà. Confessa con distacco: "[...] i miei compagni studenti già stati garibaldini vollero ch'io dessi alla stampa prima di partire per la guerra del '66 [...] stampai a malincuore, e soltanto perché rimanesse qualcosa di me se fossi morto nella vicina guerra".5 Ma v'è di più: quasi inconsapevolmente rispetto alla trasfigurazione poetica, aggiunge al termine diciassette pagine di note scarne, precise, ricavate in modo testuale "dal Diario di uno dei Mille".6 Non più parole letterarie che suonano e svuotano, ma brandelli di vita, cui le parole accennano dilatandoli. Echi di guerra: "Francesco Montanari da Mirandola Capitano. Ferito mortalmente fra i primi, morì poche ore dopo a Vita, villaggio tra Salemi e Catalafimi, fra i più atroci dolori, sopportati con una fortezza che lo fece chiamare Eroe".7

Sopra Pioppi, 21 maggio mezzodì. "Io correva cantando un'arietta da cacciatore ad eseguire un ordine del mio capitano. Incontrai un piccolo armato che mi fermò gridandomi: "qui si canta e lassù si muore!". E mi narrò che nel combattimento di poc'ora innanzi era morto Rosolino Pilo..."8 Sensazioni dalla natura: Convento di S.Vito. 16 maggio: sera. "... Cessata la battaglia, spirò un vento gelato. I venti combattevano tra loro, come nei climi dell'Italia superiore nel cuore del verno, era un silenzio mestissimo. Si fece notte in un momento...".9

Storie di vita: "... Al convento di S* ... ho parlato con una vecchia monaca. In momenti supremi il cuore diventa più espansivo, e noi godiamo narrare le nostre sventure anche ad un ignoto. Ella mi disse del suo paese natale, della sua famiglia, della sua giovinezza; con quella passione che traspira dalle parole d'una fanciulla a 20 anni. Povera sventurata! Quanti anni ancora le rimangono a piangere la vita, sepolta fra quelle mura? E mi narrò d'altre sue compagne infelici...".10

V'è in queste note come la filigrana dello scrittore, capace di schizzare pittoricamente o di descrivere uno stato d'animo per linee essenziali.

La sua conversione alla prosa significa adesione, sprofondamento nel reale, partecipazione alla vita. Il romanzo con i suoi messaggi dal vero, con le sue creature di ogni giorno lo seduce: ne sente le inesauribili possibilità come mezzo di comunicazione di idee e di educazione del popolo11 e come rappresentazione di un momento storico, dagli accadimenti pubblici agli affetti familiari. E' una tavolozza multicolore dove il singolo personaggio porta con se un mondo, sovente a contrasto con quello degli altri e su cui la realtà scalza i sogni e incide ferite.

Le rive della Bormida nel 179412 costituiscono il tentativo più ambizioso dell'Abba in senso artistico-letterario e politico-sociale. Sulla linea del Manzoni e del Nievo egli stende un'ampia narrazione, che sprofonda nelle prime lotte rivoluzionarie in Piemonte e ne descrive i contrasti ideologici e le varie posizioni fra la gente più disparata.

L'umile e il grande partecipano e subiscono, sommersi da una realtà che trascende il potere degli uni e degli altri. La lezione manzoniana si realizza molteplice in direzioni diverse. Prima di tutto nelle scelte e nei modi linguistici: l'Abba, ormai convinto di quanto sia impaludata ed accademica la nostra prosa, ricerca il semplice lo schietto, smuove ogni eloquenza anche dai momenti più drammatici - la morte della signora Maddalena, l'accorrere del figlio Giuliano -, puntualizza a volte sfuocato pur di non forzare il tono ne far ricorso ad una facile commozione. Spesso, anzi, una nota di pacata ironia velavo struggimento. Poi nella ripresa del romanzo storico: i più dei critici, dal Russo al Mariani,13 parlano di un tributo alla moda, o addirittura, nell'esame analitico del Cattanei,14 di una sperimentazione formativa. Ad un giudizio non approfondito può apparire un fenomeno quasi anacronistico e proprio di una zona periferico-culturale. Ma la realtà è diversa: la ricostruzione operata dall'Abba non storicizza un'epoca, descrive piuttosto degli stati d'animo attraversati da slanci generosi o da inquietanti passioni. Dietro al pretestuoso diaframma di giacobini e reazionari, si nasconde il nostro vivere quotidiano, intessuto di miserie e di illusioni. Il mondo storico dell'Abba rispetto al manzoniano, non riesce a vitalizzarsi nella visione di una società, decade a contrastato scenario, ad una sorta di deus ex machina. Vivi e dolenti rimangono i singoli personaggi, da Giuliano a don Marco, da Maddalena a Tecla, scoperti nel loro sentire quotidiano. Taluni scorci psicologici sono rivelativi di un raffinato magistero artistico. Ad es., il rossore verginale di Tecla: "Ad un tratto si accorse di lui (Giuliano) che s'era fermato lì accosto e tacque arrossendo. Finito di raccogliere la tela, si levò in piedi rimescolata, e tenendosela in fascio contro il seno, stette vergognosa di vedersi guardata come non s'era mai visto da niuno" (c.IV).

Il mutarsi di Bianca: "Vestita di raso candido, cangiante in un azzurro oltremarino leggerissimo, che le rialzava la carnagione; Bianca ballava in mezzo a quella folla d'ebbri felici, più ebbra di tutti. Una bustina color di rosa le stringeva la vita, e le reggeva il seno tumido, voluttuoso, appena coperto d'una modestina a trafori, che ne velava e non ne velava le sommità. Le braccia ignude fino più in su del gomito, agitavano le trine cadenti in moltissime pieghe dagli sgonfietti delle ascelle; e le smaniglie ai polsi, e il monile di gemme, mostravano come quella fanciulla sapesse d'essere bella, e quanto fosse venuta innanzi nella via delle vanità. I geni della innocente e timida adolescenza si erano tutti partiti da lei; e gli occhi e le labbra avevano già appreso l'arte dei sorrisi vezzosi" (c. XVI).

Il riflettere convulso di Giuliano: "Rimasto solo, Giuliano rilesse due o tre volte la lettera di sua madre; e sebbene gli si destasse in mente una guerra di dubbi fortissima, a poco a poco si queto nella promessa, che di là ad una settimana sarebbe venuta. Così gli aveva detto il messo, ed egli quasi per sincerarsi della verità, volò col pensiero a sedersi vicino a lei. Se la immaginò in tutte le guise, sana, inferma, malinconica, lieta; parlò con essa e con Marta di mille cose, e la presenza di quella giovinetta che l'ortolano aveva menzionata, e che di certo era Tecla, finì di metterlo in pace. Perché gli parve che se qualcosa di guasto fosse stato laggiù, Tecla non era cuore da tenerglielo celato; [...] Ma allora la sua tristezza si accrebbe; solitudine, noie, disegni fatti e disfatti lì per lì; furono la sua vita; e quella esclamazione: "povera madre mia!" gli uscì più frequente a qualunque cosa ei pensasse. Procacciatisi alcuni libri leggeva, meditava, scriveva, per sollievo dell'animo: e spesso era veduto dai terrazzani, intenti ai vigneti ed agli orti, arrocciarsi pei greppi men destri; discendere al mare, tuffarsi, durar sommerso tanto, che taluno stimando che petto d'uomo non potesse quello sforzo, accorreva per aiutarlo; ma egli tornava a galla un istante, poi si rituffava; quasi in tale sorta di gioco studiasse di qual cosa fosse fatta la morte, di spasimo o di piacere. [...] Giuliano non aveva udito mai nulla di più alto; e in quei canti, gli pareva suonassero insieme le note dell'organo che l'avevano fatto piangere bambino; la voce di don Marco quando traduceva alla scolaresca il Coeli enarrant, con gli occhi levati e gonfi di lacrime e di desto; il grido di tutte le generazioni passate nella sventura, udito da lui nello studio della storia; e la bufera, e il sereno, e l'odio, e l'amore, tutto vi trovava ascoltando da lungi: mentre il mare col suo fiottare a tratti, parea rispondere a ciascuna pausa dell'inno una voce, voce dell'infinito che dicesse: "è vero!". Allora provava una smania di correre, e il primo generale francese che gli venisse fatto d'incontrare, pregarlo d'un'arme, d'un'assisa, d'un posto in quelle schiere: senonché l'immagine della madre gli si mostrava in quei furori generosi; mesta, timorosa, cogli occhi bassi, [...]" (c. XVII).

L'Abba ha il guizzo geniale del particolare che dice e che tipizza una situazione - e le Noterebbe lo confermano in modo inimitabile - sa intuire e rivivere gli aspetti del quotidiano, ma non riesce a dilatarli alla visione di una società, ne trasferirli dal contingente episodico al dinamico accadere della storia.

La lezione del Manzoni si protrae ancora incisiva nella linearità dell'intreccio, nel descrittivismo ambientale, nel rifiuto dei colpi di scena; si fa debole invece nel responsabilizzare il personaggio nel porlo senza infingimenti dinanzi alla propria coscienza o meglio dinanzi a Dio.

Gli ideali dell'Abba rimangono terreni, se pur di altissima moralità. I poli costanti della sua narrativa - romanzo, Noterebbe, racconti - sono i giorni sereni della famiglia nel proprio borgo nativo e le lotte ineguagliabili per il riscatto della patria. Certo nessuna serenità può esistere in una terra oppressa, dove è tolto a ciascuno il dono estremo di professare un'idea. Il ruolo della libertà è primario, ad esso non possono che soggiacere sacrificati gli altri ideali. Prima della madre, prima della sposa, la patria libera a qualunque prezzo.

Ed ecco emergere nel crogiolo di una vicenda, qua e là indugiante, digressiva talora per leggende e pezzi folcloristici, il vero humus che illumina e che dà un senso nuovo e moderno all'episodio storico. Non affatto attratto da una ricostruzione fedele di un'epoca, dove ognuno ha una sua parte precisa, non trasgredibile, l'Abba si vale senza impacci di una manciata di fatti storici, avvalorati più volte dal Botta, la cui eco non è ancora spenta nei ricordi dei nonni e a cui altri si rivolgeranno presto con rinnovato interesse. Si pensi a Edoardo Calandra della Bufera, ad A.G. Barriti di Monsù Tomè e al popolare narratore, Luigi Gramegna. In questi l'Abba proietta una moltitudine di personaggi pronti a battersi per le proprie idee, delineati con grande varietà di comportamenti. Ritratti ricavati dal vero con qualche pennellata in sovrappiù e memorizzati attraverso il passare dei giorni, più che sorti da un impeto fantastico.

Attorno a questa moltitudine dai sussulti reiterati dai ticchi ridicoli e dalle opposizioni scomposte o brutalmente dispotiche, pochi personaggi si isolano in una dimensione diversa e danno luogo al dramma consueto dell'Abba, ricorrente in ogni sua pagina, persino nelle non sospette rievocazioni.

Prima, per raccolta umanità, la signora Maddalena, vedova d'un giacobino: i ricordi del marito, il comportamento del figlio evocano in lei struggenti spettri. Invano si oppone, invano spera in Bianca come sposa. Il legame ipotizzato per trattenere il figlio si spezza: la giovane è promessa ad un ufficiale alemanno. Consapevole delle decisioni di Giuliano si chiude nel suo dolore, prodigandosi quanto può, ma altrettanto persuasa che la lotta contro l'oppressione è un dovere dell'uomo; non è eroismo, è rispetto dignità di sè. La morte lo coglie quando il dramma sta per comporsi: "O Marta datemi la mia veste... voglio levarmi... voglio partire ... Giuliano andiamo ... la casetta è quella laggiù? Come è bella! Che fai? E perché non mi lasci andare?

Vinta dall'affanno, la povera donna cadde col capo rovesciato sul guanciale, in atto di così stanco abbandono, che allora Giuliano capì a quale estremo si trovasse. Si chinò sopra di lei per dirle qualcosa; ma la parola gli si annodò nella strozza: alzò le mani come per chiedere aiuto a qualcuno di lassù; e toltosi dal letto andò di qua di là per la camera, coll'animo d'uomo offeso da' suoi simili, dalla natura, da Dio" (c. XXI).

Il desiderio non mai realizzato di una serena pace tra gli affetti familiari la illude ora e ne addolcisce il trapasso. Accanto piange commossa Tecla, quest'umile che è come una promessa di pace per il domani. Il suo amore sorto come per incanto da uno sguardo e da una breve domanda"Perché non canti più?" (c. IV) -, radicato in silenzio nelle trepide attese, manifesto e incontenibile di fronte al pericolo con quell'ingenua fuga verso Torino per avvertire Giuliano degli arresti di studenti, lenisce le ferite e rasserena per il domani: "Tecla vuoi essere sposa di Giuliano? - chiese don Marco [...] Essa chinò gli occhi e alI'atto della persona e al rossore di cui si tinse, parve rispondere: ecco, o Giuliano, la vostra ancella." (c.XXII).

E non è casuale la presenza di don Marco, il vecchio maestro di Giuliano o dell'autore stesso - il già ricordato padre Atanasio Canata-, partecipe della rivoluzione. "A Parigi sarebbe stato coi Girondini sino alla morte; ma amava Danton, in cui [...] ravvisava qualcosa di San Paolo" (c.III); avido lettore dell'Emilio e colto come pochi "molto aveva speso in libri e molto gli aveva studiati; e così vissuto in certa maniera coi morti, s'era mescolato poco a quel volgo di ricchi sfaccendati e di preti ignoranti" (c III). Don Marco vivente richiamo alla prima giovinezza del protagonista, quando tutto sembrava arridere fra sogni di gloria e d'amore, è in qualche modo l'anello di congiunzione fra i due ideali di serenità degli affetti e di libertà della patria.

Ideali che non contrastano, ma che gli uomini spesso sconvolgono offendendoli e rinnegandoli per un cieco tornaconto, per libidine di potere - I'hubris degli antichi e per le passioni più sozze.

La vittima-eroe di questo scontro è il protagonista Giuliano: onesto e coraggioso quanto pacato e senza sdegni dumasiani percorre il turbinoso iter dei capovolgimenti inaspettati, dello strazio degli affetti e della fuga dalla sua terra. In lui fanno ressa tanti stati d'animo vissuti dall'Abba stesso, lontano dalla sua terra, solo, di fronte al mare alle stelle, e l'animo che duole e sogna. Attimi di smarrimento accanto ad altri umilmente eroici in difesa degli uomini liberi, non mai disgiunti dalla consapevolezza che la sventura impietosa incombe e ci richiama. La gioia di Tecla e di Giuliano non vuole essere un gratificante happy end, è solo una sospensione del dolore: "ricordatevi che al mondo - ripete don Marco - vi sono molti afflitti ..." (c. XXII).

Lineare, compatto, senza gravi cadute, il romanzo dell'Abba scava nell'umano con delineazioni a volte penetranti, alternate ad altre più fiacche, inserite a forza con personaggi di comodo. Don Apollinare e padre Anacleto, ad es. giocano un ruolo esclusivamente polemico, vivono in funzione dell'anticlericalismo dell'epoca e dell'Abba stesso. Manichini che strepitano senza dimensioni umane, mentre altri come Placida, la sorella di don Apollinare, fanno intuire un calore umano, malamente oltraggiato dall'accadere dei giorni. La scena, in cui Placida si sostituisce al fratello fuggito e con gli arredi sacri per il viatico accorre dalla signora Maddalena, è una chiara ribellione all'odio di parte. Bianca stessa può spiacere nel conclusivo drammatico (o melodrammatico) sviluppo, è, invece, finemente donna, prima, nella sorda opposizione e nel graduale frantumarsi di questa di fronte alle non mai conosciute empietà di Giuliano, poi dinanzi agli allettamenti fastosi e nobiliari che l'aspettano sposa in Germania. Una creatura dagli intensi chiaroscuri psicologici, con qualche eco dalla Pisana del Nievo, e certo da riproporre ad una più attenta lettura critica.

Non è difficile intuire ora quanto l'Abba proceda oltre la lezione manzoniana e cerchi di modernizzare il romanzo storico col renderlo attuale per idee e problemi e, quasi parte vissuta, per costumi ed epoca.

Lo scarso successo di pubblico e di critica delude l'Abba. Inutilmente l'editore Bignami di Milano ripropone una "seconda edizione" del romanzo nel 1880, riutilizzando le copie invendute dell'edizione Civelli 1875 con la sola sostituzione della copertina e del frontespizio. Il tentativo ha esito anche peggiore: i critici di allora e di oggi la ignorano.

L'Abba desiste dal romanzo e ripensa con più insistenza agli appunti sui "Mille". Il suo mondo è ormai definito, non rimane che realizzarlo nelle Noterebbe: affetti familiari, quotidianità da un lato, difesa della libertà dall'altro.

I due poli della sua narrativa, così fortemente schizzati nelle Rive, ora si armonizzano con note puntuali, semplici. La materia a distanza di anni è decantata, purificata. Sedimentano le scorie dei sentimenti enfatici e degli ideali retoricizzati; la pagina assume una tonalità piana, discorsiva. L'autore ricerca con insistenza echi popolari tra manzonismo e verismo. E non è detto che questa elaborazione fine controllata non riveli qua e là l'artista più che il poeta. Ma è chiaro che la fusione e l'equilibrio delle parti hanno raggiunto un limite insperato. La piena dei sentimenti si è disseccata in pochi particolari di guerra e d'ambiente. Vi è una presenza di cose più che di persone. Negli oggetti, che sono un riflesso costante della quotidianità, si coagulano i ricordi e le passioni. Come gli stivali penzolanti nel tugurio di Rosso Malpelo, essi creano legami con l'io di sorprendente intensità. L'eroismo si intuisce nelle ferite nelle mutilazioni negli squarci mortali, ma subito il paesaggio sembra sommergerlo silenzioso. Un realismo crudo quanto contenuto e senza ricerca di effetti. Un riflettere attento anche alle ragioni degli altri: "La libertà non è pane - dice padre Carmelo - [...]. Queste cose basteranno forse per voi piemontesi, per noi qui no [...]. Quaggiù vi sono beni grandi, ma godibili da pochi e male. Pane, pane! Non ho mai sentito mendicarlo con un linguaggio come questo della poveraglia di qui [...]".

L'abilità geniale dell'Abba è di saper evocare con dilatante concisione: un nome una località bastano a far sentire una presenza. Ogni diluizione sarebbe un diminuire la pregnanza dei fatti e degli stati d'animo. Il lettore è come invitato a conoscere a immaginare e a completare: e non è difficile tanto le parole si susseguono dense vibranti. Il fatto scarnificato di ogni orpello è lì a visualizzare una situazione e in progressione tutta la straordinaria avventura garibaldina.

Merito dell'Abba, che lo privilegia dagli altri memorialisti, è quel sapere demitizzare l'eroico, ridurre le gesta e i toni dei comandi, sorprendere un po' tutti nella schiettezza dei loro rapporti, far prevalere il quotidiano con la sua genuinità: "[...] il Generale seduto a piè d'un clivo, mangia anche lui pane e cacio, affettandone con un suo coltello e discorrendo alla buona con quelli che ha intorno."

L'equilibrio degli affetti e degli ideali è la nota più fascinosa, è come il leitmotiv che unisce i frammenti e li vitalizza. Una forte tensione poetica, non ancora focalizzata a sufficienza, svaria dal quotidiano all'eroico, dal rimpianto della memoria al brivido della morte, dalla scena familiare all'impatto cruento. Qui l'Abba, a differenza del romanzo, dove troppe soluzioni del genere sono prolissamente diluite, raggiunge attraverso più anni e più redazioni - Noterelle d'uno dei Mille edite dopo vent'anni, nel 1880, Da Quarto al Faro. Notereste d'uno dei Mille edite dopo vent'anni, nel 1882, Da Quarto al Volturno. Notereste di uno dei Mille, nel 1891 - una incisività scultorea e descrittiva.

Lo spirito dei "mille" si è tradotto in bagliori di poesia. E qualche frammento poetico l'Abba rinnova ancora, ma più scialbamente, nelle novelle 15 scorci di vita campagnola localizzati nella sua terra fra storia e leggenda. V'è il quadro amaro "del vecchio Piemonte dispotico" 16 con un poveraccio che per uno schiaffo dato al tenente diventa disertore, fugge sulle montagne e spera in altra vita lavorando fra i carbonai. Un idillio con Nunzia lo illude per breve tempo: poi per rivalità d'amore la denuncia, la fine di tutto. Echi di vita fra descrizione e cronaca, non personaggi scavati nelle loro passioni. Di un sapore fortemente popolare i racconti del vecchio Biagio alle prese con immaginarie streghe e i commenti alla sua morte, schietti nel rimpianto: "- Oh! insomma, sia un po' chi vuole! gridò il più vecchio della grossa brigata: qui ci siamo per parlare del morto. Accendete le lanterne...

Tutti si alzarono, ognuno accese la sua lanterna, e la pose sulla tavola tra i bicchieri.

- Comincio io. Dio abbia preso Biagio, nel miglior punto dell'anima sua!

- Dio l'abbia in gloria! - rispondevano in coro. E poi ad uno ad uno:

- Biagio era un galantuomo, povero Biagio! - Si può giurare che non ebbe un quattrino di mal acquisto! - Non fece mai male neppure a un pulcino! - Beveva qualche volta, ma beveva anche il parroco vecchio! - Aveva le sue idee, ma un consiglio buono sapeva darlo sempre! - Quando lo incontravamo solo, sempre diceva il rosario! - Morto lui non vi sarà più chi sappia dire: Nel tal bosco ci si vedeva, nella tal casa ci si sentiva!.

- Sapeva dove passò Napoleone!

- E chi dei nostri morì in Spagna e chi in Russia!

- Diceva i primi che dai nostri monti andarono in America!

- Ora non si saprà più nulla ... più nulla ... più nulla!

E così quasi salmeggiando, dicevano vita e miracoli del morto: poi intonarono il rosario, e ogni terza parte di corona libavano largamente".17

Nunzia è certo la novella più compiuta, per drammaticità di fatti echeggiante il Verga e per coloritura stilistica il Faldella, con chiazze pittoriche ora nitide ora di una raffinatezza compiaciuta:

"Una fragranza di minestra, condita con rosmarino ed aglio, si diffondeva per la cucina: Nunzia, lesta come una rondine, porgeva le scodelle alla madre che col cucchiaione dava dentro e riempiva. Uno qua, uno là, chi su d'un sasso chi su d'un toppo, si posero di fuori a mangiare; [...].

Intanto le galline si avvicinavano venendo alla sfilata; il gallo Ondeggiava austero, quasi contandole, mentre che si imbucavano nel pollaio; su nelle faggete cominciavano i gufi a chiamarsi; e da una foce di monte là sopra, si affacciava una lunaccia, che pareva bolsa".18

Altri quadri sono più faticati nello sviluppo con sovrapposizioni di materiali diversi, indecisi fra il bozzetto verista, il ricordo storico e l'annotazione polemico-esistenziale. Di gusto etico-storico la delineazione di un ebreo, anni prima maltrattato dal governatore con taglio dei baffi e ciabattate e ora onorato da tutti per la sua generosità (I baffi e il cuore del Signor Saul); altra, ricca di sfumature psicologiche e di note polemiche, di un ragazzo sconvolto dalla penitenza inflittagli dal suo confessore - tracciare con la lingua cinquanta croci sul pavimento della chiesa - e descritto finemente nell'affiorare di ricordi, di ribellioni, di sensazioni:

"Arrivò al torrente. E là all'amaro sentimento che aveva nel core, si mescolò una dolcezza mesta di ricordi infantili. A quel guado che stava per passare sui pietroni sporgenti dell'acqua, veniva Tecla quand'era viva, la lavandaia di casa sua, che una sera ci aveva trovato lui nato appena, sotto una di quelle pietre che servivano alle donne per lavarsi i panni. Così gli aveva narrato sua madre, una volta ch'egli aveva voluto sapere dove lo avevano trovato. Ed egli, a otto anni, roso dalla curiosità, essendo potuto alla fine scappar di casa non visto, era venuto una volta a quel guado, dove entrato nell'acqua a frugar sotto quelle pietre, aveva sentito scivolar via qualcosa di vivo che s'era messo a guizzar nella corrente, e andato a posarsi sull'altra sponda, di là s'era volto a guardar lui boccheggiando. Allora aveva veramente creduto che quell'animaletto fosse un bambino, e si era spinto di là per pigliarlo; ma quello con un tuffo si era dileguato via sott'acqua, e addio. Ricordava le risà piene ed alte di sua madre, cui era tornato a raccontar la cosa; [. . .] ".19

Altri ancora sono più legati al suo mondo di raccolta intimità "senza cupidigie e senza collere" 20, di accettazione dei dolori della vita nell'ambito della famiglia, in particolare Prendi moglie e Il dottor Crisante. Nel primo il dottor Asquini, alter ego dell'autore, rivisita gli amici di un tempo e deluso li scopre "tutti mutati [...] ma più nell'espressione che nei tratti del viso ... Pareva che dentro non avessero più nulla del loro passato".21 Ognuno vive senza un aiuto ne un affetto. Facile concludere che prender moglie "è ancora la meno peggio".22 Nel secondo v'è l'abbozzo d'un vecchio libertino che non pochi figli ha disperso per il paese. "A volerli ricordare tutti si sarebbe passato in rassegna il borgo e la contrada".23 Costui finisce ridotto alla merce d'una serva-padrona, Lupinella, senza la gioia di un figlio, fra i molti che ebbe.

Un radicato candore morale vieta all'Abba qualsiasi affondo crudo nel quotidiano, limita la lezione verista al recupero di qualche particolare incisivo o di una battuta. Questo dottor Crisante non ha la spensieratezza di un Liolà, a cui per minimi tratti sembra preludere, ne l'inquietante abbattimento per il male compiuto sulla linea degli esemplari manzioniani; rimane un vecchio qualsiasi borghesamente in crisi fra solitudine e cupi presentimenti. Accanto a lui ancora l'Abba stesso nelle vesti del dottor Paleari a far la lezione con un quadro di dolcezza familiare.

Un mondo di sanità morale e di valori patriottico-civili è più volte riaffermato: nel romanzo e nelle novelle in modo angusto con briciole di storia in funzione di exemplum, nelle Notereste, invece, con singolare verità pittorica e penetrante calore umàno. In esse fonde l'uomo e il paesaggio con equilibrio ed essenziale realismo, senza retorica ne predicazione. Non la storia nel suo fluire mutevole ed imprevedibile, ma un momento di essa che l'Abba, "casto ed eroico" uomo del Risorgimento, rivive e ripropone negli anni. L'Italietta burocratica ed affarista è agli antipodi del suo sentire: più che lo sdegno merita il silenzio. E non per caso sceglie la solitudine di Cairo Montenotte, l'insegnamento e di tratto in tratto l'esercizio dei ricordi e delle "letture" per i giovani.

La dignità dell'uno gli vieta d'imbrancarsi in qualche "ismo", di tentare una qualche moda letteraria. Preferisce ripetersi le parole delle Noterelle: "Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla; portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso un dì; povera carta!... rimani pur bianca ...".

NOTE

1) Lettera del novembre 1867 cit. in GINO BANDINI, G. C. Abba e M. Pratesi. Mezzo secolo di amicizia in un carteggio inedito, "Pegaso", a. IV, n. 7 luglio 1932, p. 25

2) Ivi, p. 25

3) Sugli abbozzi di questa tragedia cfr. LUIGI CATTANEI, G.C. Ahba. Formazione di un memoralista, Bologna, Cappelli 1973, pp. 149-181.

4) Pisa, tip. Nistri 1866: edizione da cui si citano alcune note. Le stesse sono riprodotte a sè stanti in Maggio 1860. Pagine di un "taccuino" inedito di G. C. Abba pubblicato e illustrato ... da GINO BANDINI, Milano, Mondadori, 1933, pp. 39-61.

5) Lettera del 1910 a Domenico Bulferetti, cit. in D. BULFERETTI, Abba, Torino, Paravia 1924, pp. 22.

6) L'indicazione, al termine di quasi tutte le note, ripetuta o ridotta (Diario di uno ec. ec. o Diario ec. ec.) è espunta dal BANDINI (op. cit.).

7) Ed. cit. p. 266. Con calco dantesco il ricordo nel canto:"Benedetta la donna eternamente che in te s'incinse, o Montanari; [...]" (c. II, p.84).

8) Ed. cit. p. 269. Enfatica, con echi ossianici, la rievocazione nel canto: "[...] piagato/da mortale ferita, il sanguinoso/capo chinasti sulla ignuda pietra/arsa dal sole, e alle region di Dio/drizzossi il volo della tua grand'alma." (c. II, p.98).

9) Ed. cit., p. 267. Di un descrittivismo foscoleggiante i versi: "[...] Un'aura fredda,/che agghiacciava il sudor sopra la fronte/dei vivi, e i corpi irrigidia dei morti,/annunziava i crepuscoli: dall'alto/squallidamente discendea la notte/col suo velo di nubi, e tutta in breve/rapia la luce alla diversa scena" (c. II, pp. 85-86).

10) Ed. cit., pp. 272-273. Flebile e diluito il verso (cfr. c. IV, pp. 172- 174).

11) Cfr. L. CATTANEI: "Il romanzo, scrive l'Abba al Pratesi, comunque rappresenti, nelle epoche letterarie messe in raffronto coll'andamento politico delle nazioni, I'ultima forma dell'arte, può a sentir mio giovare di molto alla società [...]" (op. cit., p. 134).

12) Il romanzo fu stampato in appendice alla "Gazzetta di Milano" nel 1871; in volume: Milano, Civelli 1875; Milano, Bignami 1880 (ed. non nota ai critici, posseduta da chi scrive); Bologna, Zanichelli, 1912; Cairo Montenotte, a spese del Comune 1969.

13) Cfr. L. RUSSO, Abba e la letteratura garibaldina dal Carducci al D'Annunzio, Palermo, Ciuni, 1933, p 67; G. MARIANI, G.C.Abba, in "I minori", vol. IV, Milano, Marzorati 1962, p. 2876.

14) Cfr. op. cit., passim.

15) Le prime due, Nunzia e Le nozze d'Arcangela, in Cose Vedute. Prose, Faenza, Conti, 1887, con dedica "A Mario Pratesi fratello"; tutte, poi, in Cose vedute, novelle, con pref. di M. Pratesi, Torino, S.T.E.N. 1912.

16) M. PRATESI pref. a Cose vedute, p. 30.

17) Nunzia in Cose vedute, cit., pp. 93-94.

18) 1vi,p.61.

19) Primi duoli in ed. cit., p. 138.

20) Prendi moglie, in ed. cit., p. 146.

21) 1vi,p. 170.

22) Ivi, p. 204.

23)11 dottor Crisante, in ed. cit., p. 255.