Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
Sirio Guerrieri

Osservazioni sulla monografia "Abba: un grande del romanticismo" di Aldo Capasso

Io ho il gradito incarico, intanto, di portarvi il saluto del ministro Enrico Ferri che, invitato a questa manifestazione, ha dovuto rinunciarvi per impegni che non glielo hanno consentito.

E passiamo decisamente alla presentazione del libro del nostro amico Capasso.

Quando si parla di realismo lirico si pensa ad Aldo Capasso, promotore ed anima di un movimento di contrapposizione all'ermetismo, all'orfismo della parola. In realtà "realismo lirico" è categoria creativa universale operante all'interno della coscienza di ciascun artista. Proprio per questo oltre che per la funzione di termine dialettico in grado di preludere a nuove e più significanti sintesi, si rivela la capacità di "realismo" lirico di orientare una poetica di gruppo.

E' il Capasso critico che usa e chiarisce la poetica del Capasso lirico, ma il Capasso poeta, scaltrissimo e raffinatissimo artista, offre archetipi orientativi. Se prendiamo in esame contestualmente la produzione lirica e quella che potremmo definire la meditazione critica di Capasso, giungiamo alla conclusione che l'approdo del poeta al realismo lirico è il naturale svolgimento di un processo implicante il sentimento della natura e della vita, la frequentazione variatissima molteplice ed appassionata, e la mediazione dei testi lasciati dai grandi. Per questo il modulo critico di Capasso si esercita intorno agli umanisti del Quattrocento o in generale del Rinascimento - si pensi al saggio su Chiabrera incluso nel volume che qui dobbiamo presentare -, oppure scandaglia la complessa sensibilità e sensitività dei decadenti e sfugge agli schemi ideologici preordinati così come la sua poesia emerge da una zona prativa spontanea, non contaminata da intenzioni estranee. La scuola, assillata dalla necessità di fornire schemi di apprendimento rapido, di costruire sintesi sia pure provvisorie, e la critica accademica o militante, fatalmente orientata a raggiungere una visione unitaria dei problemi delle questioni di gusto, sono portate a definire campi di confronto, di giochi paralleli, anche perché l'arte è lunga e la vita è breve, e si fa strada in ciascuno l'ansia di dare fondo a l'universo, di capire di interpretare di unificare l'infinita gamma degli interessi che assedia l'esistenza sempre legata al filo del precario.

Così, la condanna di tutte le culture è tendere a vuoto ad uno scavo analitico per poi passare anzitempo ad un tentativo di reductio ad unum di tutti gli elementi che compongono un mondo di civiltà. Tale ansia conduce talvolta a conclusioni affrettate, a schematizzazioni di comodo che impediscono di scorgere l'infinita varietà di sfumature emergenti dall'interno di una classificazione generica e talvolta fuorviante, così ci troviamo spesso di fronte a situazioni culturali nelle quali stridono contraddizioni; che siamo costretti ad accettare in maniera provvisoria e con infiniti distinguo.

La lettura delle opere critiche di Aldo Capasso ci persuade che il suo lavoro è prima di tutto speculativo ed analitico e prescinde dal tempo che ci attanaglia. Capasso sa che non esistono viali rettilinei e paralleli nel mondo della cultura ma piuttosto tortuosità, fasi tangenziali, intrecci di situazioni complicate, incroci improvvisi e imprevedibili, attraversamenti pericolosi ed inesplicabili, fughe rapide di binari divergenti che tornano a convergere e a mescolarsi nel caos del traffico spirituale che postula costantemente una chiarificazione, una segnaletica indicativa. Sa anche che ciascun artista subisce coscientemente o inconsciamente suggestioni e influssi che generano concrescenze rapide, e simultanee sintesi inesplicabili e parallele che hanno riflessi immediati sulla formazione del gusto.

Il Capasso è attentissimo a queste variazioni tematiche, tonali, modulari, anche perché la sua esperienza creativa lo ha condotto ad una sorta di scaltrimento psicologico, lo ha reso sensibile in maniera cosciente alle suggestioni della realtà, lo ha messo al coperto dal pericolo di scambiare l'inautentico per poesia. Realtà oggettiva e sentimento del reale diventano nella sua opera, lirica e critica, stimolo non riducibile ad astrazione concettuale o perlomeno non soltanto ad astrazione concettuale. L'unità artistica di realtà e sentimento forma il concetto di realismo lirico che "per Capasso e per i suoi amici, é prima di tutto e soprattutto in senso universamente letterario emancipazione dalle tecniche surrealiste o in qualsiasi foggia solipsistiche e conseguentemente l'approdo alla nitidezza e familiarità delle metafore e pitture, la comunicatività di un linguaggio radicato nel lessico e nella sintassi di ogni giorno e sollevato ad un livello più alto della prosa ma non opposto ad essa in un gergo tra le cui magie dovrebbe tralucere l'ineffabile." (Giuseppe Antonio Borgese).

A questa affermazione decisa del realismo lirico Capasso è giunto attraverso una elaborazione progressiva per varie fasi della evoluzione lirico-realista della sua poesia e della sua critica. Intanto va subito riconosciuta l'esistenza di un rapporto tra gli interessi che lo hanno guidato nelle ricerche sul Rinascimento e sulla letteratura tardo-romantica e Abba, e lo evolversi del suo pensiero estetico. L'indole pensosa e passionale di Aldo Capasso, la ricerca costante di un equilibrio formale, la sua capacità di penetrazione psicologica, la sua volontà di rinnovamento pur dentro il solco di una tradizione da non rigettare, la sua ansia di autonomia e di indipendenza intellettuale, il suo rifiuto del modello del letterato bonzo, lo collocano in una perpetua situazione di emergenza problematica quale era vissuta da alcuni uomini privilegiati dal cielo, Marsilio Ficino, Pico Della Mirandola, e quale era intesa da alcuni spiriti del nostro Risorgimento, anche come dimensione integrata di pensiero e di azione. Avete capito tutti che qui intendo riferirmi allo spirito di Giuseppe Cesare Abba. Il saggio appunto su Abba la dice lunga sulle parentele misteriose del giovanissimo garibaldino di Cairo Montenotte che forse delinea il suo profilo spirituale di soldato umanista quando rievoca l'immagine fragile di Telesforo Catoni il diciannovenne idealista purissimo, nutrito di studi classici, che si rivela buon soldato annota Capasso - senza averne neppure la forza fisica. All'Abba - annota ancora sottilmente Capasso - Catoni era simpatico non meno di quanto Brandimarte e Fiordalisa lo siano al Boiardo. Così si viene accentuando il parallelismo, tutto Capassiano, tra poemi cavallereschi del Rinascimento e il diario-poema di Abba.

Alcuni dati biografici emergono nel saggio di Capasso come momenti significanti dell'iter creativo di Giuseppe Cesare Abba; così l'improvvisa apparizione nella mente di Abba di padre Canata dolente per la sconfitta di Novara, proprio nel momento conclusivo del Risorgimento, ci riporta agli anni in cui Giuseppe Cesare Abba fu a lungo nel Collegio degli Scolopi di Carcare. Così l'esame delle attitudini e delle affinità elettive offre a Capasso l'opportunità di informarci delle possibilità, frustrate, che Abba avrebbe avuto di diventare pittore di paesi, avendo abbandonato dopo gli studi umanistici anche quelli di arte all'accademia di Genova. Invece era diventato soldato giovanissimo, nel 1859, nei Cavalleggeri di Aosta tra compagni malvagi e ignoranti che Abba ricorda con raccapriccio. Garibaldino nel 1860 aveva combattuto eroicamente a Calatafimi e a Palermo e con particolare valore al Volturno. Capasso ci conduce amorosamente attraverso le fasi diaristiche delle Noterelle, nel suo saggio alla ricerca della essenza della personalità di Abba, che nelle Noterelle rivive l'incanto dei paesaggi illuminati dal sole alto o raccolti nel silenzio della notte, avvolti dalle prime luci del mattino o dai tenui colori del crepuscolo.

In tale stato di grazia contemplativa, dimenticata la guerra e la morte, il paesaggio diventa simbolo di vita, rifugio e conforto. L'odio non esiste più o comunque gli uomini non lo ricordano. Capasso, il ligure dei monti, intuisce nel fondo della psicologia di Abba, la fonte dei gesti di bontà, di generosità, di poesia, e i momenti di evasione capaci di orientare il poeta delle Noterelle non solo verso una linea espressiva cara al gusto pittorico e paesistico del bozzettismo fine '800 ma anche verso la rappresentazione, essenziale, degli aspri picchi siculi che reggono la fòlla delle case, e verso la bellezza femminile chiusa in linee di estrema riservatezza in un clima di silenzioso stupore. All'occhio di Capasso, già così attento alle magie del Boiardo, non sfuggono le bellezze delle giovinette calabresi, o catanesi, che paiono fatte di sogni. Nelle affascinanti figure femminili, evocate nel silenzio dei conventi e risolte in una visione nelle immagini mirabili delle donne di Alcamo che vengono fuori da case che sembrano conventi. Da Quarto al Volturno è definito da Capasso un diario-poema, ovvero un poema in forma di diario; certo è opera della fantasia poetica - precisa il nostro autore - come le novelle o il romanzo narrativo di invenzione, eppure è veridico, eppure narra lo storicamente accaduto; esige la collaborazione della fantasia creatrice insieme con la fedele e onesta memoria; e l'insieme di questi doni fa che plausibilmente sia stato paragonato sia ai candidi ed efficaci medievali "Fatti di Enea", sia ad un poema cavalleresco, come quello del Boiardo, o dell'Ariosto. Esiste persino un richiamo alla letteratura francescana (I fioretti di Garibaldi). Del resto lo stesso Abba, scrivendo a Pratesi, sembrava proporsi di superare l'atteggiamento esaltatorio ed agiografico dando una scossa agli scrupoli, correggendo, sfrondando, migliorando la forma, tanto che possa ben comparire e i ricordi possano affiorare seguendo la traccia di un nativo gusto del narrare, non più mortificato dall'esperienza del poemetto Arrigo di intonazione pratiano-aleardiana, o del romanzo storico.

Per Capasso il carattere ed il respiro del diario-poema di Abba, che si distende in un linguaggio connaturale, in una forma limpida e felice, è tale da riscattare la pura occasionalità esterna e di contenuto che nelle pagine di tanti trattatisti ha confinato le Noterelle nell'area della "letteratura garibaldina". Si avvertono infatti nelle Noterelle, in maniera chiarissima, le suggestioni della esperienza letteraria, della letteratura regionalistica e bozzettistica, che negli ultimi anni dell'800 aveva elaborato il nuovo linguaggio della prosa italiana, e il gusto della prosa campagnola e la felice condiscendenza al disegno che era prerogativa dei migliori bozzettisti toscani e primo fra tutti Pratesi, amico di Abba. Nel romantico Abba dell'Arrigo Capasso intravede la peculiarità espressiva neoclassica anche se si tratta di un classicismo che non raggiunge il senso di armonia propria dei veri classici e rimane inesperto ed esangue. Si indovina l'odore delle aule ginnasiali, frequentate a Carcare, annota Capasso. Laddove ogni Noterella è un breve poemetto in prosa, un genere letterario antichissimo che riappare nel primo 900 sotto l'impulso di certo gusto vociano e rondista, Cecchi, Boine, Papini, Giuliotti, Soffici, anche Cozzani. Lo stesso Capasso che nel 1951 nelle edizioni "Maia" di Siena aveva pubblicato un volume paradigmatico di realismo lirico, Poemetti in prosa, nel saggio su Abba avverte che la delicata e umanissima sensibilità del poeta di Cairo appare non assente ma gravemente impacciata dalla rigidezza chiusa delle forme poetiche anteriori, incerta sul cammino da prendere e quasi timorosa del peculiare problema stilistico.

Abba, annota ancora Capasso, avrebbe potuto realizzare assai di più, se conscio, come oggi si è, delle immense possibilità della lirica in prosa avesse, in prosa, dato espressione a certe singolari fluttuazioni del suo animo, compresso tra virili propositi, virili certezze morali e quasi femminee malinconie. Mancò all'Abba poeta in versi la consapevolezza critica che sarà degli scrittori della generazione successiva, Savarese, Sbarbaro, Linati, Cardarelli, Cecchi, Caprin, Manacorda, Buggiani, i quali hanno ottenuto in prosa effetti lirici di intensità leopardiana, ma certamente Abba fu un precursore, un anticipatore di quel genere letterario che fu l'elzeviro, oltre che della prosa d'arte e di quelle note in prosa semilirica quale fu la Cosa Vista di Oietti. I1 ritmo libero e fluente delle Cose Vedute, uno dei titoli di Abba, entra talvolta come in una condotta forzata, per tradursi in zampillo di fantasia, in baleno diffuso.

La preoccupazione di chiarire la posizione di Capasso critico non ci deve però fare dimenticare che Aldo Capasso è prima di ogni altra cosa, poeta. Dicevamo anzi che la vera suggestione della sua opera critica deriva dalla sua intima propensione lirica. Capasso recepisce il messaggio dei poeti umanisti, esplorando anche le brevi selve della sua terra, Traversagni, Chiabrera, Abba. Scopre la poesia dove altri non avevano avuto la capacità tecnico-intuitiva di vederla. Scopre l'innovazione linguisticolirica dove altri aveva visto la rozzezza espressiva o la violazione arbitraria di norme che sembravano assolute. Sa anche, Capasso, che spesso la trasgressione formale apparente può diventare punto di partenza per nuove regole e creare nuovi modelli. Piace intanto il taglio di ciascun saggio di questo volume; piace il tono, quel tono spedito e preciso, contenuto nella misura senza lungaggini superflue, col quale il critico poeta passa da Traversagni a Chiabrera, da Leonardo a Giustinian a Pontano a Sannazzaro, al Boiardo, al Pico, all'Abba, alla ricerca di connessioni tra moduli antichi e rinascimentali di prosa d'arte, i poemetti in prosa, l'elzeviro e il diario-poema di Giuseppe Cesare Abba. Per Capasso l'attingimento supremo della procedura critica è l'attimo illuminante nel quale la saggezza critica si sposa ad un lampeggiamento lirico, quando al critico può persino accadere al scomparire nel suoi scrittori, di sentirli come aster ego, come trasposizioni psicologiche creative, allo stesso modo in cui Flaubert scompariva nei suoi personaggi. In alcuni saggi avvertiamo l'eco remota di emozioni che potrebbero facilmente infittire un canovaccio narrativo ispessito di annotazioni psicologiche e di divagazioni etiche; solo che il romanzo dipinge ritratti di ignoti, almeno ai lettori, mentre il procedere del critico va continuamente ad urtare contro dati oggettivi che ne frenano la volontà di evasione verso il fantastico. E tuttavia, anche in Capasso sempre una strana inconscia velata forma di confessione in diretta si insinua nella trattazione. Penso a Leonardo Capasso, a Pico Capasso, ad Abba Capasso, e l'artista combatte e vince la timidezza e rende sfuggente la prospettiva storica, muove il campo della visione fino a renderlo incerto, labile, provvisorio. Capasso non si rassegna a sacrificare tutto all'oggettività, alla nuda verità biografica cruda effettuale fatta di numeri, di gesti esterni spesso insignificanti. Ne il lettore, d'altra parte, si rammarica di questa umanizzazione lirico-realista del personaggio, che punta al di là del reale apparente, che rompe schemi troppo ordinati e sistemati in buste giganti da archivio storico, e introduce anche nel discorso critico il ritmo drammatico, polemico, rivoluzionario, per cui ogni epoca culturale apre un processo all'età che l'ha preceduta, tessendo quella trama complessa e cangiante che di solito si definisce col termine di letteratura. Il sogno segreto di Capasso, poeta critico sia pure per istintiva ed inconscia propensione, è quello di delineare profili umani, proiettati sullo sfondo di una realtà storica percorsa dal senso del precario che rende instabili gli istituti soggetti a trasformazioni continue al punto di perdere lineamenti e collocazioni precise, e tuttavia fermi, immobili nella loro essenza vitale, lirico-esistenziale, nei valori non soltanto poetici che incarnano. Si pensa a Les Phares di Boudelaire, a quelle atmosfere interiori che finiscono col guidare il procedimento critico quando entrano in gioco legami, connessioni armoniose segrete, che fondono i fatti pensati e quelli vissuti in una piattaforma spiritualmente nuova ed estranea, eppure comune a tutti. Quello che comunque importa è il fatto che Aldo Capasso, al di là di ogni questione di metodo e di cultura, è un poeta vivo che opera nel campo della critica con una carica di umanità dolorosa e sognante, la stessa con la quale è improntata la sua opera lirica tesa a ravvivare le pagine più suadenti dei suoi saggi critici.

Ed ora due parole per l'edizione del libro di Aldo Capasso. L'editore Sabatelli ha realizzato una edizione veramente pregevole, chiara ed elegante. Anche di questo lo ringraziamo.