Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
Aldo Capasso

Considerazioni su Giuseppe Cesare Abba in risposta all'intervento di Sirio Guerrieri

Io debbo pronunziare molti ringraziamenti: ringrazio 1' Amministrazione comunale e il Comitato organizzatore che hanno voluto includere anche l'opera mia in questo magnifico ciclo delle rievocazioni abbiane; ringrazio questa Amministrazione e questo Comitato organizzatore non soltanto per il posto che hanno dato anche all'opera mia ma per il bene che hanno fatto complessivamente, per il significato che assume quanto è stato fatto in onore di Abba; ché tutto ciò costituisce una vera lezione per molte altre città italiane, e perché Cairo ha dimostrato, con l'adesione pressoché unanime della sua popolazione, di saper veramente continuare ad amare i grandi del suo passato, valutare quanto vi è di perenne, di sempre costruttivo nelle tradizioni, e insomma di dare il giusto valore a quelle che recentemente un grande scrittore negro ha chiamato "le radici", le radici che comprendono non solo le figure di certi grandi uomini, comprendono non soltanto gli esempi memorabili, ma anche i dolori collettivamente vissuti, e l'insistenza di certe idee che scorrono quasi clandestine e poi d'un tratto vengono in luce e poi magari riappaiono più lontano, insomma tutto il travaglio della vera storia: al quale non è possibile rinunziare perché il presente è figlio del passato. Purtroppo una notevole percentuale delle generazioni più giovani non ama il passato, non ne riconosce il valore, vede in esso soltanto un cumulo di cose morte. Gli è che questi non hanno più nessuna ideologia. Ho visto scritti, anche molto bene elaborati, della stampa italiana che gioiscono della cosiddetta morte delle ideologie. Io dico che un uomo non è interamente tale se non è devoto a qualche ideologia, che potrà anche essere sbagliata ma che però per lui contiene dei principi superiori, a cui sottomettere la propria individualità. Mentre chi crede di poter far cominciare il mondo col proprio corpo fisico, coi propri bisogni e desideri, in realtà ha perduto di vista l'essenziale dell'umano e precipiterà in un'aridità distruttiva.

Questo esempio partito da Cairo auguro che possa estendersi a tutta l'Italia, e questo senso delle radici salvi da tanti pericoli la civiltà attuale nostra.

Venendo all'argomento più strettamente letterario, tanta gratitudine io debbo esprimere per il professore, e soprattutto poeta, Guerrieri, che così generosamente ha parlato della mia opera; tanto generosamente che io non posso più lodare lui, altrimenti sarebbe un modo indiretto di lodare me stesso, ma che io ringrazio tanto; e che vedo come una figura degna di rievocare la nobiltà somma della figura di Giuseppe Cesare Abba davanti ai concittadini suoi, ché anche lui, oltre ad essere poeta, è stato volontario di guerra, partecipando con molto animo quale ufficiale alla guerra partigiana nell'alta Val di Magra e ché anche lui ha scritto di questa fase della guerra partigiana in pagine limpide e cospicue.

Rispetto ai problemi letterari che abbiamo toccato questa sera, penso che a qualcuno possa essere venuto un certo dubbio sulla possibilità o almeno sulla maniera di conciliare la onesta fedeltà storica, lo scrupolo dell'esattezza assoluta in senso storico, con la presenza della fantasia creatrice, della fantasia poetica. In effetti pare quasi un rebus insolubile; scrupolosissimo come era, di una onestà senza pari, Abba mai avrebbe modificato anche leggermente uno dei fatti accaduti dinanzi a lui o a cui egli stesso aveva partecipato, e in questo senso, pur velando leggermente qualche particolare col narrarlo su un tono più sommesso o più rapidamente, egli non disponeva, sembra, di nessuna libertà. Come è intervenuta la fantasia creatrice? La fantasia è intervenuta in quanto egli ha dovuto ricreare un personaggio che a rigore non esisteva più, quel lui stesso che aveva partecipato alla leggendaria impresa dei Mille. Infatti era completamente sbagliata la leggenda che si impose negli anni 80 e 90 e ancora nei primi del 900 che le Note del diario poema, che le Notereste del reduce garibaldino fossero esattamente la riproduzione del diario da lui scritto nel 1860. Abbiamo le annotazioni di quel breve manchevole informe diario, le quali hanno un interesse puramente biografico e documentario ma nessun interesse estetico, e che rimasero per parecchio tempo non elaborate in nessun modo. Soltanto dopo vari anni volle il Carducci degli appunti, da Giuseppe Cesare Abba, per dare concretezza alla propria personale rievocazione della leggendaria impresa del 60, e allora, appositamente per accontentare il maestro, scrisse l'Abba un'altra serie di appunti che non hanno un vero scopo artistico e che sono ispirati all'onesto desiderio di una perfetta informazione. Più tardi ancora, incoraggiato dal Carducci, egli incominciò a scrivere il vero testo di Da Quarto al Volturno. Ne ho veduta la prima edizione che il Carducci fece pubblicare dall'amico ed editore Zanichelli nel 1880. E' una edizione assai manchevole, poiché si ferma sullo Stretto di Messina - poiché narra solo i fatti di Sicilia e ignora completamente tutto ciò che seguirà. Seguì, ampliata una edizione del 1882 e infine quella completa e definitiva che oggi noi tutti, da Carducci a Pascoli a Borgese a Panzacchi, fino a noi qui presenta ammariamo come un capolavoro, - l'edizione del 1890 che finalmente arriva fino alla battaglia del Volturno, fino all'incontro di Teano, fino all'epica conclusione del popolano repubblicano che dona ad un re un regno. Il problema estetico di Abba quindi è stato quello di immaginare con intensa concentrazione fantastica il linguaggio diaristico che avrebbe potuto essere del soldato del 60, coi sentimenti di allora, gli entusiasmi di allora, le speranze, le fedi di allora, se le marce, le fatiche, i combattimenti gli avessero permesso di fare l'uomo di penna. L'uomo del 60 non aveva potuto scrivere le sue Noterelle. L'uomo che poi in seguito diede le informazioni esatte ma non ne cercò la poesia. Finalmente tra 1'80 e il 90 nasce la vera opera di poesia, la ricreazione di quel personaggio che era alquanto mutato nel tempo, non esisteva più; - perché dobbiamo ricordarci che quando scrisse, Abba, nel 63, tre anni soli dopo la leggendaria impresa, il Carme in morte di Francesco Nullo, già egli si esprimeva con durissimo pessimismo e sembrava temere addirittura perduta la speranza di far fruttificare le opere compiute. Un uomo della sensibilità estremamente sottile, delicata, vulnerabile, propria di Abba meglio di ogni altro poté prestissimo accorgersi dei mutamenti dei tempi, del sopraggiungere di un'epoca post-risorgimentale che sostituiva realizzazioni praticistiche di tutt'altro livello morale alle realizzazioni eroiche e ai sacrifici di prima. Quella, per esempio, speculazione edilizia romana che doveva poi suscitare verso la fine del secolo pagine roventi di disprezzo e di dolore nelle Vergini delle rocce di Gabriele d'Annunzio, egli l'aveva già intuita, fiutata grazie all'animus del mesto e introverso, a questo suo animo delicato e vulnerabile. Aveva mutato animo, era maggiormente ricco di malinconie e soprattutto molto meno ricco di speranze. E questa è stata l'opera di fantasia creatrice, il capolavoro estetico di Abba, ricreare l'uomo fidente che era stato nel 60 con il linguaggio rapido, quasi familiare ma efficace, ma scabro ove occorre, ma quasi mordente ove occorre, che avrebbe potuto usare allora se allora avesse potuto prendere la penna. Questa, meravigliosa, è la creazione di un personaggio che nella realtà non c'è più, di un linguaggio che nella realtà non può esserci più (perché noi abbiamo bellissimi ricordi garibaldini in tanti scritti, conferenze, articoli dell'Abba ma sono scritti su un altro tono, sul tono dello storico che usa il tempo passato non il tempo presente, che vede gli avvenimenti in una luce più lontana). Questa creazione dunque di un personaggio e di uno stile diaristico sono un capolavoro di poesia e vi spiegano perché io stesso, ma non solo io, abbia usato quella espressione diario-poema; ché effettivamente la forma è diaristica, non è troppo curata, non è troppo lambiccata, è rapida, è spesso modello di sintesi come sotto la pressione degli avvenimenti incalzanti, ma nello stesso tempo porta quel brivido di poesia che viene dalla coscienza di trovarsi davanti a un fatto che pare mito, che tiene del miracoloso. Giosue Carducci trovò una formula bellissima, parlando appunto di Da Quarto al Volturno, per dire che questo libro dava la forma storica dello stupore poetico, dava il "meraviglioso storico". In questa espressione "il meraviglioso storico", la parola "meraviglioso" non è più aggettivo, si è sostantivata è diventata un sostantivo che possiamo anche immaginare scritto con la lettera maiuscola. Mentre storico rimane semplicemente aggettivo. Dunque abbiamo una letteratura del meraviglioso la quale può poi scindersi tra il filone del meraviglioso-fantastico e il filone del meraviglioso-storico. Conosciamo bene il filone del meraviglioso fantastico poiché tutti abbiamo letto il più bello, il più antico dei romanzi d'avventure, l'Odissea, che non è una classica epopea rappresentante grandi conflitti etnici o religiosi, che non è il modello dell'Eneide e di tante opere future, ma che è realmente una ricerca, attraverso un personaggio essenzialmente unico, di avventure meravigliose che abbiano un certo sapore di mistero. Infatti quando parliamo di letteratura del meraviglioso, questa letteratura che giunge sino ai capolavori recenti dei romanzi di Stevenson, di Kipling, di Pierre Mac Orlan, noi non viviamo soltanto il senso di una certa meraviglia davanti a cose difficili o inconsuete ma anche un certo sapore di mistero, mistero che in certi casi, quando si tratta dei capolavori dell'immaginario più propriamente fantastico, del "meraviglioso fantastico", spesso investe le forme della magia, la maga Circe dell'Odissea, e poi le tante magie e belle fate dell'Orlando Innamorato e dell'Orlando Furioso, oppure presenta nella nebbia confusa di popoli che si suppongono esistenti ma lontani, in un mondo dove la limitatezza dei mezzi di comunicazione rendeva enormi anche le distanze modeste, - che si suppongono diversissimi da noi, ed ecco i Ciclopi, giganti dall'unico occhio in mezzo alla fronte, ecco la popolazione assassina dei cannibali Lestrigoni, ecco il popolo, strano anch'esso in fondo, dei mangiatori di loto, i quali costringono i viaggiatori che arrivano presso di loro a mangiare il loto che farà loro dimenticare il passato e la patria.

Queste credenze del fantastico, del meraviglioso, e di forma fantastica suggestiva, proseguono a lungo, sia perché la credenza della magia è ancora fortissima nel Rinascimento, sia perché le distanze erano ancora notevoli; e mentre già cominciava l'epoca delle grandi esplorazioni, noi abbiamo, intorno alla metà del 400, un curioso libretto di Iacopo da San Severino che racconta, pretende di raccontare obiettivamente senza nessuna vibrazione poetica, gli incontri da lui fatti attraverso l'immensa Asia: e fra l'altro ci racconta sia di aver partecipato alla corte del re della Cina ad una caccia ai liocorni e sia di avere incontrato nei regni del Prete Gianni la popolazione dei Cinocefali, gli uomini dalla testa di cane. Ma in fondo un margine per la fantasia magica c'è sempre, c'è ancora adesso perché ci sono tanti fenomeni che restano misteriosi, che molti spiegano col soprannaturale, che in ogni caso almeno bisogna dire di carattere soprarazionale, fenomeni come la telepatia, come i presentimenti che talvolta si verificano punto per punto, come la levitazione, eccetera, o rispondono effettivamente ai poteri di esseri invisibili di cui noi non possiamo controllare l'esistenza, o nell'altra spiegazione rispondono a facoltà oscurissime, da noi stessi ignorate, del nostro inconscio. Un inconscio che per esempio è capace degli apporti, cioè di trasportare degli oggetti materiali. Una spiegazione è tanto misteriosa quanto l'altra, e quindi ci permette di continuare a sperare capolavori di questo tipo di "meraviglioso-fantastico"; ma il meraviglio storico attinto da Abba esclude le fantasie, esclude le magie, esclude i sogni di terre lontane, e si basa sulla realtà che lo scrittore sa o perlomeno crede di conoscere esattamente nella sua storica obiettività. E allora? Dove nasce la poesia? Nasce nella commozione di chi assiste, come testimone o come partecipe, a queste meraviglie, a questi miracoli o prodigi della realtà storica. Ed in effetti fu qualche cosa di miracoloso l'impresa dei Mille perché la logica diceva che assolutamente essa non poteva riuscire, perché circa 1200 uomini erano troppo pochi per andare alla conquista di un regno armato e potente, perché gli informatori di Garibaldi anche entusiasti, che venivano dal Sud e dalla Sicilia stessa, erano i membri di una ristretta ed ammirevole categoria di intellettuali - oh, ristrettissima purtroppo, - che spesso scambiavano i loro sogni con la realtà, perché l'enorme massa contadina della popolazione non poteva nutrire gli stessi sogni di questa élite di intellettuali e semmai poteva desiderare e certo desiderava un forte miglioramento di carattere materiale, di carattere economico, ma non si era mai appassionata sull'idea se l'Italia dovesse diventare una ed indipendente. Ci fu un certo apporto di giovani di origine contadina, "picciotti" siciliani per esempio, all'impresa garibaldina, ma certamente inferiore a quello che uomini come Carini e Crispi avevano sperato. Miracolo fu che con tutto ciò la guerra riuscisse in pochi mesi al risultato trionfale più completo, miracolo che Garibaldi riuscisse a vincere certe battaglie con forze inferiori e con una conoscenza dei luoghi enormemente inferiore (battaglia difficilissima fu per esempio quella di Calatafimi); forse non si può dire che quella vittoria fosse un miracolo meritato dalla fede, dal valore, dalla strenuità degli uomini, ma pur sempre fu qualche cosa di imprevedibile. Così la vittoria di cui Garibaldi stesso ad un certo punto profondamente dubitò, nella guerriglia interna di Palermo, quando si combatteva nelle strade, si combatteva anche casa per casa, e la città era sotto il tiro dei grossi calibri di una flotta ricca e potente (ci fu un momento in cui a Giuseppe Cesare Abba stesso fu dato un foglietto dalle mani del generale, che il generale medesimo infilò tra la canna e la bacchetta del vecchio fucile ad avancarica, in cui c'erano scritte le disposizioni per il caso più disperato, cioè la disposizione di evacuare la città, ridarla nelle mani dei Borbonici; il che avrebbe tutto mutato). Non dico, come il professor Mola, che ciò avrebbe determinato la sconfitta definitiva, dico che sarebbero stati necessari veri miracoli della guerriglia in campo aperto, perché Garibaldi potesse giungere a logorare, a ridurre quelle forze così vigorose, e ristabilire la situazione, e rientrare prima di tutto in Palermo. Dunque una serie di miracoli ma il miracolo più grande è quello della figura stessa del capo, dotato di quelle qualità che oggi è di moda chiamare carismatiche, dotato di una straordinaria influenza sugli uomini suoi, sugli uomini che lo seguono e che rende in qualche misura simili a se, a cui presta la propria fede, la propria volontà e la propria decisione di non recedere nemmeno dinnanzi alla morte; capo che insomma sa trasfigurare gli uomini che lo seguono. Anche questo è un dono misterioso che nessun psicologo è riuscito mai a spiegare pienamente: esistono di questi uomini, che generalmente riportano grandi vittorie. Davanti a questo "meraviglioso storico" però non sarebbe stata veramente perfetta l'opera che potesse scrivere chi tutto ciò avesse studiato sulle obiettive pagine di uno storico precedente; occorreva che fosse chi l'aveva vissuto, chi aveva scambiato sguardi con quel capo carismatico, chi aveva ricevuto dentro di se la fiducia, la forza e la speranza di quel capo. E così è nato il capolavoro di Da Quarto al Volturno.

Prima di abbandonare l'argomento abbiano, per richieste giuntemi da varie parti, desidero aggiungere qualche parola per rilevare che alle magnifiche rievocazioni abbiane di questa stagione cairese si è aggiunto un fatto che è maturato poco lontano ma fuori della Val Bormida, cioè a Savona. Il fatto è che l'editore Norberto Sabatelli, - su suggerimento però, devo dirlo, di un Valbormidese, del professore LoRenzo Chiarlone, - ha avuto la felicissima idea di pubblicare in un leggiadro volumetto, da solo, il racconto Nunzia che per avviso di molti critici rappresenta la cosa più bella, dopo Da Quarto al Volturno, che l'Abba abbia mai scritta. Nella prefazione, che io stesso ho redatto per questo racconto, ho insistito sul fatto che esso in certa misura si contrappone alle altre novelle della bella serie Cose vedute in quanto tutte le altre rappresentano la vita del borgo ma questa sola si colloca alquanto fuori del borgo, tra i montanini, i contadini delle colline che circondano Cairo, nella zona dove vivevano i più solitari, quelli che per solito all'esercizio dell'agricoltura, al seminare i loro orti, che spesso erano ad una certa altezza, a un certo livello che impediva per esempio che il grano fosse molto fruttifero e quindi si dovevano specializzare in altri prodotti come patate o granoturco, univano, dicevo, l'attività di carbonai. Allora era larghissimo e universale l'uso del carbone vegetale nelle cucine delle massaie e questi fabbricavano le carbonaie in luoghi solitari ed elevati tra i boschi e ogni tanto scendevano a vendere ai cittadini, diciamo così, questo loro prodotto, questo carbone vegetale, tanto utile. Orbene, era una vita del tutto diversa da quella del borgo, il quale comportava un continuo commento di novità, la pratica amabile del pettegolezzo, tante piccole soddisfazioni che venivano a mancare per queste famiglie, le quali vivevano in casolari che in gran parte esistono ancora, ma ormai rovinati o fatiscenti; in casolari isolati sì che esse con relativa rarità incontravano anche gli abitanti di casolari analoghi e vivevano quindi gran parte dell'anno nella solitudine della loro famiglia e scendevano di rado per fare certi acquisti, come quello per esempio del sale o dello zucchero, fino al borgo più vicino. Questa è già, per la novella, una differenza notevole, perché rappresenta un altro ambiente, altre abitudini di vita, altre condizioni. Ma bisogna aggiungere che c'è, e questo nella prefazione non l'ho detto per non allungarla, c'è un altro elemento da sottolineare: proprio in Da Quarto al Volturno, quando Giuseppe Cesare si accorge, non da parole ardite ma da silenzi, da rossori improvvisi, che una bellissima suorina si è innamorata di lui, ha un momento in cui sogna, alla fine della guerra, di ritornare a prendere quella fanciulla che certo era stata monacata a forza - nelle famiglie patrizie o nelle più ricche si soleva fare di tante ragazze delle suore per non dovere staccare dal patrimonio familiare una parte troppo cospicua per le doti femminili - e portarsela via e andare a vivere con lei la vita di questi montanari in una solitudine dei bricchi: e dice "fuori del mondo". Questa aspirazione di vivere una vita solitaria in una specie di egoismo a due con la bellissima suorina è anche un'aspirazione ad uscire dalla vita quotidiana, dallo spettacolo dei compromessi, delle meschinità, talvolta dai vergognosi intrallazzi che costituiscono la vita quotidiana. Portarsi fuori e in solitudine vivere soltanto dell'amore della donna che lo ama e del contatto con la natura. Quel contatto con la natura che sempre fu fonte di grandi consolazioni per Abba e che egli descrisse bene nell'opera, pur tanto giovanile e immatura, Le rive della Bormida quando il protagonista ha il dolore di perdere la madre e fugge, - sì, quasi direi che fugga - attraverso le campagne, attraverso le solitudini agresti e montane e finalmente vi trova un sollievo, una limpida consolazione e la certezza di rivedere un giorno la madre.

Quindi abbiamo, su questo tema, un episodio, per quanto breve, che riguarda lui personalmente in Da Quarto al Volturno; e abbiamo un episodio, anche, riferito ad un personaggio di fantasia, a cui lui però dà naturalmente molto della sua psicologia, nella figura del buon dottor Paleari nelle novelle di Cose vedute, quel dottor Paleari che incontra, come dice lui, una bellissima "montanina" - lui non dice mai "montanara" ma "montanina" - durante una di quelle scarpinate che doveva fare come medico condotto, e per un momento sogna, tal quale come il nostro Giuseppe Cesare a Palermo, di andare a vivere in quelle solitudini, in quei silenzi, insieme con la bellissima montanina e dimenticare tutto il resto. Sogno di un attimo perché lui aveva già moglie e figli, e dopo si rimprovererà duramente un pensiero così trasgressivo, questa ultima tentazione (come dice qualcuno oggi) del galantuomo. Da due movimenti dunque, di un personaggio fantastico e di un personaggio reale, identici, che ci fanno vedere come l'amore di queste solitudini circondanti i borghi, e non molto lontane da essi, non si basi soltanto sull'amore della natura e della solitudine stessa, ma soprattutto sopra un desiderio di fuggire dal mondo e di quanto più è meschino nella vita quotidiana del mondo. Per tutte queste ragioni nascono nel racconto Nunzia delle figure memorabili; e la figura di Nunzia, la figura al una ragazza cne Sì è innamorata ma che è assolutamente illibata, che non potrebbe nemmeno pensare a dilapidare in modo frettoloso, non degno, la sua virtù, questa figura così lontana dalla psicologia di molte fanciulle di oggi, e che può apparire quasi caricaturale quando io ve la enunzio in poche parole di tono un po' astratto, è vivissima e amabilissima nel racconto, piena di verità, ed effettivamente rappresenta una delle realizzazioni più belle di questo scrittore. Ma figure felici sono tutte le altre, anche quella del vecchio nonno, nella cui mente, ed io nei primissimi anni della mia infanzia ho conosciuto contadini di questa mentalità, nella cui mente la credenza nelle streghe, in certe forme pittoresche di superstizione di stampo piuttosto medioevale, si è fusa completamente con la fede in Dio, nel premio, nel castigo, nella virtù, insomma con il senso del soprannaturale nell'accezione più elevata; e quando varie persone tra cui il giovanotto che è sopravvenuto e che si è innamorato della buona Nunzia, e che essa ricambia, lo convincono che in quel certo luogo le streghe non ci sono e non ci sono mai state, sente crollare il suo mondo interiore, perché allora non è più sicuro neanche che ci sia il buon Dio, non è più sicuro neanche che ci sia l'Inferno e il Paradiso, non è più sicuro di niente, e si ammala. In pochi giorni muore. E figura interessantissima é quella di questo giovanotto, un bravo ragazzo che è venuto dal lato opposto d'Italia fino ai dintorni di Cairo passando per i crinali dei monti perché deve nascondersi in quanto è un disertore, un disertore non per sottrarsi agli obblighi verso la patria, non per manco di mentalità di buon cittadino e, occorrendo, di militare, ma perché era stato oppresso da uno di quei sergenti tirannici che allora abbondavano: e alla fine aveva reagito ad un eccesso di umiliazioni e di prepotenze con un solenne ceffone; per il che era stato condannato a morte, trattandosi di un caso evidente e gravissimo di insubordinazione militare. Era riuscito a fuggire ed ora era apparentemente in salvo, ma ha lo scrupolo di scendere in Cairo per assistere al funerale di quel vecchio di cui egli diceva tra se, scrollando la testa, "tra tutti lo abbiamo ammazzato". E per questo scrupolo viene scoperto, arrestato dai carabinieri, condotto via, e certamente fucilato. C'è anche la figura di un malvagio, un giovane che amava autenticamente, ardentemente Nunzia, ma entra in uno stato di vero furore che rende quasi diabolici i suoi sentimenti, quando comprende che Nunzia si è innamorata del giovane, del forestiero. E questo suo furore è di gran lunga aggravato dal fatto che nella sua mentalità non molto nobile egli non concepisce che Nunzia, pur amando il disertore, non gli si sia concessa. Egli crede che Nunzia abbia deturpato quelle virtù che aveva conservato sino allora e perciò decide di farle violenza, la sorprende in un luogo solitario tenta di forzarla; ma essa, che ha una roncola a portata di mano, si difende disperatamente. Il risultato è che lui è ucciso dalla roncola della ragazza ma anche la ragazza muore perché egli l'ha fatta cadere all'indietro nel fiume vicino e perdipiù il suo cadavere sanguinante le piomba di traverso sulle gambe, sì che essa non riesce più a sollevarsi e così annega. Quindi c'è anche la figura di un malvagio, o almeno di un uomo parzialmente malvagio in cui i semi della malvagità ad un certo punto, per circostanze insolite, si sono enormemente sviluppati. Non si può dunque dire che nemmeno in questo caso la fantasia di quel grande scrittore che è stato Abba vaghi troppo lontano dalla realtà e si nasconda gli aspetti deludenti o rattristanti di essa, ma riesce pur sempre a dare il massimo rilievo a quelle che sono le virtù migliori dell'uomo, (le virtù che il Boiardo avrebbe chiamato "le virtù cortesi", le "virtù cavalleresche" che non consistono soltanto nell'essere cortesi quando si incontra una persona e la si tratta educatamente, ma consistono in lealtà, in generosità, in mantenimento delle promesse, in pietà per gli oppressi e per gli umili, e comunque per gli indifesi, e tante virtù che non sto ora ad elencare), le pone, queste virtù, al centro, nel nucleo più vivo e più caldo della sua creazione immaginaria, e fa sì che noi ne riceviamo un certo conforto: anche in un racconto di finale così luttuoso, così lugubre come Nunzia noi sentiamo qualcosa di consolante, - che la virtù esiste e continuerà ad esistere.